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Lo sai che? Pubblicato il 28 settembre 2016

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Lo sai che? Finanziaria, blocca il pagamento se non ricevi quanto acquistato

> Lo sai che? Pubblicato il 28 settembre 2016

Credito al consumo: il consumatore può interrompere il pagamento del finanziamento in caso d’inadempimento del venditore.

 

Hai firmato un contratto di finanziamento per l’acquisto di un frigo, di un’automobile, di un televisore e l’oggetto comprato non ti è mai stato consegnato o presenta dei difetti che lo rendono inutilizzabile? Ti sei accollato una finanziaria per poter pagare a rate l’abbonamento a una palestra, a un centro di dimagrimento o per avere l’ultimo modello dello smartphone dei tuoi sogni? Da oggi hai una tutela in più: grazie, infatti, a una recentissima sentenza della Cassazione [1], se il venditore non ti consegna l’oggetto acquistato (l’auto, il cellulare, la lavatrice, il frigorifero) o se questo presenta dei difetti tali da renderlo inservibile o se, ancora, la società che ti doveva erogare il servizio fallisce (la palestra, il centro di dimagrimento, ecc.) hai la possibilità di stoppare il pagamento della finanziaria. Benché si tratti di due contratti diversi, con due soggetti differenti (il venditore da un lato, la finanziaria dall’altro), si può infatti ormai dire che l’uno dipende dall’altro, per cui l’inadempimento del primo fa sì che il secondo sia nullo.

La Suprema Corte offre quindi una maggiore tutela ai consumatori nel caso di credito al consumo (appunto, le cosiddette “finanziarie” che vengono fatte firmare dai grandi store di prodotti elettronici e di elettrodomestici, dalle società di servizi, ecc.). Il tutto nell’ottica della tutela prevista dalla direttiva del 2000 della Comunità Europea [2].

La novità è che, fino all’altro giorno, c’era ancora qualche giudice secondo cui l’inadempimento al contratto principale da parte del fornitore non poteva sortire alcun effetto su quello di finanziamento, posta la completa autonomia tra le due prestazioni (la vendita da un lato, il finanziamento dall’altro). Si stava, però, progressivamente aprendo, sul versante della giurisprudenza, l’idea che la mancata esecuzione della prestazione principale renderebbe privo di giustificazione (di “causa”, secondo la terminologia giuridica) il finanziamento. Ora ogni dubbio viene sciolto dalla Cassazione: con la sentenza in commento, i giudici hanno dato ragione a un consumatore che, dopo aver acquistato un’auto e firmato un contratto di finanziamento bancario collegato al primo, chiedeva di interrompere il versamento delle rate per non aver ricevuto il bene nei termini pattuiti. Alla fine dei conti, il ritardo nella consegna del veicolo ha fatto sì che l’acquirente si liberasse anche dall’obbligo del pagamento della finanziaria.

Affinché scatti la tutela del consumatore, e quest’ultimo possa smettere di pagare la finanziaria se non riceve l’oggetto o il servizio acquistato (o lo riceve con evidenti e gravi vizi), non è necessario che il contratto di finanziamento sia stato suggerito dal venditore, secondo gli accordi e le esclusive da quest’ultimo pattuite. L’importante è che tra i due contratti vi sia un collegamento, ossia si possa comprendere – senza ombra di dubbio – che il finanziamento è stato stipulato proprio per uno specifico acquisto.

note

[1] Cass. sent. n. 19000/16 del 27.09.2016.

