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Lo sai che? Pubblicato il 21 settembre 2016

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Lo sai che? Avvocato: per l’evasione nessuna cancellazione dall’albo

> Lo sai che? Pubblicato il 21 settembre 2016

Col nuovo codice deontologico forense l’avvocato, condannato penalmente per evasione fiscale, subisce solo una sanzione disciplinare, ma non la cancellazione dall’albo.

Il nuovo codice deontologico forense salva dalla cancellazione dall’albo gli avvocati condannati per evasione fiscale; resta però possibile, nei loro confronti, una più leggera sanzione disciplinare. Un atteggiamento della legge più mite rispetto al passato, forse frutto della constatazione di come la crisi abbia gravemente colpito il mondo delle professioni e, in particolare, quello dei legali.

Rimangono pertanto all’albo e possono quindi continuare a esercitare gli avvocati che non pagano le tasse. E ciò vale non solo per il futuro, ma anche per i procedimenti pendenti al 15 dicembre 2014 (data di entrata in vigore della nuova deontologia): infatti la legge [1] prevede che le disposizioni in commento si applichino anche ai processi in corso se comportano un vantaggio per l’imputato. È quanto stabilito ieri dalla Cassazione a Sezioni Unite [2].

La vicenda

Un avvocato si era reso colpevole del reato di evasione fiscale, ma il procedimento penale era stato chiuso con sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati.

Nel frattempo il Cnf aveva applicato la sanzione della cancellazione dall’albo. La Cassazione ha però annullato la decisione, imponendo al Consiglio Nazionale Forense l’applicazione di un provvedimento disciplinare più leggero, posto che le nuove disposizioni del codice deontologico – applicabili anche al passato in quanto più favorevoli – non prevedono più la radiazione dall’albo.

Evasione fiscale dell’avvocato: sì al provvedimento disciplinare

Non c’è alcun dubbio, secondo i giudici supremi, che l’avvocato evasore fiscale o (come nel caso di specie) dedito anche ai prestiti di denaro non autorizzati, meriti un provvedimento disciplinare. Il Cnf, tuttavia, non può stabilire la sua espulsione dall’albo. E ciò perché le disposizioni del codice deontologico nuovo si applicano anche ai procedimenti in corso, quando sono più favorevoli.

note

[1] Art. 65, comma 5, Legge n. 247/12.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18394/2016 del 20.09.2016.

Autore immagine: Pixabay.com

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 24 maggio – 20 settembre 2016, n. 18394

Presidente Canzio – Relatore Petitti

Svolgimento del processo

L’Avvocato D.M. , a seguito di procedimento disciplinare scaturito dalla segnalazione dell’avvenuta richiesta di rinvio a giudizio per i reati di cui all’art. 4 del d.lgs. n. 74 del 2000 (evasione imposte) e degli artt. 106 e 132 d.lgs. n. 385 del 1993 (effettuazione prestiti), e dopo che il procedimento penale era stato definito con sentenza di non luogo a procedere per intervenuta estinzione dei reati per prescrizione, veniva ritenuto responsabile dal COA di Bari della violazione dell’art. 15 cod. deon., per i fatti oggetto del rinvio a giudizio.
Nei suoi confronti il COA di XXXX applicava la sanzione della cancellazione.
Il ricorso proposto dal D. al CNF veniva rigettato con sentenza n. 21 del 2015.
Il CNF, disattesa la richiesta di prescrizione dell’illecito avanzata dal P.G. in sede di udienza per effetto dell’art. 65, comma 5, della legge n. 247 del 2012, sul rilievo che le modifiche dell’ordinamento disciplinare non avrebbero interessato l’intero impianto del detto ordinamento, riteneva che correttamente il COA avesse utilizzato per la propria decisione il materiale acquisito nell’ambito del procedimento penale, sottoponendolo ad autonoma valutazione quanto all’attitudine probatoria sul piano disciplinare. Sulla base della documentazione acquisita, il CNF riteneva quindi provata la sussistenza dell’illecito contestato.
Quanto alla sanzione, il CNF riteneva che l’entità dell’evasione accertata (rilevante anche nella minore misura riconosciuta dal professionista) e il non contestato svolgimento dell’attività di prestito di denaro, giustificassero senz’altro la sanzione applicata.
Per la cassazione della sentenza del CNF il D. ha proposto ricorso affidato a due motivi.
Nessuno degli intimati ha svolto attività difensiva.
Avendo il ricorrente proposto contestuale istanza di sospensione della esecuzione della sentenza del COA, questa Corte, con ordinanza n. 21829 del 2015, adottata all’esito della discussione all’adunanza camerale del 20 ottobre 2015, ha disposto la sospensione della sanzione disciplinare di cui alla impugnata sentenza del CNF.
La trattazione del ricorso nel merito è quindi stata fissata per l’udienza del 24 maggio 2016.

