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Lo sai che? Pubblicato il 4 ottobre 2016

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Lo sai che? Se l’agente dell’assicurazione mi froda, risarcisce la compagnia?

> Lo sai che? Pubblicato il 4 ottobre 2016

Assicurazioni: la compagnia non risponde se l’agente froda il cliente, prendendosi i soldi e non versandoli per rendere operativa la polizza vita.

Niente da fare per il consumatore frodato dal proprio agente assicurativo di zona: se quest’ultimo, in malafede, si prende i soldi allo scopo di attivare una polizza vita, ma poi non li versa alla compagnia madre, non c’è modo di recuperare il maltolto dall’assicurazione. È quanto chiarito dal Tribunale di Padova con una recente sentenza [1]. Sul punto, però, ricordiamo anche l’esistenza di un precedente di segno opposto: il tribunale di Cosenza, un anno fa, aveva dato ragione al cliente. Ma procediamo con ordine.

La vicenda

Il caso è quello di un anziano che, fidandosi del proprio agente – senza fare approfondite verifiche circa l’attribuzione, in capo a questi, dei poteri rappresentativi della compagnia – gli aveva affidato una cospicua somma allo scopo di sottoscrivere una polizza vita. L’agente, però, che per convincere il cliente della bontà dell’operazione, si era recato a casa di quest’ultimo con i moduli da firmare, non aveva mai versato l’importo alla compagnia, trattenendolo per sé, per poi sparire nel nulla.

La responsabilità dell’agente in malafede non ricade sull’assicurazione

Secondo il tribunale di Padova, chi stipula presso la propria abitazione una falsa polizza sulla vita, senza verificare i poteri rappresentativi dell’agente e versando l’assegno direttamente a quest’ultimo, una volta scoperta la truffa non può chiedere il risarcimento dei danni all’assicurazione. Non vale appellarsi al fatto di essere stati tratti in inganno dall’esistenza del nome, del logo e dei colori dell’assicurazione sulla carta intestata e sul contratto mostrato dall’agente, né il fatto che quest’ultimo abbia un’agenzia di zona, rappresentandosi agli altri come mandatario della compagnia medesima.

Il cliente è causa del proprio male e non può che prendersela con sé stesso per non aver eseguito le opportune indagini prima di dare l’importo.

La società di assicurazioni, dunque, non risponde delle frodi compiute dai propri agenti. Un principio estremamente pericoloso, sia per gli stessi agenti (che dovranno, d’oggi in poi, far conto su un ulteriore elemento di sfiducia della clientela), sia per i consumatori (per i quali alcuna certezza può essere costituita, ad esempio, dalla presenza del nome dell’assicurazione sull’insegna dell’agente o sulla targa del relativo ufficio).

Un consiglio: mai confidare, sulla base delle apparenze, nella piena legittimazione dell’agente alla stipula del contratto di assicurazione. È sempre opportuno verificare i poteri rappresentativi dell’agente, eventualmente avendo un contatto con la società “madre” rappresentata e chiedendo informazioni, per iscritto, sulla genuinità del contratto.

Inoltre, dalla sentenza, trapela un altro importante consiglio: l’assegno non deve mai essere intestato direttamente all’agente. Sono proprio queste modalità di pagamento, palesemente contrarie alle norme in materia, che escludono «la possibilità di un controllo da parte dell’assicurazione» e, quindi, che impediscono al cliente di rivalersi contro l’assicurazione.

note

[1] Trib. Padova sent. n. 1610/16 del 25.05.2016.

Tribunale di Genova – Sezione IV civile – Sentenza 23 maggio 2016 n. 1827

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI GENOVA

QUARTA SEZIONE CIVILE

Nelle persone dei seguenti magistrati:

Francesco Mazza Galanti Presidente

Domenico Pellegrini Giudice rel.

Paolo Viarengo Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. 11850/2015 promossa da:

PA.FR., (…) elettivamente domiciliata in VIA (…) 16123 GENOVA, presso lo studio dell’avv. QU.RO., che lo rappresenta e difende in forza di mandato in calce al ricorso introduttivo

PARTE RICORRENTE
E con l’intervento ex lege del PUBBLICO MINISTERO MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente richiede la rettificazione di attribuzione del proprio sesso, con conseguente variazione degli atti anagrafici riportanti l’appartenenza del ricorrente al genere sessuale maschile.