[2] Direttiva 2000/48/CE.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 7 luglio – 27 settembre 2016, n. 19000
Presidente Vivaldi – Relatore Carluccio

Fatti di causa

1. B.R. agì nei confronti di Ameria Auto snc. (d’ora in poi venditrice) e di Neos banca spa (poi Intesa San Paolo Personal Finance spa, d’ora in poi Banca). In esito alla precisazione delle domande ex art. 183 c.p.c., chiese la risoluzione del contratto di compravendita (del 23 settembre 2006) per inadempimento nella consegna della autovettura, acquistata stipulando un contratto di finanziamento per il residuo con la banca. Ed, inoltre, sul presupposto di un collegamento negoziale tra i due contratti, chiese la risoluzione del contratto di finanziamento. Il Tribunale di Roma accolse la prima domanda e condannò la società venditrice al pagamento delle somme corrisposte e da corrispondersi dal B. alla Banca; rigettò le domande nei confronti della Banca. La decisione venne confermata dalla Corte di appello di Roma adita dall’originario attore (sentenza del 23 settembre 2013).
2. Avverso la suddetta sentenza, l’originario attore propone ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, esplicato da memorie.
Resiste con controricorso la Banca.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso, si deduce la violazione dell’art. 113 c.p.c., dell’art. 124, commi 2 e 3, del T.U.B. (per quel che interessa, nella formulazione originaria applicabile ratione temporis), nonché la violazione dell’art. 1453 del c.c..
L’argomentazione centrale che si snoda in tutta la parte esplicativa del ricorso – dove si argomenta a partire da una decisione successiva della Corte di legittimità (n. 20477 del 2014) – è che la Corte di appello avrebbe dovuto dichiarare la risoluzione del contratto di finanziamento sulla base del collegamento legale tra contratto di compravendita e contratto di finanziamento, che troverebbe fondamento nell’art. 124 cit., applicabile da parte del giudice, ai sensi dell’art. 113 c.p.c., anche in difetto di richiesta dell’attore, essendo rinvenibili tutti gli elementi fattuali richiesti dalla norma.
A tal fine, mette in evidenza che il contratto era stato qualificato quale credito al consumo dall’attore nello stesso atto di citazione, oltre che in appello, e dalla stessa banca resistente, la quale aveva richiamato il codice del consumo (art. 42, dove era stato trasfuso l’originario art. 125 del TUB) e la necessità della presenza della clausola di esclusiva per l’operatività della tutela ex art. 42 cit. verso il finanziatore.
Il motivo va accolto con le precisazioni che seguono.
2. È evidente, al contrario di quel che rileva la controricorrente, la ragione dell’invocazione dell’art. 1453 c.c. laddove si chiede la riforma della sentenza nella parte in cui non ha dichiarato la risoluzione del contratto di finanziamento per mancanza di collegamento negoziale.
D’altro canto, ai fini dell’accoglimento della censura, l’invocazione dell’art. 113 c.p.c. non gioca un ruolo decisivo per l’applicazione dell’art. 124 TUB, come interpretato da ultimo dalla Corte di legittimità nella decisione richiamata; consegue l’irrilevanza delle critiche mosse in controricorso rispetto alla idoneità dell’art. 113 c.p.c. a fondare l’applicazione d’ufficio di una sentenza di legittimità, interpretativa del TUB, successiva alla decisione.
2.1. Nella causa si è discusso di credito al consumo (art. 42 del codice del consumo nel quale, nel 2005, è stato trasfuso il contenuto del 125 TUB). Infatti, di credito al consumo si parla nel ricorso nel riferire la domanda attorea, come precisata ex 183 c.p.c.; si parla nel controricorso, a proposito della mancanza nel contratto in argomento della clausola di esclusiva, richiesta dal citato art. 42 per la tutela riservata al consumatore verso il finanziatore. Nella sentenza di primo grado, per come sintetizzata nel controricorso, il collegamento tra i due contratti è stato negato proprio per la mancanza della clausola di esclusiva richiesta dall’art. 42 del codice del consumo.
