Le spese del giudizio nel processo tributario
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1 Ott 2016
 
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Le spese del giudizio nel processo tributario

Processo tributario: condanna e compensazione delle spese processuali, la lite temeraria, il reclamo.

 

Tra i principi e i criteri direttivi contemplati dal d.lgs. 156/2015 (Gazzetta Ufficiale 7 ottobre 2015, S.O. n. 55/L) figura il rafforzamento del principio   di   soccombenza   nella   liquidazione   delle   spese   di   giudizio.

L’art. 9, comma 1, lettera f) del citato decreto ha modificato l’art.15 del d.lgs 546/1992, ispirandosi all’esigenza di scoraggiare l’abuso dello strumento del ricorso tributario, favorendo l’utilizzo degli strumenti deflattivi, ma, allo stesso tempo, anche all’esigenza di evitare che la parte sia costretta a sopportare gli oneri del giudizio nel caso di pretesa tributaria infondata.

 

In base a tale regola, infatti, la parte che risultava soccombente in giudizio poteva essere condannata dalla Commissione tributaria al pagamento delle spese processuali secondo la normativa stabilita dall’art. 91 e ss. c.p.c. I giudici tributari, quindi, non erano obbligati a condannare la parte soccombente alla rifusione delle spese processuali in quanto, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., avevano la facoltà di dichiarare le spese compensate in tutto o in parte, ove vi fossero dei presupposti, rimessi alla loro valutazione. Tuttavia, a seguito dell’approvazione delle ll. nn. 80/2005 e 263/2005, si è legata la concedibilità della compensazione delle spese, oltre che al caso della reciproca soccombenza, an- che a quello in cui «concorrano altri giusti motivi» rimessi alla valutazione dei giudici. Non a caso, l’art. 92, comma 2 c.p.c., nella formulazione in vigore dal 1° marzo 2006, stabiliva: «Se vi è soccombenza reciproca o concorro- no altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti».

 

Deve segnalarsi, ancora, che la l. 69/2009, la cui nuova formulazione si applica ai giudizi instaurati successivamente al 4 luglio 2009, ha sostituito il requisito dei semplici «altri giusti motivi», per compensare le spese di giudizio, con le altre «gravi ed eccezionali ragioni», in tal modo, imbrigliando l’eccessiva discrezionalità fino a questo momento lasciata ai giudici in materia di spese processuali, in quanto la compensazione delle spese doveva essere puntualmente motivata dal giudice ed ancorarsi a preci- si presupposti, non essendo più lasciato spazio in materia alla discrezionalità del medesimo.

 

Dalla linea tracciata da tale quadro normativo ha preso le mosse il Legislatore delegato con il Decreto n. 156/2015, in vigore, come già segnalato, dal 1° gennaio 2016, che ha modificato l’art. 15 del d.lgs. 546/1992: al comma 1, è stato soppresso il secondo periodo con cui si rinviava all’art. 92, comma 2, c.p.c. per la compensazione totale o parziale delle spese di lite. Altra novità, più rilevante, è rappresentata dal rafforzamento del principio secondo cui le spese processuali seguono la soccombenza, con l’introduzione della previsione ex comma 2 che «le spese di giudizio possono essere compensate in tutto o in parte dalla commissione tributaria soltanto in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate».

In buona sostanza, la parte che risulti soccombente nel merito, deve esse- re condannata a rimborsare le spese del giudizio liquidate in sentenza, salvo compensazione delle medesime, che può essere disposta solo qualora siano presenti le condizioni alternative della soccombenza reciproca (cfr, Cass. n. 901/2012) o della sussistenza, nel caso concreto, di gravi ed eccezionali ragioni, espressamente motivate dal giudice nel provvedimento che decide sulle spese. Pertanto, i casi in cui sarà prevista la compensazione delle spese sono differenti rispetto a quanto previsto dall’art. 92 c.p.c., secondo cui la compensazione è possibile solo in caso di assoluta novità della questione trattata o di cambiamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

 

 

Liti temerarie

È stato, altresì, introdotto il comma 2bis, disposizione vol- ta a scoraggiare le liti temerarie, per cui «si applicano le disposizioni di cui all’art. 96, commi primo e terzo, del codice di procedura civile»; ciò significa che in tema di giudizio condotto con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza di parte, potrà condannare l’altra parte, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni (liquidati anche d’ufficio, in sentenza) e potrà, comunque, condannare la parte soccombente al pagamento, di una somma equitativamente determinata.

