Licenziamento: legittimo dividere le mansioni tra i colleghi
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2 Ott 2016
 
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Licenziamento: legittimo dividere le mansioni tra i colleghi

Lavoro: l’azienda può licenziare il dipendente se, in un’ottica di razionalizzazione del personale, le sue mansioni possono essere suddivise tra più lavoratori.

 

Ben può l’azienda licenziare un dipendente e, senza far a meno delle mansioni precedentemente svolte dal questi, dividerle tra i suoi colleghi. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Costituisce infatti – secondo la pronuncia in commento – un legittimo esercizio dei poteri del datore di lavoro suddividere, tra più lavoratori, i compiti ricoperti da un solo dipendente, nei cui confronti può, dunque, essere intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ossia a seguito della soppressione del relativo posto di lavoro.

 

Un giustificato motivo di licenziamento – secondo la Suprema Corte – può consistere anche nella soppressione di una singola posizione lavorativa con redistribuzione, fra altri lavoratori, delle mansioni assegnate al dipendente licenziato. Non rileva, quindi, la mancata soppressione delle specifiche mansioni cui quel lavoratore era stato adibito.

 

È infatti valido motivo di licenziamento anche soltanto una diversa ripartizione delle mansioni fra il personale in servizio, attuata ai fini di una più economica ed efficiente gestione aziendale. Insomma, invece di assegnare determinate mansioni a un solo dipendente, le si può dividere tra tanti altri lavoratori, ognuno dei quali se le vedrà aggiungere tra quelle già espletate. Il risultato finale fa emergere come “in esubero” la posizione lavorativa di quel dipendente che vi era addetto in modo esclusivo o prevalente.

 

In ogni caso, se è vero che non si può mettere in discussione il diritto del datore di lavoro di ripartire diversamente determinate mansioni fra più dipendenti, è anche vero che il giudice – dietro ricorso del lavoratore – può verificare se dietro tale scelta imprenditoriale vi sia davvero l’obiettivo di razionalizzare la distribuzione del personale o solo un modo di nascondere la volontà di licenziare un dipendente scomodo senza tanti problemi.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 giugno – 28 settembre 2016, n. 19185
Presidente Venuti – Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 7.8.13 la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di rigetto del 6.4.11 emessa dal Tribunale capitolino, dichiarava illegittimo il licenziamento intimato il 15.8.08 da AIG Lincoln Italia S.r.l. (società operante nel settore dello sviluppo di progetti immobiliari attraverso la loro individuazione, ideazione, realizzazione e vendita) a C.P. , in favore del quale ordinava la riassunzione entro tre giorni o, in mancanza, il pagamento d’una indennità pari a cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Rigettava nel resto le domande del lavoratore.
Per la cassazione della sentenza ricorre AIG Lincoln Italia S.r.l. in liquidazione affidandosi a due motivi.
C.P. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1- Il primo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 3 legge n. 604/66, anche in relazione all’art. 41 Cost., per avere la Corte territoriale ritenuto irrilevante come giustificato motivo oggettivo di licenziamento la pur accertata chiusura della sede di Roma della società ricorrente cui era adibito l’attore, sol perché non erano

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[1] Cass. sent. n. 19185/16 del 28.09.2016.

 


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