Esame di avvocato: la bocciatura va motivata
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8 Ott 2016
 
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Esame di avvocato: la bocciatura va motivata

La necessaria motivazione dell’esito negativo degli scritti: la tesi condivisibile del Tar Lazio.

 

Il contenzioso che affligge da decenni l’esame di avvocato riguarda la questione relativa alla necessità o meno, per la commissione, di motivare l’esito negativo delle prove scritte.

L’orientamento della giurisprudenza amministrativa più recente è nel senso di ritenere  illegittimo il provvedimento di non ammissione alle prove orali dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato qualora la valutazione degli elaborati sia stata espressa in  forma puramente numerica,  senza che in atti si riscontri alcuna esternazione grafica o testuale della commissione esaminatrice,  la quale possa fungere da tramite logico-argomentativo tra i criteri generali predefiniti dalla commissione stessa e l’espressione finale numerica del singolo giudizio (Tar Lazio 9418/2015, 9366/2015).

 

Questo orientamento, tuttavia, non è pacifico. Secondo una  tesi più restrittiva (Corte cost. 175/2011),  il solo punteggio numerico consentirebbe alla Commissione esaminatrice di esprimere un giudizio sull’elaborato, tenendo conto anche del fatto che un’esposizione più dettagliata non sarebbe esigibile alla luce del principio del buon andamento.

 

La pronuncia della Corte costituzionale sopra citata si fonda su una lettura testuale della  normativa di settore e, in particolare, di quattro disposizioni:

 

— l’art. 17bis, co. 2, R.D. 37/1934, il quale stabilisce che «per ciascuna prova scritta ogni componente delle commissioni d’esame dispone di 10 punti di merito; alla prova orale sono ammessi i candidati che abbiano conseguito, nelle tre prove scritte, un punteggio complessivo di almeno 90 punti e con un punteggio non inferiore a 30 punti per almeno due prove»;

 

— l’art. 23, co. 5, del medesimo testo normativo, il quale dispone che «la commissione assegna il punteggio a ciascuno dei tre lavori raggruppati ai sensi dell’art. 22, co. 4, dopo la lettura di tutti e tre, con le norme stabilite nell’articolo 17 bis»;

 

— l’art. 24, co. 1, R.D. 37/1934 cit., il quale statuisce che «il voto deliberato deve essere annotato immediatamente dal segretario, in tutte lettere, in calce al lavoro. L’annotazione è sottoscritta dal presidente e dal segretario»;

 

— l’art. 22, co. 9, R.D.L. 1578/1933, che prevede la fissazione dei criteri per la valutazione degli elaborati scritti e delle prove orali da parte della Commissione centrale istituita presso il Ministero della giustizia.

 

La Corte costituzionale, dunque, ha ritenuto che «il criterio prescelto dal legislatore per la valutazione delle prove scritte nell’esame de quo è quello del punteggio numerico, costituente la modalità di formulazione del giudizio tecnico-discrezionale finale espresso su ciascuna prova, con indicazione del punteggio complessivo utile per l’ammissione all’esame orale».

 

Ora, è noto che  le interpretazioni adottate dalla Corte costituzionale nelle sentenze di rigetto non precludono al giudice la possibilità di seguire altre interpretazioni ritenute compatibili con la Costituzione, poiché ogni giudice è titolare del potere-dovere di interpretare le leggi in piena autonomia ai sensi dell’art. 101, co. 2, Cost. (Cass. S.U. 27986/2013).

 

Ciò è tanto più vero nella materia in questione in quanto, con la  L. 247/2012, è stato introdotto il meccanismo basato sulle  annotazioni dirette sull’elaborato da esaminare (art. 46, co. 5, L. 247 cit.) e, se è vero che la norma transitoria di cui al successivo art. 49 della legge in esame (modif. dal D.L. 192/2014, conv., con modif., dalla L. 11/2015) ne ha differito l’applicazione [1], è pur vero che ciò non preclude una diversa interpretazione del complessivo quadro normativo previgente.

In altri termini, non è preclusa al giudice una lettura della normativa settoriale la quale integri le disposizioni specifiche leggendole alla luce del fondamentale parametro di cui all’art. 3 L. 241/1990 (Motivazione del provvedimento) e dei parametri costituzionali ed eurounitari connessi [2].

 

Nel nostro caso, è evidente che il legislatore abbia inteso perseguire anche l’obiettivo dell’incremento del grado di trasparenza dei giudizi di accesso alla professione.

È quindi possibile ritenere che, se da un lato la norma transitoria esclude l’obbligatoria applicazione dello specifico meccanismo individuato dal legislatore, tuttavia, essa non preclude il riconoscimento (fatto inequivocabilmente proprio dal legislatore medesimo) dell’esigenza di una motivazione più trasparente, da salvaguardare secondo modalità rimesse all’Amministrazione nei singoli casi e valutabili ex post nella sede giurisdizionale.

 

Questa soluzione interpretativa è anche pienamente coerente con la ratio della legislazione in materia di procedure concorsuali per l’accesso alla professione notarile: è noto, al riguardo, che l’art. 11, co. 5, D.Lgs. 166/2006, modif. dal D.L. 179/2012, conv., con modif., dalla L. 221/2012, prevede che il giudizio di non idoneità sia «sinteticamente motivato con formulazioni standard, predisposte dalla commissione quando definisce i criteri che regolano la valutazione degli elaborati».