 

A tal proposito, l’Amministrazione finanziaria, con la citata Circolare n. 38/E, ha chiaramente previsto che «…Con l’introduzione nel corpo dell’articolo 15 del nuovo comma 2bis, il legislatore, al fine di scoraggiare le c.d. liti temerarie, richiama espressamente l’applicabilità dell’articolo 96, primo e terzo comma, c.p.c., in tema di condanna al risarcimento del danno per responsabilità aggravata, che si aggiunge alla condanna alla refusione delle spese di lite.». Sul punto, prosegue la Circolare, «la giurisprudenza di legittimità ha elaborato alcuni criteri per il riconoscimento della temerarietà della lite, affermando che “oltre alla soccombenza totale e non parziale, la condanna per responsabilità aggravata postula che l’istante deduca e dimostri la concreta ed effettiva esistenza di un danno in conseguenza del comportamento processuale della controparte, nonché la ricorrenza, in detto comportamento, del dolo o della colpa grave.» (Cass. 5 marzo 2015, n. 4443)».

 

Nel caso in cui la Commissione tributaria condanni alla rifusione delle spese, le stesse sono liquidate in sentenza, sulla base della presentazione, da parte del difensore, della nota spese di cui all’art. 75 delle disp. att. c.p.c., con distinta indicazione di onorari e spese in relazione agli articoli della tariffa, tenendo conto della complessità della lite e del suo valore economi- co. Tuttavia, come chiarito dalle sezioni unite della Suprema Corte, il giudice è tenuto alla liquidazione delle spese indipendentemente da una specifica richiesta della parte, trattandosi di una pronuncia consequenziale e accessoria (Cass. S.U. sent. n. 6242/88 e Cass. sent. n. 5720 del 13-6-94). Il nuovo comma 2ter dell’art.15, D.Lgs. 546/92 ha, invece, reso più specifica la disciplina della rifusione delle spese di lite, prevedendo che, nel computo delle stesse, il giudice debba tener conto, oltre che del contributo unificato, anche degli onorari e diritti del difensore, delle spese generali ed esborsi sostenuti (eventuali consulenze tecniche disposte nel corso del processo) e del contributo previdenziale e dell’IVA, se dovuti.

 

Un’altra importante novità apportata dall’art. 9 del D.Lgs. 156/2015 è rap- presentata dalla previsione della statuizione sulle spese di lite anche nell’ordinanza con cui il giudice definisce la fase cautelare del giudizio. La decisione sull’istanza cautelare in ordine alle spese di giudizio produce effetti anche dopo l’adozione del provvedimento giurisdizionale che definisce il merito. Resta inteso, comunque, che il giudice potrà disporre nella sentenza di merito in modo diverso sulle spese di lite rispetto alla fase cautelare.

 

Trattasi di una disposizione che, come già previsto nel Processo Amministrativo dall’art. 57 del Codice del P.A. (d.lgs. 104/2010), mira ad evitare un abuso delle richieste di sospensione dell’atto impugnato.

Per quanto riguarda i criteri utilizzabili per la determinazione dei compensi afferenti all’assistenza resa dagli incaricati all’assistenza tecnica, il nuovo comma 2quinquies dell’art. 15 prevede che si faccia riferimento ai parametri vigenti per le singole categorie professionali, mentre, per i periti ed esperti iscritti negli elenchi delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura nella subcategoria «tributi», si applicano i parametri previsti per i dot- tori commercialisti ed esperti contabili.

Il comma 2sexies ricalca, sostanzialmente, quanto previsto dal previgente art.15, comma 2bis, in base al quale nella liquidazione delle spese a favore dell’ente impositore e dell’Agente della riscossione, se assistiti da propri funzionari, vengono applicate le disposizioni per la liquidazione del compenso che spetta agli avvocati, con una riduzione pari al 20% dell’importo globalmente previsto. La riscossione avviene mediante iscrizione a ruolo a titolo definitivo dopo il passaggio in giudicato della sentenza.