2. Deduce il ricorrente di essere nato uomo e di avere sviluppato nella pubertà i caratteri sessuali primari e secondari propri del sesso maschile: tuttavia già dall’infanzia avrebbe maturato il convincimento psichico di essere donna, atteggiandosi naturalmente come tale nei propri comportamenti esterni.

Il contrasto tra la considerazione di se medesimo come donna e la propria realtà anatomica sarebbe risultato al ricorrente sempre più un insopportabile ostacolo alla piena applicazione della propria personalità: sicché a partire dalla seconda metà degli anni Novanta ha deciso di intraprendere un lungo e difficoltoso percorso di adeguamento dei propri caratteri sessuali secondari.

Tale percorso è consistito in parte in terapie ormonali, che hanno consentito Io sviluppo e il consolidamento delle caratteristiche tipiche del sesso femminile, e in parte in interventi chirurgici (mastoplastica additiva e rinoplastica) e in alcuni accorgimenti specifici tesi a

completare l’iter di femminilizzazione, quali la depilazione definitiva su tutto il corpo e il rimodellamento delle sopracciglia con la tecnica dei tatuaggio.

In ragione dell’assunzione di ormoni femminilizzanti e dei ripetuti trattamenti estetici, il ricorrente ha ottenuto una palese modifica dei propri caratteri sessuali secondari, tant’è che, al di là degli atteggiamenti chiaramente femminili del ricorrente, anche il timbro della voce e i tratti somatici sono ormai quelli di una donna.

3. Deduce ancora il ricorrente che, ad oggi, il processo di trasformazione sarebbe divenuto irreversibile e il Signor PA. avrebbe raggiunto un tangibile equilibrio tra l’identità psichica e la propria esteriorità, tant’è che, difatti, i due piani risultano pienamente integrati tra loro. Anche nell’ambiente sociale in cui il ricorrente vive e si relaziona egli sarebbe pienamente integrato come donna ed è generalmente identificato come “Fr.”.

Evidenzia peraltro il ricorrente che, pur avendo considerato sempre se stesso come una dorma e deciso, per tale ragione, di raggiungere anche esteriormente le sembianze proprie del sesso femminile, il ricorrente ha finora preferito non sottoporsi a trattamento chirurgico per adeguare anche i propri caratteri sessuali primari, riservandosi di decidere in futuro su tale aspetto.

A pesare sulla scelta di non dare seguito in oggi ai trattamento predetto, sarebbero stati in particolare il timore del ricorrente di incorrere nelle complicanze sanitarie connesse a un intervento chirurgico tanto delicato (considerato che i medici esperti nel settore sono pochi e prevalentemente operanti all’estero), nonché la circostanza che il Signor PA. ha invero ormai raggiunto una piena armonia tra la percezione psichica di sé come donna e il proprio corpo. Evidenzia infatti il ricorrente di aver conseguito una modificazione pressoché irreversibile del proprio stato esteriore e la somministrazione di ormoni femminilizzanti, oltre ad incidere sulla sfera dei tratti somatici, ha altresì comportato l’annullamento di ogni attività degli organi riproduttivi. Pertanto la presenza dei caratteri sessuali primari maschili non rappresenterebbe per il ricorrente un ostacolo all’equilibrio raggiunto e allo svolgimento della propria personalità di donna, né del resto può rappresentarlo effettivamente, in quanto, come detto, le funzioni sessuali proprie dei genitali maschili sono state consapevolmente annullate in modo inconvertibile con i trattamenti ormonali cui il Signor Pa. si è sottoposto nei molti anni di terapia, come certificato anche dal Praf. Ma.Ma.

4. Sentito all’udienza del 19 gennaio 2016 il sig. PA. ha confermato quanto dedotto in ricorso dichiarando: “Io è da 15 anni che sto seguendo cure ormonali con il prof. Ma. ed ho già effettuato alcuni interventi chirurgici al seno, al naso, al sopracciglio riempimento dei viso, labbra e depilazione definitiva totale, lo mi sono sempre vestita da donna già dall’età di 17/18 anni e avevo fatto anche qualche cura ormonale autogestita poi ho deciso di andare da un professore.

