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Lo sai che? Pubblicato il 28 settembre 2016

Lo sai che? Referendum costituzionale del 4 dicembre: che cosa si vota

> Lo sai che? Pubblicato il 28 settembre 2016

Riforma del Senato, abolizione di Province e Cnel, elezione del Capo dello Stato ed altro ancora. Ecco il referendum per il quale non serve il quorum.

La data, ormai, è nota. Le alternative sono quelle di sempre: sì o no. Ma le conseguenze sono altrettanto conosciute? Il referendum indetto per il 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale chiama gli italiani a decidere se modificare o meno una parte della Costituzione che riguarda la vita istituzionale del Paese. Vediamo nel dettaglio che cosa si vota il 4 dicembre e le caratteristiche di questo referendum.

Referendum 4 dicembre: non serve quorum

Il primo aspetto da tenere in considerazione è che il referendum costituzionale del 4 dicembre è un referendum confermativo o sospensivo, ma non abrogativo. Il risultato, cioè, conferma o respinge una proposta (in questo caso avanzata dal Governo), non deve cancellare una legge o un articolo della Costituzione. Non sarà richiesto il quorum del 50% più uno degli aventi diritto. Ciò significa che il “sì” o il “no” sarà valido indipendentemente dal numero di elettori chiamati al voto che si rechino alle urne.

Il referendum è stato chiesto sia dalla maggioranza sia dall’opposizione. Il Governo ha più volte manifestato la propria volontà di sottoporre al parere dei cittadini la riforma contenuta nel ddl Boschi. I suoi avversari, invece, sperano in un risultato negativo per bocciare quelle riforme.

Quello del 4 dicembre sarà il terzo referendum costituzionale indetto in Italia. Nel 2001 passò quello sul federalismo, nel 2006 venne respinto quello sui cambiamenti nell’assetto istituzionale della parte seconda della Costituzione.

Referendum costituzionale: su che cosa si vota

Quali riforme? Nel referendum del 4 dicembre si voterà sulla fine del bicameralismo perfetto, sulla cancellazione della figura del senatore a vita, sul modo in cui verranno eletti i senatori e la composizione del Senato stesso, sull’abolizione delle Province e del Cnel (il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), sulle regole per l’elezione del Capo dello Stato e su altri aspetti che riguardano il funzionamento dei referendum.

Per quanto riguarda il Senato, il ddl Boschi prevede la diminuzione del numero dei senatori da 315 a 100. Se vincerà il “sì”, saranno nominati gli eletti alle elezioni regionali tra i candidati come consiglieri. In sostanza, Palazzo Madama diventerebbe quello che più volte è stato chiamato “il Senato delle Regioni”. Sempre se il referendum del 4 dicembre ottiene successo, la Camera Alta non avrà più il potere di votare la fiducia ad un Governo e non potrà presentare emendamenti alle leggi fuori dalla sua diretta competenza.

Il referendum interessa anche il Titolo V della Costituzione, quello che riguarda le autonomie locali, già ritoccato con il referendum del 2001. Verrebbero eliminate le materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni. Al primo resterebbe la legislazione esclusiva in politica estera, immigrazione, difesa, ordine pubblico, infrastrutture, tutela dell’ambiente e istruzione. In cambio, verrebbe incentivato il cosiddetto “federalismo differenziato”, che premia le Regioni più virtuose con la devoluzione di ulteriori poteri, comprese le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e il commercio con l’estero”.

Verrebbero abolite le Province e chiuderebbero per sempre anche le porte del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, il Cnel. Aumenterebbero i poteri della Corte Costituzionale (su richiesta potrebbe esprimere un parere preventivo sulle leggi che disciplinano Camera e Senato) e si abbasserebbe il quorum richiesto per il referendum abrogativo se i promotori riuscissero a raccogliere 800.000 firme: dall’attuale 50% più uno degli aventi diritto all’ipotetico 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni.

