Il conto: servizio e coperto sono leciti?
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23 Set 2016
 
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Il conto: servizio e coperto sono leciti?

Far pagare, al ristorante e in pizzeria, il servizio o il coperto, o in alcuni casi come a Roma il pane è lecito solo se specificato nel menu, il quale è un’offerta al pubblico.

 

Il conto è servito e, spesso, la cifra finale che ci presenta il cameriere del ristorante o della pizzeria non è quella che ci aspettavamo: alla lettura della voce “coperto”, infatti, proviamo un leggero disappunto, pur sapendo che fa parte del gioco. Accettiamo così di pagare quel paio di euro in più senza protestare, perfino se la dicitura non compare nel menù.

 

Molti ristoranti e pizzerie utilizzano la parola “servizio” al posto di “coperto”: cosa che non li legittima a chiedere quel costo aggiuntivo quando tale servizio non è chiaramente specificato nel menu. Una voce misteriosa, che il più delle volte comprende il pane, le focacce e i grissini e dovrebbe rappresentare il costo per la pulizia del tovagliato, piatti e posate.

 

Le origini della voce coperto sul conto risalgono al Medioevo (quando le persone usufruivano del locale per consumare il proprio cibo e quindi pagavano solo per il posto al “coperto”, appunto!). Oggi l’argomento è motivo di discussione, tenendo banco sui tavoli dei ristoranti di tutta Italia, specie quando seduti ci sono stranieri, per i quali non esiste un correlativo nel loro Paese di origine. La mancia, quella sì, in altri Stati (così in USA) è obbligatoria.

A Roma una legge del 2006 [1] vieta espressamente di addebitare la voce “coperto”; così i ristoratori si sono adeguati e, aggirando l’ostacolo, ora fanno pagare ai clienti il cestino del pane. Cestino che, ovviamente, il consumatore può rifiutare, con il diritto di non vederselo addebitato sul conto. Ma anche in questo caso si può parlare di un vero e proprio obbligo di pagamento solo nella misura in cui tale costo viene specificato nel menu.

 

 

Il menu è il punto di partenza

Quando ci sediamo al tavolo di un ristorante o di una pizzeria concludiamo, senza forse neanche accorgercene, un contratto con il ristoratore. Elementi essenziali del contratto, come stabilisce il codice civile, sono l’oggetto (e, quindi, le portate che ordiniamo) e la controprestazione ossia il prezzo. Prezzo che, quindi, deve essere ben definito sin dall’inizio. Il menu è il luogo ove si forma il consenso tra consumatore e ristoratore e, pertanto, deve essere chiaro, preciso ed esaustivo. Voci non indicate nel menu non possono essere addebitate al cliente alla fine del pasto. Dall’altro lato è anche vero che, se un costo viene indicato nel menu, il cliente che fa l’ordinazione non può poi rifiutarsi di pagare, perché ha accettato l’offerta commerciale.

 

In sintesi, non c’è nulla che il menu non possa prevedere – anche prezzi astronomici – ma se il cliente decide di rimanere seduto al tavolo è tenuto poi a pagare i prezzi e i servizi indicati in menu.

Ciò detto chiariamo qualche dubbio comune. Partiamo dalla tipica domanda: in Italia, il coperto si deve pagare o no? La risposta è abbastanza semplice: se non esistono leggi regionali (come per Roma) che lo vietano, ogni ristoratore è libero di far pagare al proprio cliente ciò che preferisce, purché lo esprima in modo chiaro ed evidente sul menu.

 

 

E se io non ordino il pane e me lo ritrovo sul tavolo, lo devo pagare comunque?

La legge regionale Lazio vieta l’introduzione del coperto nei menù. Il coperto non deve essere pagato, ma può essere contemplato sia il servizio che il pane: basta che sia contemplato nel menù. Se un ristoratore vuol fare pagare il pane che il cliente consuma, lo deve scrivere nel menù. Il cliente, se lo trova sul tavolo e non lo vuole consumare, lo rimanda indietro e non lo paga.

 

 

In altri Paesi come funziona?

È la stessa cosa non per il coperto ma per il servizio, prassi usuale specie negli Stati Uniti e Sudamerica, che prevede un costo aggiuntivo sul conto e spesso viene interpretata come mancia. Il servizio era previsto in Italia in passato, come forma di integrazione ad un percentuale di fisso mensile, c’era una tipologia di contratto per i camerieri che ti dava un fisso mensile più il servizio (più tavoli facevi più venivi ricompensato), la cosiddetta “comanda”.

 

 

Se chiedo una aggiunta o una modifica al menù sono tenuto a pagare un sovrapprezzo?

Il principio della trasparenza dei prezzi si basa sulla corrispondenza del conto con i prezzi del menù. Per esempio, se io prendo una margherita e chiedo come mozzarella quella di bufala la pizzeria non può farmi pagare di più, a meno che chi prende l’ordine non mi specifica da subito che la mia pizza margherita avrà un costo aggiuntivo per via della sostituzione.

Tutto ruota quindi intorno alle voci di menù.

 

 

Ma il menù deve sempre essere affisso? E se mi accorgo che la cifra di una pietanza riportata nel conto è diversa da quella riportata nel menù, cosa faccio?

Quando andiamo al ristorante dobbiamo sempre stare attenti al fatto che il menù sia affisso anche davanti all’esercizio e alla fine del pasto, quando ci arriva il conto, dobbiamo sempre controllare lo scontrino e vedere se le voci sono bene distinte e che corrispondano a quello che è scritto sul menù. In caso contrario, senza vergogna, possiamo chiedere di verificare insieme e contestare al ristoratore l’errore. È finita l’era del “pago, ma non torno”. È importante dire quello che non va per migliorare le cose.

 

 

Ma se faccio notare al ristoratore che mi sta conteggiando ad una cifra diversa dal menù un piatto e lui non intende modificare il conto, che si fa?

Se non si riesca a conciliare con il ristoratore, dobbiamo presentare la nostra denuncia ai vigili urbani. Quando la situazione si riesce a risolvere tra cliente e ristoratore, quest’ultimo deve risarcire esattamente quello che ha “sottratto”. Dopo la denuncia la sanzione parte da un minimo di 150 euro a un massimo di 1000 euro.

Resta il cliente libero di andare via e non pagare, consapevole però che il ristoratore potrà fargli causa – o magari un decreto ingiuntivo – per chiedergli l’importo. Poi, nell’eventuale costituzione in giudizio, il cliente potrà opporre le proprie ragioni. Parliamo ovviamente di una causa di tipo civile per il recupero del credito.

 


[1] L. Reg. Lazio n. 21/2006.

 


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Commenti
18 Ott 2016 Giancarlo Colombi

io ho circa 700 mq. di orto quanto materiale di fogliame, erba . rami secchi e sterpaglie , posso bruciare ? senza commettere reato\i .