Il licenziamento penalizza la ricerca di un nuovo lavoro?
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7 Ott 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Il licenziamento penalizza la ricerca di un nuovo lavoro?

Essere licenziati non aiuta a trovare un altro posto. Ma non è obbligatorio segnalarlo sul curriculum. Resta comunque traccia nei Centri per l’Impiego.

 

Certo non è il modo migliore di lasciare un’azienda. Il momento in cui si viene licenziati è uno dei passaggi più traumatici della vita lavorativa di un dipendente. Se quel licenziamento penalizzerà o meno il futuro di chi è stato o di chi si è volontariamente allontanato dall’azienda, è una questione molto soggettiva. Dipenderà dall’interpretazione che darà chi leggerà il curriculum del licenziato. Dipenderà anche del fatto che il licenziamento sia stato per giusta causa o per giustificato motivo oggettivo o soggettivo, cioè per una crisi che costringe il datore di lavoro ad un taglio del personale o per una valutazione dell’azienda negativa nei confronti del dipendente.

C’è, comunque, un aspetto del licenziamento che penalizza la ricerca di un nuovo lavoro. Non ci vuole molto a capirlo, anzi: chi ci è già passato lo conosce molto bene. E’ il fatto che ad ogni colloquio, l’ipotetico nuovo datore sa che il candidato ha bisogno di lavorare, a volte a qualsiasi prezzo. Succede spesso, allora, che la trattativa parte molto ma molto al ribasso. A volte talmente al ribasso che il candidato finisce per alzarsi, ringraziare ed andare a bussare ad un’altra porta. L’azienda, forse, ha perso un talento senza saperlo. Il lavoratore licenziato viene, comunque, penalizzato.

 

 

Il licenziamento infanga il curriculum?

Come detto, ci sono molti fattori soggettivi dietro l’interpretazione che un futuro datore di lavoro darà al licenziamento. Se un lavoratore viene licenziato per giusta causa (si presenta sempre in ritardo, è in “finta malattia” il venerdì e il lunedì per farsi un week end lungo, ha rubato in azienda, ha molestato colleghi o colleghe, ha commesso delle azioni che compromettono in modo grave l’immagine dell’azienda…) dire che che il licenziamento infanga il curriculum è dire poco: dovrà essere molto fortunato perché un futuro potenziale datore di lavoro creda che il motivo del licenziamento sia stato un episodio isolato e che il candidato meriti una seconda opportunità.

 

Discorso diverso per chi viene licenziato per giustificato motivo oggettivo, introdotto dall’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero. In questo caso parliamo di dipendenti che, pur essendo sempre stati ligi al dovere, non solo non arrivavano in ritardo ma facevano degli straordinari gratis, le loro capacità erano al di sopra della media, sono stati lasciati a casa perché, a causa della crisi, l’azienda ha soppresso il loro posto di lavoro. Il licenziamento infanga il suo curriculum? Non se ne vede il motivo. Non è stato allontanato dall’azienda né per le sue capacità né per il suo impegno, ma semplicemente perché il suo datore di lavoro non era più in grado di pagargli lo stipendio. Chiunque sarebbe in grado di capire che quel lavoratore ha pieno diritto ad una seconda possibilità altrove.

 

Resta la via di mezzo, quella del licenziamento per giustificato motivo soggettivo. Scatta quando il lavoratore compie un’azione negativa rilevante ma non così grave da incorrere nel licenziamento per giusta causa: una negligenza non commessa con cattiva volontà ma che crea un danno all’azienda, ad esempio. In questo caso il licenziamento infanga il curriculum? Per rendere il concetto il più semplice possibile, la parola soggettivo rappresenta la valutazione dell’azienda e del giudice che condannerà o assolverà il lavoratore nel caso si arrivi in tribunale. Soggettiva sarà anche la valutazione del futuro ipotetico datore di lavoro: credere alla buona volontà del candidato quando ha compiuto quell’azione o ritenerlo negligente e dare il posto ad un altro.