Motivi della decisione

1. – Con il primo motivo il ricorrente si duole del fatto che il CNF non abbia dichiarato la prescrizione dell’illecito, pur se l’art. 65, comma 5, della legge n. 247 del 2012 prevede l’applicazione delle norme contenute nel nuovo codice deontologico anche ai procedimenti disciplinari in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli all’incolpato.
Con il secondo motivo, rubricato “violazione di legge, inosservanza e/o erronea applicazione della legge n. 247 del 21 dicembre 2012, art. 53, comma 4, artt. 2, 5 e 21 nuovo codice deontologico”, il ricorrente, nel contestare la sanzione applicata, deduce che il CNF, da un lato, non avrebbe tenuto conto della mancanza di un giudizio in sede penale; dall’altro, erroneamente non ha ammesso la prova richiesta; dall’altro ancora non avrebbe adeguato la sanzione alla reale entità dei fatti, anche alla luce del lasso di tempo trascorso dai fatti stessi.
Il ricorrente sostiene altresì che la decisione impugnata non avrebbe chiaramente individuato il precetto normativo violato, avendo fatto generico riferimento alla violazione dei doveri di cui all’art. 5 del codice disciplinare.
2. – Il primo motivo di ricorso è infondato.
Questa Corte ha avuto modo di affermare che “in materia di sanzioni disciplinari a carico degli avvocati, l’art. 65, comma 5, della legge 31 dicembre 2012, n. 247, nel prevedere, con riferimento alla nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, che le norme contenute nel nuovo codice deontologico si applicano anche ai procedimenti disciplinari in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato, riguarda esclusivamente la successione nel tempo delle norme del previgente e del nuovo codice deontologico. Ne consegue che per l’istituto della prescrizione, la cui fonte è legale e non deontologica, resta operante il criterio generale dell’irretroattività delle norme in tema di sanzioni amministrative, sicché è inapplicabile lo jus superveniens” introdotto con l’art. 56, comma 3, della legge n. 247 cit.” (Cass., S.U., n. 11025 del 2014; S.U., n. 1822 del 2015). Si è quindi ulteriormente precisato che “in tema di azione disciplinare nei confronti degli avvocati, il nuovo e più mite regime della prescrizione di cui alla l. n. 247 del 2012 non si applica ai procedimenti in corso, giacché il principio di retroattività della lex mitior non riguarda il termine di prescrizione, ma solo la fattispecie incriminatrice e la pena (cfr. Corte cost. n. 236 del 2011)” (Cass., S.U., n. 14905 del 2015; Cass., S.U., n. 23364 del 2015; Cass., S.U., n. 23836 del 2015).
Alla stregua di tali decisioni, che il Collegio condivide e alle quali intende dare continuità, il primo motivo di ricorso deve essere rigettato.
3. – Il secondo motivo è fondato quanto alla sanzione irrogata.
3.1. – Sono inammissibili le censure concernenti la valutazione della sussistenza dei fatti addebitati. La sentenza impugnata ha, infatti, rilevato che la valutazione del COA era scaturita dall’esame di copiosa documentazione acquisita nell’ambito delle indagini preliminari e che detta documentazione, sostanzialmente non disconosciuta dallo stesso ricorrente, se non per profili strettamente quantitativi, era all’evidenza dimostrativa dei due illeciti contestati: mancato pagamento di imposte ed effettuazione di prestiti. Va sottolineato che il CNF ha dato atto che lo stesso ricorrente aveva ammesso di avere percepito per gli anni 1998, 1999 e 2000, redditi di gran lunga superiori a quelli dichiarati, e ha poi ricordato le risultanze delle informazioni assunte presso le Compagnie di assicurazione con le quali il ricorrente aveva avuto rapporti professionali, riscuotendo i risarcimenti dovuti ai suoi clienti, mentre le deduzioni del ricorrente in ordine alla contestazione relativa alla effettuazione di prestiti erano state del tutto generiche.
D altra parte, appaiono prive di rilievo le censure svolte dal ricorrente in ordine ad una asserita mancata ammissione di prove, avendo la sentenza impugnata dato atto che il COA aveva concesso al ricorrente un termine per il deposito di una relazione tecnica, senza che a tale richiesta il medesimo ricorrente avesse poi dato seguito.
Ed ancora, inidonee ad inficiare la correttezza della motivazione della decisione impugnata sono le deduzioni del ricorrente in ordine ad una pretesa non determinatezza degli illeciti contestati, risultando gli stessi chiaramente delineati nel capo di incolpazione.
Le deduzioni del ricorrente si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione del materiale istruttorio che il CNF, con motivazione immune da censure, ha ritenuto adeguatamente valutato dal COA.
3.2. – Sono, invece, meritevoli di accoglimento le deduzioni del ricorrente relative alla sanzione irrogata.
La sanzione applicata dal CNF con la sentenza qui impugnata, deliberata il 25 ottobre 2013 e depositata in data 11 marzo 2015, non tiene, infatti, conto delle modificazioni introdotte dal codice deontologico forense, entrato in vigore il 15 dicembre 2014. Ai sensi dell’art. 65, comma 5, della legge n. 247 del 2012, le disposizioni del codice deontologico si applicano anche ai procedimenti in corso se più favorevoli.
Orbene, il nuovo codice deontologico forense non prevede la sanzione della cancellazione, applicata dal COA e confermata dal CNF con la sentenza qui impugnata.
La sentenza impugnata deve quindi essere cassata con riferimento alla sanzione applicata, con rinvio al Consiglio Nazionale Forense perché, in diversa composizione, provveda nuovamente in ordine al trattamento sanzionatorio applicabile per gli illeciti accertati.
4. – Le spese del presente giudizio possono essere compensate, in considerazione del limitato accoglimento del ricorso.

P.Q.M.

La Corte, pronunciando a Sezioni Unite, accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata limitatamente alla sanzione applicata, e rinvia la causa al Consiglio Nazionale Forense, in diversa composizione.

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