Buoni postali fruttiferi: sai davvero quanto valgono?
Lo sai che?
4 Ott 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Buoni postali fruttiferi: sai davvero quanto valgono?

Bpf: il rendimento calcolato dalle Poste al momento della riscossione può risultare inferiore a quello a cui il risparmiatore ha effettivamente diritto: vediamo perché e come tutelarsi.

 

Buoni postali fruttiferi: sono poche le famiglie che non vi abbiano destinato anche solo una volta parte dei propri risparmi. Un titolo sicuro, praticamente privo di rischi, se non forse quello di dimenticarlo in qualche cassetto e potersene fare solo un bel quadro.

Oggi, però, coi tempi di crisi che viviamo, siamo certi che siano davvero in pochi quelli che non abbiano fatto un nodo al fazzoletto per non dimenticare la scadenza del proprio buono. E proprio a questi ultimi domandiamo: “siete sicuri che il valore del vostro titolo sia davvero quello che vi verrà riconosciuto dalle Poste quando deciderete di riscuoterlo?”. La tecnologia dei programmi di calcolo aiuta di certo, e anche molto, ma a volte non è sufficiente. Vediamo perché.

 

 

Buoni postali fruttiferi: a volte il rimborso è inferiore al valore effettivo

Capita che alcuni risparmiatori, recatisi presso gli uffici postali, si vedano corrispondere un rendimento sui loro buoni fruttiferi inferiore a quello atteso e che spetterebbe loro di diritto. I casi non sono pochi, come attestano le tante pronunce di giudici e arbitri bancari finanziari. Come è possibile?

 

Per capirlo, prendiamo l’esempio di un buono ordinario [1]; una tipologia di buono tra i più comuni e, forse, tra i più posseduti dai risparmiatori.

Il nostro è un buono serie Q, del valore di un milione delle vecchie lire, emesso il 26 novembre 1987. Un buono con scadenza trentennale e che perciò, a breve (ossia nel novembre del 2017), converrà riscuotere. Diciamo subito che, leggendo la tabella apposta sul retro del titolo, ci siamo già fatti un’idea del suo valore. Intanto, la tabella ci dice chiaramente che il buono dopo vent’anni  già valeva 6.563.761 lire a cui poi aggiungere «131.275 lire per ogni successivo bimestre maturato fino al 31 dicembre del 30° anno solare successivo a quello di emissione».

Per farla breve, “a naso”, avevamo calcolato di non dover incassare alla scadenza meno di 7mila euro [2]; ma naturalmente preferiamo affidarci ad un sistema di calcolo più affidabile del nostro.

Cerchiamo quindi su internet un programma che ci permetta di conoscere con precisione il valore del nostro buono. Troviamo allo scopo diversi sistemi di calcolo (più o meno semplici nell’utilizzo), ma tutti, com’è facile immaginare, programmati per darci lo stesso risultato.

 

 

Buoni postali fruttifericome funzionano i sistemi di calcolo?

Decidiamo di utilizzare il programma di calcolo dei buoni fruttiferi fornito dal sito ufficiale delle Poste italiane.

Inseriamo i dati nel sistema (di per sé piuttosto intuitivo) che, del buono, chiede di specificare:

 

– la tipologia (selezionandolo in un menù a tendina);

– la data di emissione: quella cioè in cui il titolo è stato sottoscritto (giorno, mese e anno);

– la data di rimborso: questa la decide il risparmiatore, il quale potrà anche scegliere (ad esempio per necessità) di riscuotere il titolo prima della scadenza trentennale.

 

Noi però, vogliamo avere dal nostro buono il massimo rendimento;  perciò decidiamo di inserire quale data di rimborso, il 26 novembre 2017.

In realtà, a partire da quella data, avremo ancora 5 anni di tempo entro cui poter riscuotere il titolo, ma poiché comunque esso non produrrà in quel periodo alcun interesse (diventerà, cioè, infruttifero), preferiamo toglierci il pensiero prima che vada in prescrizione [3] (anche perché di quadri in casa ne abbiamo già abbastanza!).

Attendiamo con ansia di leggere sullo schermo l’importo maturato per potercelo annotare e arrivare quel giorno alle Poste preparati e ci accorgiamo da subito che qualcosa non va. Avremo sbagliato nell’inserire qualche dato?

Vediamo cosa ci dice il conteggio: il valore del buono, alla data indicata, è di 5546,09 euro. Una bella differenza rispetto alle nostre aspettative! Ma come è possibile?