 

Da prendere con le pinze, invece, il caso in cui il licenziamento sia volontario. Il candidato potrebbe essere tenuto a spiegare ad un probabile datore di lavoro il perché del suo gesto: motivi di soldi, incomprensioni con capi o colleghi, mansioni non gradite. A questo punto, il licenziamento infanga il curriculum? Sì se il candidato si presenta ad un colloquio con troppe pretese: “Ho lasciato perché aspiro al doppio dei soldi, perché voglio più responsabilità, perché il mio capo era un incompetente…”. Mai parlare male dell’azienda da cui si è usciti volontariamente: il futuro datore di lavoro potrebbe pensare che farete lo stesso di lui un domani. Non infanga il curriculum se il candidato è in grado di vendersi bene: “Voglio imparare di più, punto sulla mia crescita professionale…”

 

 

Il futuro titolare può sapere i motivi del licenziamento?

Una delle prime domande che si fanno in un colloquio di lavoro è: “Lei attualmente dove lavora?” Domanda scontata ma tattica, da parte del futuro titolare, per capire quanto ha bisogno di lavorare il candidato che ha davanti. Se sul curriculum non è stato segnalato i motivi del licenziamento (non è obbligatorio, anzi: sarebbe inopportuno scrivere la parola “licenziato”), il candidato dovrà giocare le sue carte per far capire al futuro titolare i motivi per cui è stato allontanato dall’azienda precedente. E qui scattano due campanelli da ascoltare con attenzione.

 

Il primo: sul curriculum non può mancare il nome dell’ultima azienda per la quale si ha lavorato. La mancanza di chiarezza o di trasparenza nei dati riportati penalizza la ricerca di un nuovo lavoro.

 

Il secondo campanello: posto che il candidato abbia dato una buona impressione, nulla vieta al futuro titolare di fare una telefonata alla vecchia azienda e chiedere delle informazioni sul vecchio dipendente. Se coincideranno con quello che è stato detto in sede di colloquio, si è sulla buona strada. In caso contrario, cioè se il candidato ha mentito o “glissato” sui motivi del licenziamento, la sua credibilità sarà pari a zero. Meglio bussare altrove. E parlare chiaro.

 

Quindi, del licenziamento non rimane traccia sul curriculum: basta dire che dalla data X alla data Y si è stati assunti in un’azienda. Ma sicuramente si verrà interpellati in sede di colloquio. Tanto vale dire la verità, altrimenti sì che il licenziamento penalizza la ricerca di un nuovo lavoro.

 

 

Resta traccia del licenziamento al Centro per l’Impiego?

Sì. L’azienda comunica il licenziamento al Centro per l’Impiego entro 5 giorni dalla data in cui è cessato il rapporto di lavoro. La comunicazione è obbligatoria in caso di licenziamento di un dipendente assunto a tempo indeterminato oppure, per contratti a tempo determinato di cessazione del rapporto in tempi antecedenti rispetto a quanto stabilito nella lettera di assunzione: risoluzione anticipata del contratto, recesso durante il periodo di prova, dimissioni o, appunto, licenziamento. Dunque, resta traccia del licenziamento al Centro per l’Impiego. Anche perché il lavoratore può usufruire, in questo modo, di alcune agevolazioni come l’iscrizione alle liste di mobilità per un periodo di tempo.

 

Non è detto, comunque, che del licenziamento resti traccia sulla scheda professionale del Centro per l’Impiego. Di norma si richiede di riportare sulla scheda i dati anagrafici, le esperienze lavorative, gli eventuali periodi di disoccupazione e le aspirazioni e la disponibilità del candidato. Ma non i motivi del licenziamento.

 

In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, in virtù della riforma Fornero [1], la procedura obbligatoria prende avvio con una comunicazione che il datore di lavoro invia alla Direzione Territoriale del Lavoro, in cui dichiara l’intenzione di procedere al licenziamento. Di norma la Dtl convoca un incontro di mediazione tra le parti. In caso di esito negativo, l’azienda procede al licenziamento effettivo e l’ormai ex dipendente può valutare se avviare una causa oppure mettere il cuore in pace e cominciare a cercare un altro lavoro. Del licenziamento, a questo punto, resta traccia negli uffici della Direzione del Lavoro.


[1] Legge 92/2012.

 


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