L’avvocato che trascina il cliente in causa lo risarcisce
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30 Set 2016
 
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Redazione
 


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L’avvocato che trascina il cliente in causa lo risarcisce

Condanna esemplare: fino a 20mila euro a carico dell’avvocato che spinge il cliente a impugnare la sentenza sfavorevole pur non avendo possibilità di successo.

 

«…E noi facciamo appello; che tanto ci daranno sicuramente ragione» potrebbe dirti un avvocato poco professionale e scorretto. Tanto poi, chi perde è il cliente ed è quest’ultimo a pagare. Invece no: secondo una sentenza di ieri della Cassazione [1], l’avvocato che spinge l’assistito inesperto a fare opposizione contro la sentenza sfavorevole è tenuto a risarcirgli i danni. Danni che possono arrivare anche a 20.000 euro. Una pronuncia che imporrà, d’oggi in poi, ad ogni legale scrupoloso, di “mettere tutto per iscritto” e far firmare, al cliente, una liberatoria con cui, avvisandolo dei rischi connessi all’appello o al ricorso per cassazione, lo esonera da ogni responsabilità. In questo modo, quantomeno, dinanzi a un foglio scritto, l’assistito avrà la possibilità e tutto il tempo per meditare su una scelta delicatissima: chi soccombe, infatti, nel giudizio di impugnazione può essere condannato non solo alle spese processuali, ma anche a sanzioni economiche particolarmente elevate.

 

Si tratta, nelle intenzioni della sentenza in commento, di un valido effetto deterrente contro le facili impugnazioni: una sorta di sanzione per via indiretta a carico del legale (su iniziativa del cliente) per essere questi un soggetto esperto e, in quanto tale, tenuto a sapere quando l’impugnazione è pretestuosa o meno.

 

Da oggi, quindi, pagheranno anche gli avvocati? Non così facilmente. Secondo la Cassazione, presupposto per rivalersi contro il proprio avvocato è che: I) sia stato quest’ultimo a insistere e a fare, sostanzialmente, la scelta definitiva dell’impugnazione; II) e che il ricorso sia palesemente infondato. Prove che devono essere fornite ovviamente dall’assistito e che difficilmente potranno essere offerte se il legale è stato previdente da farsi autorizzare per iscritto, facendosi firmare un liberatoria. Mentre, quando ciò non avviene, si potrebbe profilare il rischio di doppia condanna: la prima, alle spese processuali, nei confronti del cliente; la seconda, in via di rivalsa, nei confronti dell’avvocato [2].

In questo modo si consente al privato di recuperare le somme dovute alla controparte grazie alla condanna del professionista, con tempi più rapidi e con minori oneri a carico dello Stato.

 

Sempre ieri, ma in un’altra sentenza [3], la stessa Cassazione ha avuto modo di ribadire la possibilità dell’azione di risarcimento dei danni contro l’avvocato che conosceva o doveva conoscere l’infondatezza e la temerarietà dell’opposizione e che, nonostante ciò, abbia spinto il cliente alla causa. In tale ipotesi, scatta il cosiddetto abuso del processo per la sua condotta gravemente colposa.

Il presupposto della richiesta di risarcimento, da parte dell’assistito, è la violazione di una regola fondamentale posta dal codice civile in tema di esecuzione dei contratti (ivi compreso quello tra professionista e cliente): la giusta diligenza nell’esercizio del mandato cui è chiamato ad adempiere chi svolge una prestazione professionale altamente qualificata, come quella dell’avvocato.

 


[1] Cass. sent. n. 19285/16.

[2] Il tutto in linea con lo scopo dell’art. 96 co. 3, cod. proc. civ.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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