Come impedire il gioco d’azzardo a chi soffre di ludopatia
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6 Ott 2016
 
L'autore
Antonio Salerni
 


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Come impedire il gioco d’azzardo a chi soffre di ludopatia

Richiedere l’apertura di un’amministrazione di sostegno può evitare che il giocatore d’azzardo patologico dilapidi il proprio patrimonio e distrugga le proprie relazioni.

 

Il demone del gioco d’azzardo quando prende di mira una persona può provocare seri problemi per sé e per i propri cari. Ormai non è più tabù qualificare il fenomeno, quando si manifesta nelle forme più gravi ed esasperate, nei termini di vera e propria malattia. Non a caso è stato coniato il termine Gap proprio in riferimento al gioco d’azzardo patologico (o Gambling), riconosciuto ufficialmente come patologia nel 1980 dall’Associazione degli Psichiatri Americani (Apa), e classificato dalla stessa come «disturbo del controllo degli impulsi non classificati altrove» [1]. Lo sviluppo degli studi americani ha poi portato a considerare il GAP una forma di dipendenza (addiction) a tutti gli effetti.

Se Gap o gambling sono i termini usati in ambito scientifico, i media si sono occupati del fenomeno chiamandolo più semplicemente ludopatia.

 

 

Chi è il ludopatico?

La ludopatia è l’incapacità di resistere all’impulso di fare scommesse o di giocare d’azzardo, nonostante chi ne è affetto abbia, talvolta, la consapevolezza che ciò possa portare a gravi conseguenze per sé e per altri. Essa si manifesta come un comportamento persistente, ricorrente ed eccessivo di gioco, unito ad una compromissione grave di aspetti della vita personale, familiare e lavorativa del soggetto.

Non sono chiare alla scienza le cause di questa patologia, sebbene siano stati individuati una serie di fattori che possono favorire la comparsa di tale dipendenza (fra questi la presenza di altri disturbi del comportamento – come i deficit di attenzione o l’iperattività -, l’avere problemi di dipendenza da altre sostanze o soffrire di disturbi dell’umore, la giovane età, la presenza in famiglia di altre persone dedite al gioco d’azzardo, ecc.).

Indicativamente, la coesistenza di almeno 5 di questi sintomi è ritenuta sufficiente per diagnosticare un quadro di Gap:

  1. l’essere eccessivamente assorbiti dal gioco d’azzardo, al punto da ripensare continuamente alle esperienze di gioco passate e di pianificare le prossime, anche escogitando i modi per procurarsi il denaro con il quale giocare;
  2. sentire il bisogno di aumentare le somme di denaro per provare uno stato di eccitazione dal gioco;
  3. l’aver provato, vanamente, a ridurre, controllare o interrompere il gioco;
  4. manifestare ira o nervosismo ogni qual volta si cerca di controllarsi e resistere all’impulso di giocare;
  5. considerare il gioco un modo per sfuggire ai problemi o per alleviare disturbi dell’umore (quali sentimenti di impotenza, colpa, ansia, depressione);
  6. tornare a giocare dopo aver perso, rincorrendo le proprie perdite per rifarsi;
  7. mentire ai propri famigliari, al terapeuta o ad altre persone, per celare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo;
  8. commettere azioni illegali (falsificazioni, furti, frodi, appropriazioni indebite) per finanziare il gioco;
  9. l’aver messo in pericolo o perduto una relazione significativa, un lavoro, oppure altre opportunità scolastiche o di carriera, a causa del gioco d’azzardo;
  10. chiedere aiuto ad altri (amici o familiari) per trovare denaro col quale alleviare la propria situazione economica disperata a causa dal gioco.

 

 

Come aiutare un ludopatico

Riconoscere di avere un problema è sicuramente il primo passo per risolverlo. Sul territorio italiano sono già presenti diverse strutture specializzate nell’offrire aiuto per affrontare la dipendenza dal gioco d’azzardo [2]. Ci si può anche rivolgere direttamente alla propria Asl per ottenere informazioni circa i servizi esistenti in zona per il trattamento della ludopatia [3].

Ma il problema fondamentale è che molto spesso il ludopatico non ammette di avere un problema, tende a minimizzare o a negare l’evidenza, o comunque non riesce a chiedere aiuto nel modo corretto, neanche con il supporto di amici e familiari. E contro la sua volontà non potrà attivarsi il percorso terapeutico mirato a farlo uscire da tale situazione. La legge prevede dei meccanismi di tutela civile attraverso i quali anche persone diverse dal giocatore problematico possono intervenire, affinché vengano presi una serie di accorgimenti diretti a contenere i rischi a cui il ludopatico espone sé stesso e la propria famiglia.

 

L’amministrazione di sostegno [4], introdotta dal 2004, è l’istituto più utile a tal proposito. Esso consente di affiancare un amministratore nominato da un giudice ad un soggetto che si trova in uno stato di difficoltà fisica o psichica, anche parziale o temporanea. Tale stato pone il soggetto infermo nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi (quella che giuridicamente costituisce la cosiddetta capacità d’agire di una persona, che normalmente si acquisisce con il compimento del diciottesimo anno d’età). Con l’amministrazione di sostegno si attua la forma meno invasiva di limitazione della capacità d’agire prevista nel nostro ordinamento. Il soggetto viene così tutelato mediante l’affiancamento di una persona che lo aiuterà a compiere gli atti di vita quotidiana e di gestione dei propri beni.

