Niente certificato medico se la visita fiscale conferma la malattia
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26 Set 2016
 
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Niente certificato medico se la visita fiscale conferma la malattia

Dipendente assente dal lavoro, senza certificato: se il medico dell’Inps conferma l’esistenza di una malattia il lavoratore non può essere licenziato.

 

Non si può licenziare il dipendente che, assente per malattia, non invia all’azienda il certificato medico quando, comunque, la patologia è confermata dalla visita fiscale del medico Inps. Si tratta infatti di una sanzione disciplinare sproporzionata rispetto alla condotta posta. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

 

È vero: per quanto riguarda i pubblici dipendenti, la recente riforma Brunetta (la cosiddetta legge anti fannulloni [2]) obbliga il lavoratore, alla seconda assenza dal lavoro nell’anno solare, ad inviare il certificato medico rilasciato da una struttura pubblica o da un medico convenzionato. Ma il mancato rispetto di quest’obbligo non conduce sempre e inesorabilmente al licenziamento. Il giudice, infatti, chiamato a giudicare il comportamento del dipendente nella eventuale causa da questi promossa contro la misura espulsiva nei suoi riguardi, ha comunque la facoltà di valutare se il licenziamento per giusta causa sia o meno proporzionato alla mancanza a lui addebitata. Se esistono delle “attenuanti”, come il fatto che il lavoratore sia stato presente al momento della visita fiscale e che il medico abbia confermato la patologia che impediva la presenza in servizio, il posto di lavoro è salvo.

 

La riforma anti-fannulloni introdotta nel 2009, stabilisce che quando l’assenza del dipendente pubblico per malattia è superiore ai dieci giorni, è necessario il certificato dell’Asl o del medico convenzionato con il Ssn nazionale.

In verità la P.A. non è più tenuta a inviare la visita fiscale, ma può valutare la condotta complessiva del dipendente: l’obbligo di mandare il medico a casa del lavoratore scatta solo se l’assenza dal servizio avviene a ridosso di festività o giornate non lavorative. Resta il fatto, però, che il licenziamento deve essere sempre l’ultima spiaggia che scatta solo quando il comportamento del dipendente è talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro neanche provvisoria. Così, quando la condotta complessiva del lavoratore denota un margine di buona fede – come nel caso in cui la malattia sia confermata dal medico fiscale – non si perde più il posto di lavoro.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 maggio – 26 settembre 2016, n. 18858
Presidente Macioce – Relatore Tricomi

Svolgimento del processo

1. La Corte d’Appello di Bologna, con la sentenza n. 145 del 2015, depositata il 2 febbraio 2015, rigettava il reclamo proposto da B.P. , ai sensi dell’art. 1, comma 58, della legge n. 92 del 2012, nei confronti del Comune di Sala Bolognese e dell’Unione Terre d’Acqua, avverso la sentenza n. 751 del 2014 emessa tra le parti dal Tribunale di Bologna.
2. Con ricorso ai sensi dell’art. 1, comma 48, della legge n. 92 del 2012, la B. , in servizio presso il suddetto Comune come istruttore di polizia municipale, con inquadramento nella area C (ex V qualifica funzionale), posizione economica C3, e transitata per mobilita’ alle dipendenze della Unione Terre d’Acqua dal 1 gennaio 2013, adiva il Tribunale per ottenere, previa declaratoria di illegittimita’ della sospensione dal servizio e dalla retribuzione per un giorno, 2 dicembre 2012, per 3 giorni dal 19 marzo 2012, e per cinque giorni dal 15 maggio 2012, l’annullamento delle sanzioni conservative e la condanna degli enti convenuti a rifondere le somme indebitamente trattenute, nonche’ per ottenere, previa declaratoria della nullita’ e/o inefficacia e/o ingiustificatezza dei licenziamenti

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[1] Cass. sent. n. 18858/16 del 26.09.16.

[2] D.lgs. n. 150/09.

 


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