Licenziamento del dipendente maleducato: reintegra anche col Job Act
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21 Set 2016
 
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Licenziamento del dipendente maleducato: reintegra anche col Job Act

Lavoratore maleducato e litigioso: la reintegra sul posto di lavoro scatta non solo quando il fatto contestato è inesistente ma anche quando non ha rilevanza giuridica.

 

Prima importante breccia al Job Act: con una recente sentenza [1] la Cassazione è andata oltre la dizione letteraria della  riforma del lavoro estendendo le ipotesi di reintegra sul posto di lavoro, a seguito di licenziamento disciplinare, non solo ai casi in cui il fatto contestato non sia sussistente, ma anche a quelli in cui esso non abbia alcun rilievo giuridico; ossia, pur essendo vero, non deve considerarsi illecito. È la prima volta che la giurisprudenza allarga i confini del Job Act e c’è da scommettere che la sentenza – sicuramente favorevole al lavoratore – finirà per fare scuola. Ma procediamo con ordine.

 

 

La reintegra sul posto di lavoro dopo il Job Act

Il Job Act, modificando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ha ridotto al lumicino le ipotesi di reintegra del dipendente sul posto di lavoro, stabilendo invece, quale nuova regola per chi subisce un licenziamento illegittimo, il risarcimento del danno secondo misure forfettizzate.

In particolare – ma ciò vale solo per gli assunti dal 7 marzo 2015 – scatta la reintegra (oltre a una indennità risarcitoria – pari all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR dal licenziamento all’effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, in misura non inferiore a 5 mensilità – e al versamento contributi previdenziali e assistenziali) nei casi di:

 

1- licenziamento discriminatorio: ad esempio per ragioni di sesso, appartenenza sindacale, politica, ecc.

2- licenziamento per causa di matrimonio;

3- licenziamento in violazione delle norme a tutela di maternità e paternità;

4- licenziamento intimato in forma orale;

5- manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento disciplinare.

 

In alternativa alla reintegra, il lavoratore può optare per una indennità sostitutiva della reintegrazione (15 mensilità ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR) più un’indennità risarcitoria e il versamento di contributi previdenziali e assistenziali.

 

La Cassazione, con la sentenza in commento, è intervenuta sulla quinta ipotesi appena elencata (reintegra perché il fatto contestato è inesistente) e ha detto che ad essa è equiparabile anche l’ipotesi in cui il fatto, benché materialmente posto in essere dal lavoratore, è privo però di una intrinseca rilevanza giuridica, ossia non ha alcun rilievo disciplinare perché non può considerarsi illecito. Anche in questo caso, quindi, alla luce di quanto previsto dal nuovo articolo 18, il datore di lavoro va condannato alla reintegrazione in servizio e al versamento al dipendente di una indennità risarcitoria pari alle retribuzioni ricomprese tra il giorno del licenziamento e quello della effettiva ricostituzione del vincolo (nei limiti di un importo massimo di 12 mensilità).

 

La vicenda riguarda un lavoratore licenziato per aver tenuto un comportamento litigioso, offensivo e maleducato con il personale che lui stesso aveva il compito di formare. Secondo la Suprema Corte, tale comportamento non può essere considerato causa di licenziamento, anche se effettivamente posto in essere.

 

 

Reintegra se i fatti sono veri, ma non illeciti

Secondo la Cassazione è sbagliata la tesi secondo cui, una volta dimostrata l’effettiva sussistenza del comportamento contestato, al dipendente spetta sempre e solo il risarcimento. Bisogna anche vedere se tale comportamento può definirsi illecito. Ebbene, se il lavoratore è semplicemente maleducato con i colleghi o con i clienti detta circostanza può essere punita solo con sanzioni conservative dal Ccnl e non già con il licenziamento: in tal caso scatta comunque la reintegra.

 

Diversa è la questione della maggiore o minore gravità del fatto contestato e ritenuto sussistente, che implicando un giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della reintegra.


[1] Cass. sent. n. 18418/2016.

 


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