Il nome maschile mi comporta molti problemi sul lavoro e nella vita sociale: ad esempio sul lavoro devo utilizzare la mail istituzionale mentre poi al telefono, io ho rapporti con le imprese in quanto lavoro al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti dal 2001, gli interlocutori non mi riconoscono in quanto sentono una voce femminile; spesso mi è capitato

che mi dicessero che i documenti non erano miei. Ho quindi necessità di ottenere la modifica del nome ma adesso non ho i soldi per effettuare l’ultimo intervento, quello demolitivo anche se per me già mi sento una donna ed ho urgenza di essere vista come tale dagli altri. Ho un compagno con cui ho una stabile relazione.

5. Alla successiva udienza del 28 gennaio 2016 veniva sentito il dr. Ma., ex primario del reparto di endocrinologia dell’ospedale Ga. il quale dichiarava quanto segue:

“Sono quindici anni che seguo la sig.ra Pa., era arrivata da me avendo fatto terapie “fai da te”, io le ho prescritto una terapia corretta che non ha dato alcun problema ed ha determinato un mutamento di aspetto fisico. Sono informato anche sugli interventi che ha fatto. Per quanto riguarda l’irreversibilità del trattamento è evidente che sospendendo le cure ormonali, senza l’intervento, lentamente si potrebbe verificare un ritorno verso l’aspetto maschile ma va detto che dopo 15 anni certi effetti sono praticamente irreversibili, la funzione spermatica ha cessato e i testicoli sono atrofizzati. La soluzione finale ovviamente richiede l’intervento per l’asportazione dell’intero apparato riproduttivo.

Per quanto riguarda la volontà della sig.ra Pa. è sempre stata evidente: è il tipico transessuale che vuole cambiare sesso. Io l’ho seguita privatamente, non c’è alcuna cartella clinica presso l’ospedale. Sarebbe in grado di affrontare pienamente l’intervento senza problemi, credo sta solo un problema di soldi perché mole andare all’estero. Continua tuttora a venire in cura da me.

In atti veniva prodotto certificato medico del prof. Ma. a conferma di quanto dichiarato.

6. Risulta quindi confermato quanto dedotto dal ricorrente: gli effetti del trattamento ormonale, praticato per oltre 15 anni, ha effetti praticamente irreversibili sui caratteri sessuali primari, in quanto la funzione spermatica ha cessato e i testicoli sono atrofizzati come evidenziato dal prof. Ma. Di fatto, anche senza un intervento chirurgico, si è di fronte ad una situazione di modifica dei caratteri sessuali sia sotto il profilo secondario, come evidenziato e documentato anche dal ricorrente attraverso la indicazione degli interventi accessori a cui si è sottoposto, sia sotto il profilo primario.

Può quindi essere accolta la domanda di rettificazione di attribuzione di sesso in ragione del fatto che il contrasto tra l’immagine del ricorrente, ormai quella evidente di una donna, e la sua perdurante identificazione negli atti anagrafici come uomo è fonte di continuo disagio psicologico per il medesimo e crea da sempre gravi problemi in ambito lavorativo. A tale proposito il ricorrente ha ricordato in udienza come l’attribuzione di un nome maschile, a fronte di un tono di voce e di un aspetto femminile, gli creano continui problemi sul lavoro avendo a che fare con interlocutori esterni che pensano di avere a che fare con una persona diversa da quella con cui hanno avuto contatti via mail o via posta.

7. Il fatto che il sig. Pa. non si sia sottoposto ad un intervento chirurgico demolitivo e ricostruttivo non è ostativo all’accoglimento della domanda.

Invero, come evidenziato dal ricorrente, la disciplina della materia dell’accertamento giudiziale del cambiamento di sesso è prevista dalla legge 14.04.1982, n. 164, che attribuisce il

diritto dell’individuo di formulare una domanda in tal senso e, implicitamente, il diritto al cambio di sesso in sé. Il diritto al cambiamento di sesso, è poi ascritto, dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 161/1985) nella categoria dei c.d. diritti inviolabili”, stante la stretta correlazione del diritto in questione ai valori libertà e dignità della persona umana.

I presupposti normativi per l’esercizio di tale diritto sono disciplinati dall’attuale art. 31 del D.Lgs. 150 del 2011 (che ha recepito la legge 164/1982) prevedendo al quarto comma che l’autorizzazione all’adeguamento dei caratteri sessuali mediante trattamento chirurgico viene autorizzato dal Tribunale quando risulta necessario. Peraltro appare ormai superata la tesi che Identificava il concetto di “mutamento dei caratteri sessuali” con l’obbligo di sottoporsi a un intervento chirurgico teso all’eliminazione dei caratteri sessuali primari a favore della tesi che tale obbligo va autorizzato solo nei casi in cui tale intervento sia finalizzato a consentire un pieno raggiungimento del benessere psico – fisico dell’istante.

