Integrazione al trattamento minimo, quando non è dovuta?
Lo sai che?
1 Ott 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Integrazione al trattamento minimo, quando non è dovuta?

Integrazione al minimo: come verificare se sono superati i limiti di reddito e se la richiesta dell’Inps è tardiva, quando e come restituire gli indebiti.

 

Non sono rare le comunicazioni da parte dell’Inps con cui l’Istituto chiede di restituire l’integrazione al minimo della pensione, per superamento dei limiti di reddito. In questi casi, è opportuno verificare se i limiti di reddito che danno diritto al beneficio sono effettivamente stati superati, se si ha diritto alla sanatoria che comporta la mancata restituzione dell’indebito, o se i termini per la richiesta sono prescritti.

 

 

Integrazione al minimo: limiti di reddito

Innanzitutto, per verificare se la richiesta di rimborso da parte dell’Inps è corretta, per la non spettanza o il diritto parziale all’integrazione al trattamento minimo, bisogna verificare sia a quanto ammonta il reddito personale, sia a quanto ammonta il reddito personale sommato a quello del coniuge.

La verifica dei limiti di reddito è piuttosto complessa: vediamo di semplificare i passaggi necessari.

In primo luogo va chiarito che l’integrazione al trattamento minimo non è un importo spettante in misura fissa, ma una somma, variabile, che serve per portare la pensione al cosiddetto minimo vitale, pari, nel 2016, a 501,89 euro al mese. In pratica, grazie all’integrazione, l’importo della pensione viene sollevato sino ad arrivare alla predetta cifra mensile.

Non tutte le prestazioni sotto la soglia minima possono essere, però, integrate, ma per aver diritto all’incremento è necessario rispettare determinati requisiti di reddito.

Nel dettaglio, chi non è sposato, o risulta legalmente separato o divorziato, ha diritto all’integrazione al minimo:

  • in misura piena, se possiede un reddito annuo non superiore a 6.524,07 euro;
  • in misura parziale, se possiede un reddito annuo superiore a 6.524,07 euro, sino a 13.049,14 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo annuo).

Se il reddito supera la soglia di 13.049,14 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Facciamo un esempio per capire meglio:

  • se l’interessato ha un reddito complessivo pari a 5.000 euro all’anno ed una pensione di 200 euro mensili, ha diritto all’integrazione piena della pensione, sino ad arrivare a 501,89 euro;
  • se, invece, il reddito complessivo dell’interessato risulta pari a 10.000 euro, l’integrazione della pensione non può essere totale, ma parziale, pari alla differenza tra il limite di reddito di 13.049,14 ed il reddito complessivo. Per calcolare l’integrazione mensile, si deve dunque sottrarre il reddito totale del pensionato dalla soglia limite, e dividere la cifra per 13. In questo caso dovremmo eseguire la seguente operazione: (13.049,14-10.000): 13. Avremmo dunque un’integrazione mensile pari a circa 235 euro, che darebbe luogo ad una pensione di 435 euro al mese.

 

Chi risulta sposato, invece, ha dei limiti di reddito più alti, per l’integrazione al minimo, ma deve considerare nelle soglie massime anche il reddito del coniuge. In particolare si ha diritto all’integrazione:

  • in misura piena, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge non supera 19.573,71 euro, ed il reddito dell’interessato non supera i 6.524,07 euro;
  • in misura parziale, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge supera i 19.573,71 euro, sino a 26.098,28 euro (cioè sino a quattro volte il trattamento minimo annuo) ed il reddito del pensionato non supera i 13.049,14 euro.

Nel caso in cui il pensionato sia sposato deve essere applicato, in pratica, un doppio confronto, tra limite personale di reddito e limite di reddito personale e del coniuge: l’integrazione applicata è pari all’importo minore risultante dal doppio confronto.

Se il reddito personale e del coniuge supera i 26.098,28 euro, o se il solo reddito personale supera la soglia di 13.049,14 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

 

Facciamo un esempio per capire meglio:

  • se il reddito coniugale (inteso come somma dei redditi personali e del coniuge) complessivo è pari a 10.000 euro annui, il reddito personale non supera i 6.524,07 euro e la pensione dell’interessato è pari a 200 euro mensili, questi ha diritto all’integrazione piena della pensione, sino ad arrivare a 501,89 euro;
  • se, invece, il reddito coniugale complessivo risulta pari a 25.000 euro, l’integrazione della pensione non può essere totale, ma parziale, pari alla differenza tra il limite di reddito di 26.098,28 ed il reddito complessivo. Per calcolare l’integrazione mensile, si deve dunque sottrarre il reddito totale del soggetto dalla soglia limite, e dividere la cifra per 13. In questo caso dovremmo eseguire la seguente operazione: (26.098,28 -25.000): 13. Avremmo dunque un’integrazione mensile pari a circa 25 euro, che darebbe luogo ad una pensione di 225 euro al mese.

Attenzione, in quest’ultimo caso, alla doppia soglia: se il reddito coniugale non supera i 26.098,28,ma il reddito del pensionato supera il limite individuale di 13.049, 14 euro, non si avrà diritto ad alcuna integrazione.

Va poi applicata l’integrazione minore risultante dal confronto tra limite e reddito coniugale e limite e reddito personale.

Nessun limite di reddito coniugale, invece, è applicabile alle integrazioni al minimo per le pensioni con decorrenza anteriore al 1994.

