Se sul contratto manca la firma della banca
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1 Ott 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


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Se sul contratto manca la firma della banca

Cosa succede se un contratto di conto corrente non è sottoscritto dall’istituto di credito? La giurisprudenza di merito sfida la Cassazione.

 

Il Tribunale di Padova, con una pronuncia resa ad agosto di quest’anno, ha criticato il recente cambio di rotta della Cassazione sul tema della validità dei contratti tra banca e cliente conclusi senza la firma dell’istituto di credito. Come si sa, nella maggior parte dei casi tali accordi vengono perfezionati (anche a distanza) con la semplice sottoscrizione del cliente apposta su moduli prestampati dalla banca. Il giudice di merito, sconfessando le conclusioni della Suprema corte, afferma la piena efficacia di tali contratti.

Il tradizionale e consolidato orientamento della Cassazione

Prima del marzo 2016, la Corte di cassazione si mostrava granitica nell’affermare la validità del contratto stipulato anche senza la firma della banca [1]. I giudici, infatti, ponevano l’accento sul fatto che la legge non richiede la contestualità della firma, limitandosi a stabilire che il contratto va stipulato in forma scritta [2].

 

In primo luogo, si osservava che se sul contratto firmato dal cliente fosse presente la dicitura «un esemplare del presente contratto ci è stato da voi consegnato», il requisito della forma scritta sarebbe stato pienamente rispettato. In secondo luogo, la Cassazione era concorde nell’affermare che alcuni comportamenti della banca potessero sostituire integralmente l’eventuale mancanza di firma. In questo senso, sia la produzione in giudizio del contratto da parte dell’istituto di credito, sia il compimento di determinati atti nei confronti del cliente (si pensi all’emissione e alla consegna di estratti conto), venivano considerati sufficienti a determinare la piena validità del contratto (ad esempio, di conto corrente) tra banca e cliente.

 

In altri termini, si affermava che tali comportamenti esternassero chiaramente al cliente la volontà di eseguire (e quindi, ancor prima, di concludere) il contratto non firmato. Essi, quindi, venivano intesi come una manifestazione equivalente alla sottoscrizione dell’accordo stesso. Ciò a meno che la parte sottoscrivente (cioè il cliente) non avesse già revocato la proposta o non fosse deceduta (secondo la legge, la morte del proponente comporta l’estinzione automatica della proposta [3]).

Nel 2016 la Cassazione cambia opinione

Con due pronunce rese a distanza di circa un mese, la Cassazione ha ribaltato completamente l’orientamento descritto, operando un cambiamento di rotta su principi che sembravano ormai pacificamente acquisiti. Con una prima sentenza [4], la Corte afferma che se la banca produce in giudizio il contratto sottoscritto dal cliente, ciò non può valere a perfezionare il contratto retroattivamente, ma ha valenza solo per il futuro.

 

Ne deriva che tutti gli addebiti effettuati nei confronti del cliente (si pensi a pagamenti di spese commissioni o di interessi che superino il tasso legale) vanno considerati nulli proprio perché derivanti da un accordo invalido. La legge, inoltre, vieta espressamente che un contratto nullo possa essere successivamente convalidato [5].

 

Quanto ai comportamenti concludenti di cui si è detto (come l’emissione di estratti conto), i giudici affermano che l’atteggiamento successivo delle parti non può sostituire la forma scritta. Quest’ultima, infatti, è richiesta dalla legge come elemento fondamentale e costitutivo del contratto, la cui mancanza comporta inevitabilmente la nullità [6]. Viene evidenziato che è il documento scritto a dover esprimere la volontà contrattuale delle parti, non il contrario. I comportamenti successivi della banca, invero, possono solo valere a dare esecuzione ad un contratto già sottoscritto, ma non a perfezionare il contratto stesso. Essi, pertanto, non sono idonei sostituire un requisito essenziale dell’accordo.

 

La seconda delle sentenze in esame [7], poi, afferma che dalla nullità del contratto non deriva obbligatoriamente l’invalidità dell’intero rapporto tra banca e cliente. Quest’ultimo, invero, ben può avere interesse a far dichiarare la nullità solo di alcuni effetti scaturenti dall’accordo, ossia quelli per lui svantaggiosi (cosiddetta «nullità selettiva»), salvaguardandone altri. In altri termini, il cliente avrebbe la possibilità di eccepire la nullità solo per alcuni dei contratti attuativi del «contratto quadro» stipulato con l’istituto, senza con ciò abusare del proprio diritto. Infatti, in questi casi si parla di «nullità di protezione», cioè uno strumento posto dall’ordinamento a tutela della parte più debole del rapporto contrattuale. Tale specie di invalidità può essere dichiarata solo a beneficio della parte debole (cliente), e mai a suo svantaggio.

Il Tribunale di Padova auspica l’intervento delle sezioni unite

Con una sentenza resa poco più di un mese fa [8], il Tribunale di Padova ha sconfessato gli ultimi orientamenti della Cassazione, criticando il brusco cambio di rotta operato rispetto al passato. Secondo il giudice di merito, il contratto stipulato dal cliente è valido anche se non è presente la firma della banca. Viene ribadito, infatti, che la legge richiede solo la forma scritta, e non la doppia sottoscrizione ai fini del perfezionamento dell’accordo. Inoltre, si richiama il principio secondo cui il contratto si conclude quando chi ha fatto la proposta viene a conoscenza dell’accettazione dell’altra parte.

 

Ne deriva che va ritenuto efficace il contratto di conto corrente non firmato dall’istituto bancario, che però, mediante l’emissione e la consegna degli estratti conto al cliente, ha adottato un comportamento idoneo a ritenere l’accordo perfezionato. Nell’aderire allo storico e consolidato orientamento della Cassazione, dunque, il giudice auspica un’intervento delle sezioni unite che risolva definitivamente il contrasto creatosi.


[1] Cass. sent. n. 4564/2012 del 22/03/2012.

[2] Art. 117, D.Lgs. n. 385/1993.

[3] Art. 1329 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 5919/2016 del 24/03/2016.

[5] Art. 1423 cod. civ.

[6] Art. 1350 cod. civ.

[7] Cass. sent. n. 8395/2016 del 27/04/2016.

[8] Trib. Padova, sent. n. 2396/2016 del 04/08/2016.

 


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