 

 

Il procedimento dell’amministrazione di sostegno

L’amministrazione di sostegno può essere aperta solo nei confronti di maggiorenni, essendo i minori già sottoposti ad un genitore o tutore. Essa si richiede presentando un ricorso al giudice tutelare [5]. Tale ricorso può essere presentato dallo stesso interessato, dal coniuge o dalla persona stabilmente convivente, dai familiari entro il 4° grado (genitori, figli, fratelli, sorelle, nonni, zii, prozii, nipoti, cugini), dagli affini entro il 2° grado (cognati, suoceri, generi, nuore), dal tutore, dal curatore, dal pubblico ministero o dagli assistenti sociali. In tale ricorso occorrerà menzionare con chiarezza quali sono le problematiche che affliggono l’infermo (beneficiario dell’amministrazione) e quali sono le attività per le quali egli necessita di aiuto.

Entro sessanta giorni dalla presentazione del ricorso, ed a seguito dello svolgimento di un’udienza nella quale saranno convocati ed ascoltati il beneficiario e il ricorrente, il Giudice, qualora ritenga fondate le esigenze di aiuto, nominerà con decreto motivato l’amministratore di sostegno specificando quali atti è autorizzato a compiere. Gli effetti decorreranno dalla data di deposito di tale decreto (la cancelleria provvederà a farlo annotare nel registro delle amministrazioni di sostegno e, a cura dell’ufficiale stato civile, sarò anche annotato a margine nell’atto di nascita). Quindi sarà il giudice a stabilire, a seconda del caso, cosa l’amministratore può fare e, di conseguenza, cosa il beneficiario dell’amministrazione non può fare.

 

La scelta dell’amministratore da parte del giudice avviene in base alla persona eventualmente indicata dallo stesso beneficiario, oppure scegliendolo tra il coniuge (se non legalmente separato) o la persona stabilmente convivente, oppure fra un parente entro il 4° grado. Tale scelta deve comunque avvenire con esclusivo riguardo alla cura e all’interesse della persona beneficiaria [6].

 

La durata dell’incarico viene stabilita dal giudice nel decreto. L’amministrazione di sostegno è revocabile nel caso in cui vengano meno i suoi presupposti (ad es. in caso di guarigione dalla patologia) oppure qualora essa non risulti essere lo strumento più idoneo a tutelare l’interessato (occorrendo altre misure più invasive e limitanti nei confronti della capacità d’agire di una persona, come ad esempio l’interdizione, mediante la quale si priva totalmente della capacità d’agire).

 

 

Amministrazione di sostegno o interdizione?

È bene sottolineare che la scelta fra amministrazione di sostegno e interdizione non è legata alla gravità minore o maggiore delle condizioni psico-fisiche in cui versa l’infermo [7], ma alle complessive esigenze di protezione dello stesso: più gravi sono i rischi concreti di danneggiare la propria persona e i propri averi, maggiori saranno le possibilità di ottenere misure di protezione più drastiche. Ad ogni modo, la giurisprudenza tende sempre a privilegiare l’amministrazione di sostegno tra gli istituti disponibili, subordinando l’adozione di misure di protezione più invasive ai soli casi in cui venga accertata l’insufficienza di tale istituto ad appagare adeguatamente le peculiari esigenze dell’infermo [8].

Alla luce di ciò lo strumento migliore per intervenire legalmente nei confronti di un dipendente patologico da gioco d’azzardo è l’amministrazione di sostegno. Un aiuto specifico e non particolarmente invasivo, rispettoso della dignità della persona, ma comunque in grado di evitare i danni, economici e non, cui il giocatore va incontro.


[1] Definizione tratta dal DSM IV, che è il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali prodotto dall’APA.

[2] Tra gli elenchi disponibili si vedano: http://www.giocaresponsabile.it/?fuseaction=ServiziTerritoriali e http://centrostudi.gruppoabele.org/gambling/?q=node/120

[3] Il c.d. Decreto Balduzzi (D.L. 158/2012) ha espressamente previsto che i cittadini affetti da GAP possano essere curati presso i «servizi dipendenze» presenti in tutte le Aziende Sanitarie. La ludopatia rientra infatti nei livelli essenziali di assistenza (Lea), ossia quell’insieme di attività, servizi e prestazioni che il servizio sanitario nazionale eroga a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza.

[4] Artt. 404 e ss. cod. civ.

[5] Il Giudice Tutelare è un giudice del Tribunale a cui sono affidate diverse funzioni in materia di tutela delle persone, specie per soggetti più deboli come i minori e gli incapaci, con riguardo ad aspetti sia patrimoniali che non patrimoniali. Esso sovrintende a procedimenti definiti di «volontaria giurisdizione», ossia caratterizzati dal fatto che non vi sono due o più parti contrapposte, portatrici di interessi in conflitto, ma soltanto delle persone incapaci o non del tutto capaci di provvedere da sole ai propri interessi, nel cui favore interverrà il giudice su richiesta di parenti o soggetti che agiscono con la stessa finalità di protezione.

[6] Art. 408 cod. civ.

[7] Cass. sent. n. 22332/11, del 26.10.11.

[8] Cass. sent. n. 4866/10, del 01.03.10.

 


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