 

 

Buoni postali fruttiferile variazioni sui tassi successive alla sottoscrizione 

La risposta è semplice. Il sistema di calcolo automatico previsto per i buoni postali tiene conto del decreto del Ministero del tesoro [4] che ne ha modificato i tassi di interesse. Peccato che di questa variazione non ci sia alcuna traccia sul nostro titolo. Come mai?

Può accadere (e invero talvolta accade) che il risparmiatore abbia sottoscritto un titolo stampato prima della entrata in vigore di un decreto ministeriale che ne varia i tassi di interesse. In tali casi, al momento della sottoscrizione le Poste dovrebbero apporre un timbro (nella parte anteriore e posteriore del buono) che informi il risparmiatore delle variazioni alle condizioni di rimborso (ne abbiamo parlato nell’articolo Buoni postali fruttiferi: possono cambiare gli interessi?).

 

 

Buoni postali fruttiferiper far valere le variazioni sui tassi la pubblicità non basta

Questo però non sempre avviene perché in alcuni uffici postali dimenticano di apporre tale timbro oppure ritengono che possa bastare la semplice pubblicità affissa nelle bacheche o la consegna al sottoscrittore di un foglio informativo. Cosa che invece non basta affatto.

Come, infatti, ha chiarito una volta per tutte la Cassazione con una pronuncia a sezioni unite [5] – e alla quale si sono uniformati e continuano a uniformarsi  giudici e arbitri bancari finanziari – il contratto stipulato tra le Poste e il sottoscrittore del titolo si forma sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti; se c’è quindi un contrasto tra le condizioni di rendimento da esso risultanti e quelle stabilite dal decreto che ne disponeva l’emissione, devono prevalere le prime.

Il risparmiatore deve, infatti, poter valutare il rischio e il rendimento del proprio investimento  e a questo scopo sarebbe del tutto fuorviante per  lui ammettere che le Poste possano obbligarsi  a condizioni diverse da quelle che gli sono state rese note quando ha sottoscritto il buono (si legga sul punto Buoni postali fruttiferi: il rimborso spetta in base al titolo).

 

 

Buoni postali fruttiferiquando va apposto il timbro

Dunque, per andare al succo del discorso, i programmi che calcolano il valore dei buoni postali si basano sulla normativa dettata dallo specifico decreto ministeriale che ne regola i tassi di interesse. Tale normativa si presume nota  al risparmiatore se questi ha acquistato il buono prima che intervenisse il decreto [6]. Ma questa presunzione di conoscenza non può valere quando il buono è stato sottoscritto in data successiva al decreto ministeriale! In tal caso, infatti, il titolo del risparmiatore dovrebbe recare un timbro che annulla i tassi di interesse su di esso riportati e definisce le nuove condizioni di rimborso.

 

 

Buoni postali fruttiferiche succede se manca il timbro?

Sul nostro buono questo timbro non c’è e dunque noi potremo pretendere che gli uffici postali ci rimborsino quanto ci spetta in base alle condizioni che abbiamo originariamente sottoscritto. In mancanza non ci resterà altra strada che rivolgerci al giudice o all’arbitro bancario finanziario per far valere i nostri diritti.

 

 

Non rimane che un consiglio: prima di riscuotere un buono, confrontatene il valore risultante da quanto c’è scritto su di esso con quello dei programmi di calcolo preposti (a cui faranno riferimento le Poste). Se otterrete cifre diverse informatevi bene su quale decreto ne abbia modificato il valore e su quando questo sia intervenuto. Perché, se la nuova normativa sia entrata in vigore prima della vostra sottoscrizione, allora avrete diritto a vedervi riconosciuto l’importo di cui alle originali condizioni contrattuali e, qualora le Poste si rifiutino di corrispondervi  la differenza, potrete agire giudizialmente per ottenere la cifra che vi spetta.


[1] I Bpf ordinari sono buoni trentennali sui quali nei primi 20 anni maturano interessi composti (ossia interessi che si capitalizzano andando, insieme al capitale, a formare la base per il calcolo degli interessi successivi); dopo 20 anni, invece, su di essi maturano interessi semplici, in misura bimestrale cioè interessi fissi che non si capitalizzano .

[2]  Per l’esattezza il valore del buono è di € 7457,77 euro.

[3] Dal 1° gennaio del 31° anno solare successivo a quello di emissione, il buono non riscosso cessa di essere fruttifero e l’avente diritto può ottenerne il rimborso entro il termine di prescrizione di 5 anni.

[4] Nel caso di specie il D.M. 13 giugno 1986 pubblicato in Gazzetta Ufficiale 28 giugno 1986 n.148.

[5] Cass. Sez. Un. sent. sent. n. 13979/07.

[6] Sullo stesso retro del buono è specificato che «I tassi sono suscettibili di variazioni successive a norma di legge».

 


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