Il referendum costituzionale del 4 dicembre potrebbe cambiare anche le modalità di elezione del Capo dello Stato. Sarà sempre il Parlamento in seduta comune ad eleggere il presidente della Repubblica ma senza i delegati regionali (che ormai comporrebbero il nuovo Senato). Il quorum necessario per nominare il nuovo inquilino del Quirinale verrebbe modificato: due terzi dei componenti per i primi tre scrutini, tre quinti dei componenti dal quarto scrutinio al sesto e tre quinti dei votanti dal settimo scrutinio in poi.

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5 Commenti

Pasqualino Favilla

29 settembre 2016 alle 03:01

Votate NOOOOOOOOO, per i semplici motivi:
1. Non può scardinare la nostra Costituzione a suo piacimento.
2. Va propagandando in giro dicendo che si risparmierebbero un sacco di euro non pagando più 350 Senatori ma solo 100. Con 95 Consiglieri Regionali (maggioranza PD) e 5 Senatori a vita che prendono già i loro vitalizi e in (maggioranza PD), dopodiché saranno ca……amari. Perchè questo si chiama “SEMIPRESIDENZIALISMO” avendo tutto in mano lui.
Secondo voi non era meglio dimezzare Deputati e Senatori (visto che siamo l’ unico paese al mondo ad avere tutti questi personaggi) magna soldi? Si risparmierebbe ancora di più.
Renzi è una persona avida di potere!!!!! Diffidate da persone che prima dicono una cosa e poi cambiano idea.

Pia

30 settembre 2016 alle 09:52

Votate siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii! Possibile che siamo un paese così vecchio che anche solo l’idea un cambiamento getta nel panico persone che si suppone siano dotate perlomeno di media intelligenza? In Italia non cambia mai nulla: tutti ci lamentiamo ma pochissimi sono disposti ad impegnarsi per collaborare ad un cambiamento REALE, che avrà pure i suoi punti deboli (sui quali si potrà intervenire), ma ha anche grandi punti di forza. Non siate pavidi e misoneisti e votate SI.

marghe

30 settembre 2016 alle 18:32

Bisognerebbe votare ogni singolo cambiamento. Ci sono cose che potrebbero andare bene, altre pericolose ed altre ancora nolto più importanti che andrebbero cambiate ma non vengono minimamente menzionate.

andrea brusa

1 ottobre 2016 alle 20:07

troppi cambiamenti tutti assieme, e la maggior parte avrà gravissime conseguenze. se anche potrei essere d’accordo su qualche punto, il voler modificare 40 articoli della Costituzione mi costringe a votare e a consigliare a tutti di votare NO!

Rosanna Ladu

4 ottobre 2016 alle 19:02

Il 4 dicembre siamo chiamati a rispondere alla consultazione referendaria sulla Riforma costituzionale le cui obiezioni non possono essere ricondotte- proprio per l’importanza degli interessi in gioco- ad un excursus di intenzioni manifestamente esposte a titolo più propagandistico che concreto.
Siamo di fronte ad una crisi della rappresentanza politica e della democrazia partecipativa senza precedenti, che si interseca anche con la campagna in corso per l’eliminazione del c.d. Italicum (l’attuale legge elettorale).
Da giurista ritengo di esprimere con forza il mio No di merito, nonché di metodo.
Semplificazione, efficientamento della macchina pubblica, risparmio di denaro (sempre pubblico) assumono la veste di mere dichiarazioni di intenti, prive di disposizioni attuative coerenti in quanto le modifiche appaiono confuse, contraddittorie e tecnicamente mal scritte.
Il carattere tecnico-giuridico delle argomentazioni mal si presta ad una semplificazione per il linguaggio mediatico, ma basterebbe anche solo una piccola base di rudimenti di diritto pubblico per persuadere ad un orientamento deciso per il NO.
Vorrei ricordare una massima di Rousseau che diceva: gli inglesi credono di essere liberi ma lo sono solo quando mettono la scheda nell’urna. Poi sono servi di chi comanderà.
La deriva autoritaria di questa riforma è speculare alla metafora sopra esposta: passare da una democrazia (con tutti i limiti che talvolta il sistema presenta) ad una oligarchia, non mi sembra un bagaglio che voglio lasciare alle generazioni future.
VOTO NO

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