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Lo sai che? Pubblicato il 2 ottobre 2016

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Lo sai che? Prestare una stanza a una prostituta è reato

> Lo sai che? Pubblicato il 2 ottobre 2016

Scatta il reato di sfruttamento della prostituzione per chi dà in comodato una parte del proprio appartamento a una escort.

Chi vuol dare una singola stanza o un appartamento in affitto a una prostituta, consapevole dell’attività che questa vi svolgerà all’interno, è meglio che si faccia pagare: questo perché, se si tratta di un semplice prestito gratuito (ossia – per usare la terminologia giuridica – di un comodato), per il proprietario della casa scatta il reato di favoreggiamento alla prostituzione in base alle regole della legge Merlin. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Dare in affitto una casa o una singola camera a una prostituta – anche se si è a conoscenza del fatto che, in tale locale, la donna svolgerà i propri servizi di escort – non costituisce reato: secondo la giurisprudenza, infatti, lo scopo del contratto è solo quello di garantire le esigenze abitative della donna e non un vantaggio economico sui suoi proventi. Vantaggio che, invece, è evidente tutte le volte in cui il canone di affitto è di gran lunga più elevato rispetto ai prezzi di mercato relativi alle abitazioni dello stesso quartiere: in tale surplus richiesto sul prezzo dell’affitto, infatti, i giudici intravedono una partecipazione agli utili dell’attività di meretricio. Ed è quindi solo in tale ipotesi che scatta il reato di sfruttamento della prostituzione.

 

Dare in comodato una singola stanza a una prostituta è, invece, sempre illecito penale. La conferma, appena fornita dalla Suprema Corte, riguarda il caso di una padrona di casa, condannata a sedici mesi di reclusione per aver prestato una parte del proprio appartamento a una squillo. Decisiva la sua consapevolezza sul fatto che l’ospite avrebbe utilizzato la camera per prostituirsi.

Dunque, se una delle camere da letto è usata abitualmente da una escort, il proprietario dell’immobile, pienamente conscio di ciò, non può ottenere alcuna assoluzione. Automatica la condanna per favoreggiamento della prostituzione. Proprio la «consapevolezza» della padrona di casa, difatti, permette di valutare «la gratuità del contratto» come chiaramente finalizzata ad «agevolare l’esercizio della prostituzione».

note

[1] Cass. sent. n. 40328/16 del 28.09.2016.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 28 giugno – 28 settembre 2016, n. 40328
Presidente Ramacci – Relatore Manzon

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 30 aprile 2015 la Corte d’ Appello di Cagliari confermava la sentenza in data 30 aprile 2013 con la quale il Tribunale della medesima città aveva condannato A.R. alla pena di anni 1 mesi 4 di reclusione ed euro 200 di multa per il reato di cui all’art. 3, n. 8, L. 75/1958. La Corte territoriale in particolare rilevava la piena sussistenza dell’elemento oggettivo del reato ascritto alla prevenuta nonché di quello soggettivo.
2. Contro la sentenza ha proposto personalmente ricorso per cassazione la R. deducendo un motivo unico.
2.1 Lamenta la ricorrente violazione di legge e vizio della motivazione asserendo la totale mancanza di risposta ai propri motivi di gravame, che comunque ribadiva.

Considerato in diritto

1.II ricorso è infondato.
2. Con l’unico articolato motivo dedotto la ricorrente lamenta violazione di legge e vizio della motivazione in ordine alla affermazione della sua penale responsabilità per il reato ascrittole. In particolare osserva che la semplice locazione a prezzo di mercato di un immobile a persona che vi esercita la prostituzione non è di per sé sufficiente ad integrare la fattispecie delittuosa del favoreggiamento della prostituzione, citando un precedente di legittimità. Rileva altresì la carente risposta della Corte territoriale ai suoi motivi di gravame.
La censura è infondata.
Anzitutto va rilevato che la Corte d’appello cagliaritana ha adeguatamente motivato su ogni aspetto dell’impugnazione sottopostale; in particolare ha esposto le ragioni giuridiche della conferma della sentenza appellata e chiarito per quali ragioni di fatto la condotta ascritta alla prevenuta dovesse considerarsi sussumibile nell’ipotesi del favoreggiamento della prostituzione. Il vizio denunciato risulta dunque del tutto insussistente.
In secondo luogo, quanto alla questione più strettamente giuridica sottoposta alla valutazione di questa Corte, si deve osservare che il giudice di appello ha sottolineato che nel caso di specie i richiami giurisprudenziali operati, anche dal primo giudice, in realtà non fossero pertinenti, per la semplice e dirimente ragione che non di locazione a persona esercente la prostituzione si tratta, bensì della semplice cessione in comodato di una parte dell’appartamento ove l’imputata risiedeva, ma con la consapevolezza che il comodatario vi avrebbe esercitato la prostituzione. La Corte territoriale inoltre, ineccepibilmente chiarita la distinzione intercorrente tra lo sfruttamento ed il favoreggiamento della prostituzione, ha sottolineato che la condotta in esame integra la seconda fattispecie, sufficiente a tal fine il dolo generico, quale appunti derivante da detta consapevolezza in ordine alla attività del comodatario.
La posizione interpretativa della Corte d’appello di Cagliari peraltro coincide con il principio di diritto recentemente espresso da questa Corte, che il Collegio condivide ed al quale intende dare seguito, secondo il quale «Integra il reato di favoreggiamento della prostituzione, previsto dall’art. 3, n. 8, Legge n. 75 del 1958, la condotta di colui che concede in comodato d’uso ad una prostituta un immobile nella propria disponibilità, nella consapevolezza che la beneficiaria vi eserciterà la prostituzione, in quanto la gratuità del contratto sottintende la preminente finalità di agevolare l’esercizio della prostituzione altrui e ne costituisce diretto ausilio» (Sez. 3, n. 13229 del 03/12/2015, L., Rv. 266572).
3. II ricorso va pertanto rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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1 Commento

Francostars

2 ottobre 2016 alle 16:14

Basta con quest’illogico reato di favoreggiamento dell’altrui prostituzione (articolo 3 n. 8 Legge 75/1958). Suggerisco di sollevare la questione di legittimità costituzionale della detta branca normativa, poiché tale sembra in contrasto con gli articoli 2, 3 comma primo, 13 comma primo e 17 comma primo della Costituzione Italiana, siccome le leggi devono essere uguali per tutti, la libertà personale è inviolabile ed i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. In più, l’articolo 3 della Convenzione ONU 1949-51 prevede il fatto illecito in esame solo dove lo permette la legislazione nazionale dello Stato che ha ratificato (l’Italia nel 1980) la succitata norma internazionale.

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