Bancomat, da oggi niente ostacoli per i disabili
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25 Set 2016
 
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Bancomat, da oggi niente ostacoli per i disabili

Al disabile che, per via della sedia a rotelle, non riesce ad arrivare al bancomat spetta il diritto all’eliminazione delle barriere architettoniche e il risarcimento del danno.

 

Diritto al bancomat anche per i disabili: il portatore di handicap, con difficoltà a deambulare, deve poter prelevare soldi dalla macchinetta automatica della filiale senza che possano esserci discriminazioni dettate da barriere architettoniche. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Niente ostacoli, dunque, a chi è su una sedia a rotelle o non riesce comunque ad accedere al bancomat della propria banca.

 

La vicenda ha visto contrapposti un istituto di credito ad un uomo disabile il quale lamentava una discriminazione per via del difficile accesso allo sportello bancomat; il cliente si è così rivolto al giudice affinché ordinasse alla filiale di adeguarsi alla normativa sulle barriere architettoniche. Il tribunale ha dato ragione all’invalido condannando la banca a rendere facilmente raggiungibile, anche ai disabili, lo sportello automatico per i prelievi.

 

La pronuncia in commento sancisce un nuovo traguardo nella tutela delle persone disabili: da oggi, infatti, le banche saranno obbligate – se non vogliono vedersi condannate a risarcire i danni a tutti i loro clienti portatori di handicap di deambulazione – a rimuovere le barriere architettoniche che possano intralciare gli spostamenti. Certo, la sentenza è efficace e valida solo per le parti che hanno partecipato alla causa – e non quindi per tutte le filiali di banca – ma è verosimile che, ripresentandosi la medesima situazione, qualsiasi giudice, condividendo il precedente della Cassazione, decida in conformità di tale interpretazione.

 

Possiamo quindi dire che è obbligatorio il bancomat a misura di disabile. Ogni singola filiale di istituto di credito dovrà adeguare lo sportello in modo che possa beneficiare del servizio anche chi è costretto sulla sedia a rotelle. E ciò perché quando è la legge [2] a imporre l’accessibilità a tutti, la fruizione deve essere assicurata anche se manca il regolamento attuativo per la modifica dello stato dei luoghi nell’edificio privato aperto al pubblico. Diversamente, la persona diversamente abile può rivolgersi al giudice chiedendo la rimozione della discriminazione ed, eventualmente, il risarcimento del danno per non aver potuto prelevare, negli anni addietro, i soldi dal proprio conto corrente.

 

La barriera architettonica va eliminata in quanto costituisce un ostacolo al comodo e autonomo utilizzo del servizio Atm e pone il cliente della banca in posizione di svantaggio rispetto agli altri. Quanto alle modalità con cui bisogna attuare tale misura, sarà il singolo giudice a decidere – in base al caso concreto e allo stato dei luoghi – i criteri tecnici da seguire; è rimessa infatti alla sua discrezionalità l’adozione di ogni altro provvedimento necessario a far cessare gli effetti della discriminazione.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 23 febbraio – 23 settembre 2016, n. 18762
Presidente Amendola – Relatore Barreca

Svolgimento del processo

1.- B.R. proponeva appello avverso la sentenza emessa in data 8 maggio 2012, con la quale il Tribunale di Firenze aveva rigettato la domanda dallo stesso avanzata nei confronti di Unicredit s.p.a., ai sensi dell’art. 3 della legge 67 del 2006, sulla tutela delle persone disabili vittime di discriminazioni. L’attore aveva richiesto l’adeguamento alla normativa in materia di barriere architettoniche dello sportello “bancomat” da lui utilizzato quale correntista presso un’agenzia dell’istituto di credito, con domanda di condanna di quest’ultimo a cessare la condotta discriminatoria, adottando ogni provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti della discriminazione, ed a risarcire il danno, nonché di condanna alla pubblicazione del provvedimento.
Unicredit s.p.a. si costituiva e proponeva appello incidentale contro la compensazione delle spese del grado disposta dal tribunale.
2.- Con la sentenza qui impugnata, pubblicata in data 9 luglio 2013, la Corte di Appello di Firenze ha rigettato l’appello principale, ritenendo che non fosse applicabile al caso di specie il DPGR Toscana n. 41/R del 2009, perché il dispositivo

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[1] Cass. sent. n. 18762/16 del 22.09.2016.

[2] Art. 3 L. n. 67/2006; cfr.dm n. 236/1989.

 

Autore immagine: Massimiliano Palumbo

 


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