Come difendersi dal capo che importuna i dipendenti
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9 Ott 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Come difendersi dal capo che importuna i dipendenti

Molestie sessuali in ufficio o stalking occupazionale nella vita privata: ecco cosa fare quando il datore di lavoro oltrepassa i limiti.

 

Si dice che la troppa confidenza fa perdere la riverenza. Ci sono dei casi nel mondo del lavoro, però, in cui la riverenza la si perde anche quando la confidenza non si riceve. Ad esempio quando un capo importuna i suoi dipendenti, sia attraverso atteggiamenti o apprezzamenti che superano il limite della molestia sessuale sia attraverso il cosiddetto “stalking occupazionale”. Allora come difendersi dal capo che importuna i dipendenti?

 

 

Il capo che importuna con avances

Il codice penale punisce il capo che importuna i dipendenti con avances di tipo sessuale, classificandole come atti di violenza privata [1], in quando approfitta del suo ruolo di superiore gerarchico. Il risultato per chi subisce vessazioni, commenti inopportuni o, peggio ancora, qualche carezza di troppo è quello di vedere compromesse serenità e aspirazioni sul posto di lavoro, se non, a volte, dei pregiudizi da parte dei colleghi: si fa carriera, pensano alcuni malfidenti, solo se la donna “ci sta”. Forse anche il capo molestatore la pensa così.

A tal proposito si è espressa la Cassazione, sul caso di un direttore dell’Asl che, secondo l’accusa, puniva le donne che si rifiutavano di cedere alle sue avances [2]. Per la Suprema Corte, il capo che importunava i dipendenti (in questo caso le sue impiegate) adottava un sistematico atteggiamento, portato avanti nel tempo, che consisteva in “richieste indecenti, lusinghe e minacce”. Per la vittima, aggiungono i giudici, il solo fatto di dover sopportare questo atteggiamento già costituisce violenza, indipendentemente da come andasse a finire.

Ci sono, però, altri pronunciamenti della Cassazione su quando un capo importuna i dipendenti. Integra il reato di molestie, ad esempio, «la condotta di continuo ed insistente corteggiamento che risulti non gradito alla persona destinataria, in quanto oggettivamente petulante» [3]. Comunque, «la pluralità di azioni di disturbo costituisce elemento costitutivo del reato [4] e non può, quindi, essere riconducibile all’ipotesi di reato continuato» [5].

Il capo che importuna i dipendenti, o che «con violenza o minaccia costringa altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa» è punito con la reclusione fino a 4 anni. La pena è aumentata se la violenza o la minaccia è commessa con le armi o da persona travisata oppure da più persone insieme. O, ancora, con scritto anonimo, o in modo simbolico o valendosi dell’intimidazione» [6].

 

 

Come difendersi dal capo che importuna con avances

La prima cosa da fare, quando si avverte che il capo sta oltrepassando la linea della confidenza per invadere il terreno delle molestie sessuali, è quella di fargli capire in modo chiaro e inequivocabile che quel tipo di battute o di attenzioni fisiche non sono gradite. Meglio se via e-mail e non solo verbalmente, in modo da avere un riscontro nero su bianco del rifiuto espresso.

Se il capo continua a importunare conviene chiedere aiuto. Alcuni posti di lavoro o amministrazioni pubbliche hanno al loro interno la figura del “consigliere di fiducia”. Un primo valido interlocutore che cercherà, in base al codice etico dell’azienda, una soluzione. I dipendenti pubblici, inoltre, hanno la possibilità di rivolgersi al Comitato unico di garanzia.

Altra soluzione può essere quella di rivolgersi al consigliere territoriale di parità. Agisce gratuitamente insieme ad un avvocato di fiducia. Nei casi più disperati, è opportuno sentire il sindacato o, direttamente, il proprio avvocato. Oppure ai colleghi o ex colleghi di fiducia. Anche perché si potrebbe scoprire di non essere l’unica persona importunata dal capo. Si può, in questo modo, agire insieme. In più, gli ex colleghi potrebbero testimoniare senza temere alcuna ritorsione.

È molto importante avere il maggior numero possibile di prove delle molestie subite: messaggi al cellulare o di posta elettronica, registrazioni di telefonate esplicite, note con ora e luogo in cui è avvenuta la molestia, eventuale presenza di testimoni. Prove che non sempre vengono ammesse ad un processo ma che servono a trattare prima di arrivare in aula. Le aziende, infatti, preferiscono quasi sempre arrivare ad un accordo pur di non compromettere il loro nome.

 

 

Il capo che importuna con stalking occupazionale

Lo stalking occupazionale, o “sindrome del molestatore assillante”, consiste in un’attività persecutoria nella vita privata della vittima, ma i cui motivi partono dal posto di lavoro. Insomma, il capo che importuna i dipendenti attraverso lo stalking occupazionale vuole una sorta di vendetta per una situazione di conflitto maturata in ufficio. Un esempio: la collaboratrice che non ha mai ceduto alle sue avances, il dipendente sottoposto inutilmente a mobbing. Il capo vorrebbe, così, completare la persecuzione iniziata sul posto di lavoro: importuna attraverso telefonate o messaggi fuori dall’orario di lavoro, appostamenti sotto casa, abbonamento alla stessa palestra o la stessa piscina, ecc. Si crea nel dipendente una sofferenza psichica e si genera una sensazione di paura.

Quando questa condotta è seriale, cioè quando non si tratta di un episodio isolato, si commette reato, punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni [7].

Come difendersi dal capo che importuna i dipendenti con stalking occupazionale? Si può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza, avanzando richiesta al questore di ammonire il capo troppo “spinto”. Fatte le dovute indagini, lo stalker verrà ammonito verbalmente ed il tutto finirà nero su bianco. Toccherà al questore prendere i dovuti provvedimenti. Se il capo molestatore insiste nel suo atteggiamento, si procederà d’ufficio contro di lui come previsto dal codice penale.


[1] Art. 610 cod. pen.

[2] Cass. sent. 9225/2010.

[3] Cass. pen., sez. I, sent. 19438/2007.

[4] Art. 660 cod. pen.

[5] Cass. Pen., sez. I, sent. 14512/2004.

[6] Art. 339 cod. pen.

[7] Art. 612-bis cod. pen.

 


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