 

 

Integrazione al minimo: quali redditi non contano

Ad ogni modo, non tutti i redditi devono essere contati nella soglia limite. Non concorrono a formare il tetto massimo, difatti:

  • il reddito della casa di abitazione;
  • la pensione da integrare al minimo;
  • il Tfr ed i trattamenti assimilati (Tfs, Ips), comprese le relative anticipazioni;
  • i redditi esenti da Irpef, come le pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni degli invalidi civili, i trattamenti di famiglia, etc.

Tutti gli altri redditi, invece, devono essere inclusi nel computo.

 

 

Richiesta di restituzione illegittima

Se si riscontra, in base ai limiti di reddito elencati, che la richiesta di restituzione dell’integrazione al minimo sia illegittima, si deve inoltrare dapprima un ricorso amministrativo all’Inps (anche tramite web, dalla sezione del sito web dell’Inps servizi al cittadino- ricorsi online; oppure è possibile inoltrare il ricorso tramite patronato o tramite un consulente del lavoro), se non sono passati 90 giorni dalla data di notifica del provvedimento (la data in cui è stato ricevuto il provvedimento). Diversamente, può essere esperita una causa giudiziale.

Se, invece, la richiesta dell’Inps risulta legittima, sulla base del superamento delle soglie di reddito, bisogna comunque sapere che, in certi casi, si può fruire di una sanatoria [1] che evita di dover restituire le prestazioni indebite erogate dall’Istituto.

 

 

Sanatoria degli indebiti Inps

In particolare, si beneficia della sanatoria, nel caso in cui l’indebito erogato dall’Inps sia dovuto a una valutazione mancata o errata dei redditi del pensionato, se ricorrono determinati presupposti, in considerazione del fatto che l’Istituto ha l’onere di verificare ogni anno i redditi che possono incidere sulla misura o sul diritto alle prestazioni previdenziali. In particolare:

  • se i redditi che hanno inciso sul diritto o sulla misura della pensione non erano, in principio, conosciuti dall’Istituto, l’indebita erogazione delle somme deve essere notificata entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di conoscenza dei redditi;
  • se i redditi che hanno inciso sul diritto o sulla misura della pensione erano compresi nella dichiarazione annuale dei redditi (730 o Modello Unico), l’indebita erogazione delle somme deve essere notificata entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello della dichiarazione.

In caso contrario, le somme non possono essere chieste indietro (eccettuate le ipotesi di dolo del contribuente).

Non può invece essere applicata la sanatoria se i redditi non erano conosciuti dall’Inps, né conoscibili attraverso le dichiarazioni 730 e modello Unico  e sussisteva l’obbligo, da parte dell’interessato, di dichiararli. È  il caso in cui il contribuente possiede determinati redditi non dichiarabili col 730 o col modello Unico, o, pur possedendo dei redditi, è esonerato dalla presentazione del 730 e del modello Unico (ad esempio perché in possesso di un solo Cud, senza altri introiti, immobili compresi). In queste ipotesi, il contribuente deve presentare il modello Red per informare l’Inps.

Bisogna infine considerare che l’Inps ha un termine massimo di 10 anni, in ogni caso, per domandare la restituzione degli indebiti.

In conclusione:

  • se, in base alle soglie limite di reddito elencate, l’interessato accerta comunque di aver diritto alle integrazioni al trattamento minimo erogate, può inoltrare ricorso amministrativo e, successivamente, giudiziale;
  • se il pensionato accerta di non aver diritto alle integrazioni, ma accerta anche che i redditi che hanno determinato il superamento della soglia sono stati dichiarati con modello 730 o Unico e che i termini per la restituzione da parte dell’Inps sono scaduti (ad esempio, per i redditi 2014, dichiarati con 730 2015, la notifica deve essere effettuata entro il 31 dicembre 2016; per i redditi 2013 entro il 31 dicembre 2015; per i redditi 2012 entro il 31 dicembre 2014 e per i redditi 2011 entro il 31 dicembre 2013), può inoltrare ugualmente ricorso amministrativo e giudiziale;
  • se il pensionato, invece, accerta di non aver diritto alle integrazioni e accerta anche che l’Inps ha richiesto l’indebito nei termini, o accerta di non aver presentato il modello Red, se in possesso di redditi non dichiarabili nel 730 o nel modello Unico, tutto ciò che può fare è saldare le somme non dovute, eventualmente domandando una dilazione.

 

 

Inps: recupero degli indebiti

L’Inps può recuperare l’indebito con una delle seguenti modalità:

  • compensazione con crediti del pensionato nei confronti dell’Inps: sono esclusi dalla compensazione gli assegni al nucleo familiare (Anf), la pensione o l’assegno sociale ed i trattamenti di invalidità civile, a meno che il debito e il credito del pensionato si riferiscano a prestazioni erogate allo stesso titolo e per lo stesso periodo;
  • trattenute sulla pensione: in questo caso, il recupero può essere effettuato entro 1/5 della somma delle pensioni in pagamento, ferma restando la salvaguardia del trattamento minimo, e senza interessi, a meno che la percezione non spettante sia dovuta a dolo dell’interessato; nessun recupero può essere effettuato sugli Anf, le pensioni e gli assegni sociali, e sui trattamenti di invalidità civile, se non per indebiti relativi allo stesso tipo di prestazione;
  • pagamento con rimesse in denaro: a seconda della situazione del debitore e dell’importo dovuto, l’Inps può stabilire un piano di recupero della durata massima di 24 mesi, salvo situazioni eccezionali.

[1] Art. 13, L. 412/1991.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti