La prova nel processo tributario
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30 Set 2016
 
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La prova nel processo tributario

Divieto di utilizzo della prova testimoniale, la confessione e l’interrogatorio.

 

Nel processo tributario esistono importanti limitazioni alla prova del diritto controverso, non essendo ammessi come mezzi probatori, ex art. 7, comma 4, del d.lgs. 546/1992:

— il giuramento;

— la testimonianza.

 

Il divieto di utilizzo, ai fini probatori, della prova testimoniale ha generato, soprattutto in giurisprudenza, frequenti dibattiti, legati alle portata applicativa di tale principio in sede contenziosa.

 

 

Divieto di utilizzo della prova testimoniale

Tale limitazione nasce dalla natura (documentale) del processo tributario, anche se la maggioranza della dottrina (20) sostiene che, a fronte del previsto utilizzo di presunzioni, anche semplici, da parte dell’A.f., risulta oltremodo sfavorevole la posizione del contribuente che non può contrapporre la prova testimoniale.

A tal proposito, la Corte di Cassazione, con la sentenza del 14 agosto 2002, n. 12210, ha sottolineato che «il divieto di ammissione della prova testimoniale, sancito dall’art. 7, quar- to comma, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, non comporta la conseguente inammis- sibilità della prova per presunzioni, ai sensi dell’art. 2729, secondo comma, c.c. — secondo il quale le presunzioni non si possono ammettere nei casi in cui la legge esclude la prova testimoniale — poiché questa norma, attesa la natura della materia ed il sistema dei mezzi di indagine a disposizione degli uffici e dei giudici tributari, non è applica- bile nel contenzioso tributario».

Peraltro, da tale limitazione scaturiscono, come vedremo, tutta una serie di questioni che involgono anche i rapporti tra il contenzioso tributario e gli altri processi civile, penale ed amministrativo.

 

Come ritenuto, invece, dalla Dottrina sono da ritenersi ammissibili quali mezzi di prova nel contenzioso tributario:

—   la confessione;

—   l’interrogatorio.

 

A tal proposito il Russo ha precisato come «si può dubitare che le Commissioni Tributarie possano ordinare la comparizione delle parti per sottoporle all’interrogatorio libero di cui all’art. 117 del codice di procedura civile, stante il silenzio serbato dall’art. 7 nell’elencare i poteri istruttori di detto giudice; ma se si ammette, come ritengo, che nel processo tributario possano trovare ingresso tanto la confessione stragiudiziale quanto quella giudiziale (ancorché non come prova legale sebbene quale prova liberamente valutabile dal giudice), allora non v’è motivo per escludere l’esperibilità in tale processo, a seguito della deduzione della parte interessata, dell’interrogatorio formale che è per l’appunto lo strumento inteso a provocare quest’ultimo tipo di confessione» [1].

 

Anche la Cassazione, a volte, ha ammesso l’utilizzo della prova testimoniale, richiamando, all’uopo, i principi di cui all’art.2724 c.c., esclusivamente, però, nelle ipotesi in cui il contribuente dimostri di trovarsi, per causa a lui non imputabile, nell’impossibilità di produrre la documentazione necessaria a provare un suo diritto, come, ad esempio, nel caso di furto di documenti (Cfr.  Cass. 25713/2009).

 

In merito alla questione delle prove nel contenzioso in esame, la Dottrina ha rilevato che:

«Non è dubbio che le dichiarazioni paratestimoniali — raccolte dagli uffici tributari e dalla G. di F. fuori dal processo e senza le garanzie proprie dell’assunzione della prova testimoniale, e versate dall’ente impositore nel processo tributario attraverso il deposito del p.v.c. — non possano costituire da sole il fondamento dimostrativo della pretesa erariale. In forza del principio di simmetria probatoria, l’inammissibilità processuale della prova testimoniale ridonda sull’istruttoria amministrativa degradando l’efficacia dimostrativa di tali dichiarazioni a quella degli indizi.

 

Tali dichiarazioni, pertanto, sono utilizzabili dall’A.f. solo insieme ad altri e ben più qualificati elementi possono legittimare l’emissione dell’avviso di accertamento. Analoga efficacia, ancora, hanno nel processo i verbali di testimonianze acquisite in altri processi. Anche in tal caso, siamo in presenza di prove atipiche in sede fiscale, inidonee a supportare sul piano dimostrativo la ricostruzione storica operata dal giudice tributario. In base al principio costituzionale di parità delle armi, a sua volta, il contribuente ha la facoltà di avvalersi nel processo di dichiarazioni scritte di terzi a condizione che sia possibile identificare il soggetto che ha reso la dichiarazione.

 

In non pochi casi, ancora, la prova testimoniale si presenta quale unico mezzo idoneo a ricostruire gli eventi del passato: la simulazione di un contratto, la non abitualità dell’esercizio di un’attività economica, il sostenimento delle spese di mantenimento dei beni as- sunti a fatti noti dal redditometro, l’inerenza o meno di un bene all’attività economica, sono altrettanti enunciati fattuali non sempre dimostrabili attraverso altri mezzi di prova. L’inammissibilità di un mezzo di prova si traduce nella compressione del grado di attendibilità della ricostruzione storica ottenibile nel processo, sì da violare nella nostra materia pure il principio di capacità contributiva (22)».

 

Anche il divieto di ammissione del giuramento e della prova testimoniale ben si giustifica in questa visione del processo tributario come fondato su prova scritta precostituita, integrata e verificata, ove occorra, dalla Commissione Tributaria con l’esercizio dei poteri che l’art. 7 del d.lgs. 546/1992 le conferisce (23)».

 

processo-tributario


[1] P. Russo, op. cit.

[2] Cfr. Giuseppe Maria Cipolla, in «Consiglio Presidenza Giustizia Tributaria – Seminario di aggiornamen- to professionale per i magistrati delle Commissioni tributarie della regione Lazio – Roma 4 aprile 2014.

[3] Cfr. C. R. Calderone, Il processo tributario al bivio tra consolidamento strutturale ed ulteriore riformismo, Il fisco n. 36 dell’8 ottobre 2001).

 


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