Nel motivo di appello dell’attore, come riportato letteralmente dalla sentenza impugnata (pag. 3), risulta la censura alla decisione di primo grado, che aveva escluso il collegamento tra i contratti ai sensi dell’art. 42 cit., per non essere stata neanche predicata la clausola di esclusiva con il finanziatore convenzionato, richiesta dallo stesso articolo. Risulta, soprattutto, la richiesta in sede di appello della disapplicazione di tale articolo sulla base della direttiva comunitaria 87/102/CEE del 22 dicembre 1986, alla luce della interpretazione fatta dalla Corte di Giustizia, con la sentenza del 23 aprile 2009, emessa nella causa C-509/07. Secondo, questa decisione, infatti, l’esistenza di una clausola di esclusiva tra fornitore del bene e finanziatore, non è presupposto necessario del diritto del consumatore di procedere contro il creditore in caso di inadempimento delle obbligazioni da parte del fornitore, al fine di ottenere la risoluzione del contratto di credito e la conseguente restituzione delle somme corrisposte al finanziatore.
Ne consegue che in sede di ricorso per cassazione, invocando la sussistenza del riconoscimento di un collegamento contrattuale di fonte legale, rinvenibile negli artt. 124 e 124 T.U.B., nel testo originario, alla luce della direttiva Europea come interpretata dalla Corte di giustizia, secondo una interpretazione che è il presupposto della decisione della Corte di legittimità con la sentenza richiamata, non si invoca l’applicazione di una interpretazione sopravvenuta della norma, ma si invoca la stessa base interpretativa sostenuta in appello, con la richiesta di disapplicazione dell’art. 42 cit. al caso di specie, per ottenere il riconoscimento dell’irrilevanza della inesistenza della clausola di esclusiva ai fini del collegamento negoziale.
2.2. Da ultimo questa Corte – partendo dalla direttiva comunitaria e dalla interpretazione della stessa da parte della Corte di giustizia e trovando conferma nella successiva evoluzione legislativa, attualmente in vigore, e con ampiezza di argomentazioni cui si rimanda – ha ravvisato negli artt. 121 e 124 del d.lgs 1 settembre 1993, n. 385, nel testo originario, tra i contratti di credito al consumo finalizzati all’acquisto di determinati beni o servizi ed i contratti di acquisto dei medesimi, un collegamento negoziale di fonte legale, che prescinde dalla sussistenza di una esclusiva del finanziatore per la concessione di credito ai clienti dei fornitori, demandando al giudice di individuare, in applicazione dei principi generali, gli effetti del collegamento negoziale istituito per legge tra il contratto di finanziamento e quello di vendita (Cass. n. 20477 del 2014 e n. 19522 del 2015).
2.3. La Corte di appello ha errato nel non valutare la richiesta di disapplicazione, alla luce della sopravvenuta interpretazione della Corte di giustizia, della norma (art. 42 del codice del consumo) che tutelava il consumatore a condizione che vi fosse la clausola di esclusiva. Ha errato nel ritenere non censurata la decisione di primo grado nella parte in cui rilevava la mancanza di esclusiva, atteso che l’appellante aveva chiesto la disapplicazione proprio della norma che la prevedeva.
Nella specie è indiscussa la qualità di consumatore del mutuatario acquirente e di intermediario finanziario del finanziatore abilitato all’esercizio del credito al consumo; è indiscusso che il contratto di finanziamento, stipulato per iscritto, conteneva le indicazioni richieste dall’art. 124, commi 2 e 3, restando prive di pregio le obiezioni del controricorso (pag. 19) a proposito delle previsioni di cui alle lettere b) e c), evidentemente riferite a fattispecie diverse.
Ne consegue che la Corte di merito, presupponendo l’esistenza di un collegamento negoziale di fonte legale tra i due contratti, a prescindere dalla mancata previsione della esclusiva tra venditore e finanziatore, dovrà esaminare le clausole del contratto per verificarne al liceità alla luce dell’esistenza di un collegamento legale, e non più nell’ottica di un collegamento volontario. Dovrà trarre le conseguenze in concreto dell’incidenza sul contratto di finanziamento della già accertata risoluzione contrattuale del contratto di compravendita, anche tenendo conto della concreta pronuncia di condanna di primo grado.
3. Pertanto, il ricorso è accolto e la causa rimessa alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese processuali del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE

accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione.

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