Processo tributario e penale: differenze
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30 Set 2016
 
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Processo tributario e penale: differenze

L’autonomia del processo tributario rispetto al procedimento penale.

 

Il tema dei rapporti tra procedimento penale e processo tributario assume una rilevanza tutta particolare nella cornice del nuovo sistema penal-tributario introdotto dal d.lgs. 74/2000, a fronte del generale spostamento a valle della linea di intervento punitivo e dell’introduzione di soglie di punibilità ragguagliate all’ammontare dell’imposta evasa, con conseguente devoluzione al giudice penale di compiti di verifica spesso integralmente sovrapponibili a quelli del giudice tributario.

 

Al riguardo, il legislatore ha decisamente scartato qualsiasi soluzione che postulasse l’affermazione di un rapporto di pregiudizialità tra procedimenti nell’uno o nell’altro senso (pregiudiziale tributaria al processo penale o pregiudiziale penale al processo tributario).

Tale scelta è stata fatta, da un lato, per evitare l’inaccettabile dilatazione dei tempi di intervento che avrebbe portato ad una drastica attenuazione dell’efficacia del sistema sanzionatorio penale, dall’altro, per le diverse regole probatorie valevoli nei due processi, non esportabili sic et simpliciter dall’uno all’altro senza conseguenze penalizzanti per l’imputato o per l’amministrazione finanziaria.

 

Pertanto, in sostanziale continuum con il panorama normativo vigente, il legislatore ha affermato il principio dell’autonomia reciproca dei due processi, segnatamente escludendo — sulla falsariga dell’articolo 12, primo comma, prima parte, del d.l. 429/1982 — che il processo tributario possa essere sospeso per la pendenza del procedimento penale avente ad oggetto i medesimi fatti o fatti dal cui accertamento dipende la relativa definizione.

 

Quanto alla regola inversa dell’impossibilità di sospensione del processo penale per la pendenza di quello tributario, essa discende dalle regole generali del codice di procedura penale (articoli 3 e 479).

 

Il d.lgs. 74/2000 non ha invece, del pari, dettato disposizioni particolari sull’efficacia del giudicato penale nel processo tributario, del tipo di quella già prevista dall’articolo 12, primo comma, seconda parte, del d.l. 429/1982, e peraltro, ritenuta dalla giurisprudenza di legittimità tacitamente abrogata dal nuo- vo codice di rito (cfr. Cass. 10-6-1998, n. 5730 e Cass. 20-10-94, n. 10892).

 

Trovano, quindi, applicazione le disposizioni ordinarie, ed in particolare l’art. 654 c.p.p. secondo cui «nei confronti dell’imputato della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo penale, la sentenza penale irrevocabile di condanna o d assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo, quando in questo si controverte intorno a un diritto o ad un interesse legittimo il cui riconoscimento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale, purché i fatti accertati sia- no stati ritenuti rilevanti ai fini della decisione penale e purché la legge civile non ponga limitazioni alla prova della posizione soggettiva controversa».

 

A tal proposito, importante è quanto ritenuto di recente dalla sezione tributaria della Suprema Corte secondo cui «il giudice tributario può fondare il proprio convincimento anche su prove acquisite in sede penale e ciò indipendentemente dalla circostanza che si tratti di una pronuncia priva di efficacia di giudicato in sede diversa da quella penale» (cfr. Cass. sez. trib. sent. del 22 settembre 2000, n. 12577).

 

In linea con tale orientamento, la stessa Cassazione, ha affermato: «La sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 del codice di procedura penale (cosiddetto patteggiamento) costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito, il quale, qualora intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione. Detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, può essere utilizzato come prova per l’emissione di un avviso di accertamento e, dal giudice tributario, nel giudizio sulla legittimità dell’accertamento» (Cass. sent. 19251/2005).

 

 

L’applicazione del favor rei

Come rilevato dalla sezione tributaria della Cassazione nella citata sentenza 4053/2001, i giudici tributari nel determinare la sanzione devono tener conto del principio del favor rei, di cui all’art. 3 del d.lgs. 472/1997, senza che all’uopo necessiti una domanda di parte.

In applicazione di tale principio, «se la legge in vigore al momento in cui è stata commessa la violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di entità diversa, si applica la legge più favorevole, salvo che il provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo».

Pertanto, il principio del favor rei potrà essere applicato retroattivamente, incontrando, quale unico limite alla sua attuazione, la sussistenza di un provvedimento sanzionatorio divenuto definitivo.

 

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