In tale senso si è espressa di recente la Corte di Cassazione che, con la pronuncia del 21.05.2015 n. 15138 ha rilevato che la norma in questione parla di “caratteri sessuali” senza altre specificazioni e che la disposizione riporta la locuzione “Quando risulta necessario”, elementi da cui si deve dedurre che, quanto meno sotto il profilo testuale, non esistano limitazioni normative preventive al riconoscimento del diritto. In altri termini non vi sarebbe alcuna imposizione di una correzione chirurgica né dovrebbe ritenersi necessaria “la preventiva demolizione (totale o parziale) dei caratteri sessuali anatomia primari”.

Né tale obbligo può essere derivato, secondo la corte, sotto il profilo dei l’interesse pubblico all’esatta identificazione tra i generi. Osserva infatti la Corte che, mentre alla data di entrata in vigore della legge del 1982 il mutamento dei caratteri anatomici era considerato un requisito necessario per ritenere completo il processo di mutamento del sesso, alla luce del progressivo sviluppo della scienza medica è corretto sostenere che, in realtà, il momento conclusivo del percorso medico per il processo di mutamento dell’identità di genere è individuale e non standardizzabile: in questo senso, il punto di equilibrio tra l’interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche e il diritto individuale allo svolgimento della propria personalità può essere risolto alla luce del criterio di proporzionalità, valutando la necessità o meno di sacrificare il diritto individuale al fine di realizzare l’obiettivo della certezza della distinzione tra i generi. Invero, secondo la Corte “L’interesse pubblico alla definizione certa dei generi (…) non richiede il sacrificio del diritto alla conservazione della propria integrità psico – fisica sotto lo specifico profilo dell’obbligo dell’intervento chirurgico inteso come segmento non ineludibile dell’avvicinamento del soma alla psiche. L’acquisizione di una nuova identità di genere può essere il frutto di un processo individuale che non ne postula la necessità, purché la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigorosi accertamenti tecnici in sede giudiziale”.

8. In sede giudiziale, quindi, deve potersi accertare che il mutamento di sesso, che è “una scelta personale tendenzialmente immutabile”, sia sotto il profilo soggettivo che sotto il profilo delle oggettive mutazioni dei caratteri sessuali secondari, sia effettivamente tale, ossia abbia assunto le caratteristiche di irreversibilità attraverso il completamento del percorso individuale.

Nel caso di specie tale mutamento appare avvenuta in modalità irreversibile sia perché, come evidenziato dal prof. Ma., quindici anni di trattamento ormonale hanno reso irrecuperabili i caratteri sessuali maschili, sia perché dal punto di vista psicologico il sig. Pa. ha di fatto assunto una caratterizzazione totalmente femminile, completata da una serie di interventi accessori che hanno trasformato i suoi caratteri sessuali secondari. A conferma sia dell’irreversibilità, sia della volontà del ricorrente, va ricordato come tale percorso sia stato molto lungo, le cure siano in essere da oltre 15 anni e la volontà di modificare il proprio sesso risalga di fatto all’adolescenza.

Va infine sottolineato quanto il ricorrente ha dedotto, ossia di non essere sposato, di non avere mai generato figli e che l’accoglimento del ricorso non determina pregiudizio ad alcuno.

Va quindi accolto il ricorso per la rettificazione dell’attribuzione di sesso al sig. Fr.PA., riconoscendogli la qualità di donna, e quindi va ordinata la modifica degli atti anagrafici nella parte in cui riportano il nome “Fr.” anziché di “Fr.” e il sesso maschile anziché quello femminile.

P.Q.M.,
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, contrariis rejectis, Visto l’art. 2 e 3 Legge 14 aprile 1982, n. 164
ORDINA

all’ufficiale di stato civile del comune di Genova, dove fu compilato l’atto di nascita, di effettuare la rettificazione nel relativo registro e negli atti riguardanti PA.FR. codice fiscale (…) nato (…) con variazione del genere da maschile in femminile e modifica del nome da Fr. in Fr.

Nulla sulle spese.
Così deciso in Genova il 31 marzo 2016. Depositata in Cancelleria il 23 maggio 2016.

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1 Commento

  1. La sentenza riportata non è la numero 1610/2016 del Tribunale di Padova. E’ necessaria la correzione.

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