Come tutelare i figli quando la coppia si separa
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24 Nov 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


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Come tutelare i figli quando la coppia si separa

Per una coppia che si separa, tutelare i figli deve essere l’obiettivo da perseguire. La legge ci dà gli strumenti ma il grosso del lavoro spetta ai genitori. Ecco alcuni consigli.

 

Gestire una separazione non è cosa facile: il fallimento di un matrimonio o di una convivenza implica sempre e comunque la rottura di un progetto di vita che, per quanto, possa avvenire in modo sereno, genera un trauma. In discussione non è solo la coppia come tale, quanto si è vissuto e costruito insieme, ma l’intera unità familiare, figli in primis.

Separarsi, dunque, non è mai un atto indolore. Prendere coscienza di questo è un primo passo. Il successivo è farlo tutelando, per quanto possibile, chi viene coinvolto, suo malgrado, nel ciclone.

 

 

Separazione: la legge come tutela i figli?

I genitori che si separano e che intendono preservare il bene dei figli trovano un primo punto di riferimento negli strumenti messi a disposizione dalla legge: il principale è sicuramente l’affido dei figli che definisce la ripartizione della responsabilità genitoriale [1] sui figli minorenni in situazioni di questo genere.

 

Il nostro ordinamento predilige, quale forma di affidamento, quello condiviso che prevede, in caso di cessazione della convivenza dei coniugi, l’attribuzione stabile ad entrambi i genitori dell’esercizio della responsabilità genitoriale in regime di comune accordo: in pratica, dei figli si dovranno occupare sia il padre che la madre, prendendo insieme tutte le decisioni che li riguardano, in armonia. Tale principio è stato ulteriormente rafforzato con la riforma del 2006 che ha sancito il principio della bi-genitorialità: i figli, cioè, hanno diritto di continuare a mantenere con entrambi i genitori rapporti equilibrati anche dopo la cessazione della convivenza. Proprio per questo motivo, l’affido condiviso è oggi la forma principale di affidamento dei figli, cui si affianca l’affidamento congiunto, già previsto nella precedente normativa, che richiede sempre la completa cooperazione tra i genitori.

 

Sono numerosi i casi di perdita dell’affido condiviso: pensiamo alla madre che mette in atto comportamenti finalizzati ad impedire ai propri figli di vedere il padre o a mettere quest’ultimo contro i figli stessi [2]. In un ipotesi simile, il comportamento materno dannoso costituisce esercizio di una responsabilità genitoriale che si trova manifestamente in contrasto con l’interesse dei figli e giustifica il cosiddetto affidamento esclusivo, a cui si ricorre nel caso in cui sussistano principalmente due condizioni:

1) l’affidamento condiviso risulterebbe, da un punto di vista oggettivo, pregiudizievole per il minore;

2) un genitore dimostra di essere palesemente inidoneo o incapace ad assumersi il compito di cura nei confronti dello stesso minore.

Attenzione, però: la sussistenza di contesti di conflittualità tra genitori non implica di per sé la scelta dell’affidamento esclusivo, dal momento che i giudici sono comunque tenuti a prendere in considerazione anche quella dell’affidamento condiviso.

 

In alcuni casi, inoltre, è indispensabile l’intervento dei servizi sociali per determinare l’affidamento dei figli: ciò avviene in tutte quelle situazioni in cui l’alto livello di tensione tra genitori comporta inevitabilmente un’incapacità di gestire in maniera congiunta e condivisa il progetto di crescita della prole, tale per cui diviene necessario disporre che il bambino venga affidato esclusivamente a uno dei due coniugi. I servizi sociali hanno proprio il compito di rappresentare al giudice non solo la posizione degli adulti coinvolti nel conflitto ma anche, e soprattutto, il punto di vista dei minori.

In particolare, gli operatori sociali vengono incaricati dal magistrato di redigere una relazione socio-ambientale, attraverso:

  • colloqui con i genitori (individuali e di coppia);
  • colloqui informativi con coloro che, a vario titolo, si rapportano alla famiglia interessata (come parenti e insegnanti);
  • visite domiciliari per un’osservazione del contesto di vita del minore e della sua famiglia.

 

Tali operatori possono essere interpellati anche autonomamente dalle parti in causa o da terzi (Forze dell’Ordine e insegnanti), con una richiesta di intervento, di protezione e di aiuto, a volte dettata dalla preoccupazione per l’esistenza di una potenziale situazione di pericolo per i minori.

 

In tutte queste ipotesi, l’assistente sociale può guidare il nucleo familiare nell’ottica di un passaggio da un affido esclusivo a uno condiviso. Peraltro, nei processi di separazione e divorzio, ai fini dell’adozione dei provvedimenti inerenti ai figli, è prevista la possibilità di disporre l’audizione della prole, così da poter valutare i suoi bisogni, la sua condizione materiale e affettiva e il legame esistente con le principali figure di attaccamento. Il giudice si può avvalere di un esperto, un consulente tecnico oppure, ancora una volta, un operatore dei servizi sociali (psicologo o assistente sociale). Quest’ultimo, nel caso in cui ne ravvisasse l’opportunità, potrebbe anche servirsi, per l’audizione, di apposite strutture, meglio note come “Spazio Neutro”.

 

Ad ogni modo, la legge favorisce le intese tra i genitori stabilendo che il giudice prende atto dei loro eventuali accordi, se non contrari all’interesse del figlio stesso, e le decisioni  di maggiore interesse per i figli (come quelle relative all’istruzione, educazione, salute, tenendo conto delle inclinazioni e delle aspirazioni dei figli stessi) devono essere concordate da entrambi i genitori. In caso di disaccordo tra i genitori provvede il giudice: ciascun genitore, infatti, può ricorrere al tribunale quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli all’interesse della prole.