 

Sulla disposizione normativa in parola si è espressa anche la citata Circolare n. 38/E, secondo cui «…il comma 2sexties dell’art. 15 — nel quale è stato trasfuso con alcune modifiche il precedente comma 2bis del medesimo articolo — disciplina la liquidazione delle spese a favore dell’Agenzia delle Entrate, dell’Agenzia delle Dogane e dei monopoli, degli altri enti impositori, degli agenti e dei concessionari privati della riscossione, per il caso in cui essi siano assistiti da propri dipendenti.

In particolare, si prevede l’applicazione della disciplina relativa ai compensi per la professione forense — attualmente contemplata dal decreto del Ministro della Giustizia 10 marzo 2014, n. 55 — con la riduzione del 20 per cento. Tramite una disposizione di favore per il contribuente, già presente nella precedente formulazione del comma 2bis, il secondo periodo del comma 2sexties prevede che la riscossione delle somme liquidate a favore di tutti gli enti impositori, nonché degli agenti e concessionari della riscossione avviene, mediante iscrizione a ruolo, soltanto dopo il passaggio in giudicato della sentenza. Nell’ipotesi di una sentenza che condanni, invece, l’amministrazione finanziaria al pagamento delle spese di lite, si applica la disciplina di cui all’art. 69, comma 1, primo periodo, del decreto n. 546, in vigore a far data dal 1° giugno 2016, in base alla quale “le sentenze di condanna al pagamento di somme a favore del contribuente e quelle emesse sul ricorso avverso gli atti relativi alle operazioni catastali indicate nell’articolo, comma 2, sono immediatamente esecutive”. In caso di mancata esecuzione, il contribuente ha la possibilità di promuovere giudizio di ottemperanza ai sensi dell’articolo 70 del decreto n. 546, che – in ordine alle spese di giudizio ed in- dipendentemente dal relativo importo – compete alla Commissione tributaria in composizione monocratica».

 

 

Reclamo

In materia di spese processuali, si segnala che, a seguito delle novità introdotte ex d.l. 98/2011, per i ricorsi riguardanti controversie di valore non superiore a ventimila euro, il comma 10 dell’art. 17bis, d.lgs. 546/1992, prevede che la parte soccombente sia «condannata a rimborsare, in aggiunta alle spese di giudizio, una somma pari al 50 per cento delle spese di giudizio a ti- tolo di rimborso delle spese del procedimento disciplinato dal presente articolo». Tale prescrizione è stata inserita nell’art. 15 del d.lgs. 546/1992, al comma 2septies per incentivare la risoluzione stragiudiziale delle controversie e il ricorso agli strumenti deflattivi del contenzioso, come, del resto, è stato fatto per il successivo comma 2octies. La disposizione prevede, infatti, che nel caso in cui una parte rifiuti, senza giustificato motivo, la proposta conciliativa dell’altra parte, sarà chiamata a sostenere le spese processuali qualora il riconoscimento delle sue pretese risulti inferiore al contenuto del- la proposta conciliativa.

 

In sostanza, si è attribuito il carattere dell’obbligatorietà a quanto era stato già introdotto dal legislatore della riforma del 2009 (legge 18 giugno 2009) che aveva previsto, per i giudizi instaurati successivamente al 4 luglio 2009, la possibilità per il giudice, «se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa» di condannare la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta, al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta (art. 91 c.p.c.). Invece, in caso di intervenuta conciliazione, le spese si intendono compensate, a meno che le parti in giudizio abbiano convenuto diversamente nel processo verbale di conciliazione [1].

processo-tributario


[1] La norma non fa altro che confermare quanto già previsto al punto 2.7 della circolare 17/2010 dell’Agen- zia delle Entrate, in cui si è ritenuta applicabile al processo tributario l’art. 91 c.p.c. ai sensi del quale «gli Uffici, nei casi in cui il contribuente abbia rifiutato la proposta di conciliazione giudiziale formulata, anche a seguito di tentativo di conciliazione esperito d’ufficio dal giudice, avanzeranno richiesta di condanna alle spese subordinandola alla circostanza che la Commissione tributaria decida in senso conforme alla proposta di conciliazione ovvero in termini ancora più favorevoli all’Ufficio».

 


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