 

 

Separazione: cos’è la mediazione familiare?

Il mediatore familiare è una figura professionale con una formazione specifica, la cui funzione è quella di gestire il percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari. Si comprende, già da questo, l’importanza che può avere in una separazione. Il mediatore, soggetto terzo rispetto alle parti, ascoltandole empaticamente e favorendo il loro reciproco ascolto empatico, le aiuta ad affrontare le difficoltà che possono sorgere dal conflitto senza essere censurate e giudicate, né tenterà di fornire interpretazioni particolari ai loro vissuti e comportamenti: i genitori vengono messi nelle condizioni di capire che saranno tali per sempre, anche se non potranno più essere coppia, i figli possono trovare un luogo di ascolto e di accoglimento.

 

E’ possibile intraprendere un percorso in mediazione familiare per le coppie che abbiano deciso di separarsi o di divorziare, per quelle che si siano già separate e debbano rivedere i loro rapporti patrimoniali, sul mantenimento o sull’affidamento dei figli. Anche i minori posso chiedere l’intervento di un mediatore familiare.

 

La mediazione familiare si snoda in diversi incontri, orientativamente uno per ogni settimana, tanti quanti siano necessari a gestire e a superare costruttivamente e serenamente le problematiche familiari. Il primo incontro ha natura informativa e si rivela utile per spiegare chi sia la figura del mediatore familiare, la sua terzietà, imparzialità ed equivicinanza rispetto alle parti, l’assenza di pregiudizi da parte sua e il dovere di segretezza delle parti e del mediatore (che non potrà mai essere chiamato a testimoniare in un eventuale procedimento giudiziario) rispetto ai contenuti degli incontri. Il percorso di mediazione intrapreso può essere interrotto in ogni momento.

 

 

Separazione: i genitori come possono tutelare i figli?

Chiaramente, in situazioni di questo genere, molto sta nell’abilità dei genitori a far sì che la separazione avvenga in modo indolore, per quanto possibile. Non ci sono delle regole per tutelare i figli in caso di separazione: gioca un ruolo fondamentale il buon senso e la civiltà della coppia. L’obiettivo deve essere quello di far vivere il più serenamente possibile a bambini e ragazzi questo momento, aiutandoli a capire e ad accettare quello che sta accadendo alla propria famiglia e, soprattutto che, sebbene saranno tanti i cambiamenti da affrontare, mamma e papà restano i punti di riferimento principali, sempre e comunque presenti per loro.

 

In quest’ottica, chiedere aiuto e saperlo fare senza vergognarsi è importante: ci si riferisce alla necessità di farsi accompagnare in questo percorso, non solo dal punto di vista legale. Affrontare i cambiamenti e la nuova vita che si prospetta non è facile e richiedere il supporto di figure professionali esperte, come uno psicoterapeuta, può rendere meno gravose le cose.

 

Ciò vale soprattutto nel momento in cui si decide di comunicare ai figli la decisione presa: un momento che ha un fortissimo impatto emotivo. I disaccordi, soprattutto se si tratta di una separazione conflittuale, non devono far passare in secondo piano questo aspetto. Per questo, è bene prima confrontarsi e scegliere una strada condivisa per annunciarlo ed essere entrambi presenti quando arriverà il momento di informarli.

 

Il passo successivo, è semplice: essere sinceri. Ai figli va comunicata la propria decisione tenendo conto della loro età e della loro maturità ma senza permettere ai propri dissidi di invadere il campo, acuendo il conflitto e mettendo sempre al primo posto il bene dei bambini. Ciò è importantissimo, anche considerando che ognuno di loro reagirà alla notizia a suo modo. In ogni caso, non conviene dare loro false speranze per non farli soffrire – rischiando, tra l’altro, di minare la nostra credibilità e illuderli – ma piuttosto ascoltare i loro bisogni, i loro sentimenti, rassicurandoli sul fatto che l’amore tra mamma e papà è finito ma quello che proviamo per loro non potrà mai svanire.

 

Per quanto la separazione possa essere conflittuale e i rapporti tra gli ex tesi, i figli non devono mai diventare strumenti di contrasto ed è importante astenersi da commenti negativi o recriminazioni verso l’altro genitore. Entrambe le figure sono importanti e, per questo, non vanno mai messe in cattiva luce.

Allo stesso modo, deve essere gestita molto cautamente la nascita di nuove relazioni amorose. È bene informare i figli, ma senza coinvolgerli eccessivamente, soprattutto all’inizio quando non si tratta di un rapporto che sappiamo se sarà duraturo o meno.


[1] A partire dal febbraio 2014, in piena attuazione della riforma sul diritto di famiglia e la filiazione, introdotta con il d. lgs. n. 154 del 28.12.2013, non si parla più di potestà genitoriale ma di responsabilità genitoriale.

[2] La sindrome di alienazione parentale o genitoriale (Pas – Parental Alienation Syndrome), nonostante sia ancora in corso nella comunità scientifica un aperto dibattito sulla sua natura, attualmente non viene considerata un disturbo psicologico classificabile tra le sindromi o le malattie accertabili clinicamente. Tuttavia, è prassi consolidata che la figura genitoriale responsabile di assumere atteggiamenti prepotenti e prevaricanti finalizzati esplicitamente ad incrinare il legame e la frequentazione tra i figli e l’altro genitore, perda l’affidamento condiviso.

 


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