 

Siffatto ordine di idee consente anche una più piena attuazione dei principi ricavabili dagli artt. 97, 24 e 113 Cost., con la precisazione − quanto al buon andamento − che il legislatore e l’Amministrazione ben possono individuare criteri tali da conciliare l’esigenza di trasparenza con quella di efficienza, secondo una gamma di soluzioni variamente articolabili.

 

Quanto alla coerenza con l’ordinamento eurounitario (e cioè alla necessità di pervenire a un’interpretazione che sia anche “comunitariamente” conforme) è appena il caso di rilevare:

 

— da un lato, che la materia dell’esame di abilitazione forense attiene, comunque, all’ambito comunitario della libertà di stabilimento e della libera prestazione di servizi, con le connesse esigenze concorrenziali (Corte giust. 17-2-2005, C- 250/03);

 

— dall’altro, che il principio della motivazione è richiamato sia nell’art. 296, co. 2, TFUE (ex articolo 253 del TCE), sia nell’art. 41 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione europea (da leggere in relazione all’art. 51 che ne estende l’applicazione agli Stati membri) e, come tale, ha ricevuto importanti riscontri nella giurisprudenza della Corte di Giustizia (particolarmente chiaro, in ordine ai principi sopra menzionati, il dettato di Corte giust. 22-3 2001, C – 17/99, per cui la motivazione deve fare apparire in forma chiara e non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente di esercitare il proprio controllo).

 

Alla luce di siffatte premesse, la questione della motivazione del giudizio negativo nelle prove d’esame o concorsuali non può essere risolta astrattamente, o sulla base di un mero richiamo dei non univoci orientamenti giurisprudenziali, bensì avendo riguardo alle caratteristiche di ogni singolo procedimento di esame, da valutarsi alla luce di una corretta ricostruzione del nesso tra normative di settore e principi generali dell’ordinamento nazionale ed eurounitario.

 

Con riferimento al caso in esame, non può non essere considerata rilevante la disciplina giuridica del settore, che ha imposto specifiche prescrizioni proprio al fine di garantire l’effettività dell’obbligo di motivazione.

In concreto, se negli atti non si riscontra alcuna esternazione grafica o testuale della Commissione esaminatrice, la quale possa fungere da tramite logico-argomentativo tra i criteri generali e l’espressione finale numerica del singolo giudizio, il giudizio di insufficienza della prova potrebbe essere determinato, in ipotesi: a) dalla violazione di un criterio, già di per sé, sufficientemente individuato, come ad esempio il criterio relativo alla correttezza grammaticale e sintattica, il cui contenuto è determinabile per relationem mediante il rinvio ai canoni comunemente accolti in materia; b) dalla violazione di un criterio contenutistico “preliminare” formulato in termini generali, come − ad esempio − quello della dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati, nonché degli orientamenti della giurisprudenza.

 

È evidente che il metodo seguito non consente al candidato neppure di sapere se si verta nell’ipotesi sub a) o nell’ipotesi sub b). Inoltre, con riferimento all’ipotesi sub b), è altresì evidente che il criterio formulato anteriormente allo svolgimento delle prove non può ovviamente riferirsi agli argomenti specifici che sono oggetto delle tracce assegnate. Soltanto in base alla traccia, infatti, è possibile stabilire quali siano i fondamenti teorici degli istituti rilevanti nel caso di specie e i relativi orientamenti giurisprudenziali, graduandone, per così dire, l’esigibilità concreta in relazione alle caratteristiche della prova: il che consentirebbe − poniamo − di ritenere sufficienti gli elaborati che diano conto almeno della tesi A e della tesi B, anche se non della tesi C (la cui menzione potrebbe essere considerata, invece, ai fini dell’attribuzione di un voto più alto).

 

In assenza della predeterminazione normativa di un metodo (come quello poi introdotto dalla menzionata L. 247/2012) è possibile immaginare vari sistemi di motivazione del giudizio, incentrati su un’ulteriore specificazione contenutistica dei criteri di correzione a seguito dello svolgimento delle prove, ovvero sul ricorso a espressioni grafiche o verbali.

 

Non è invece ammissibile che questo ambito sia sottratto a qualsiasi forma di esternazione e, quindi, di conoscibilità da parte del destinatario del giudizio.

Si tratta, infatti, dell’ambito nel quale si celano, in realtà, gli elementi presupposti essenziali che vanno a costituire una vera e propria “catena di giudizi”, la quale sfocia, poi, nella valutazione finale, che viene infine sintetizzata nel voto numerico.

 

Del resto, con riferimento alla motivazione come formula conclusiva di una valutazione che ha preso le mosse dalla proposta di elaborato contenuta nella traccia ed ha autolimitato la sua espansione nel delicato momento dell’elaborazione e ostensione dei criteri di valutazione, si è espressa anche la Cassazione a Sezioni Unite, con sent. 14893/2010, con riferimento alle prove del concorso notarile: secondo la suddetta sentenza, il legislatore ha richiesto alla commissione esaminatrice di darsi criteri che non si riducano alle note, tautologiche, formule sul necessario omaggio alle esigenze di rigore e correttezza espositiva, di pertinenza argomentativa e di esibizione culturale da parte del candidato, ma che siano le regole-guida, predeterminate e pertanto non mutabili, di quanto con la traccia proposta viene richiesto e di quanto (in specie nell’ottica aperta propria della opinabilità delle soluzioni giuridiche) ci si attende, in termini di risultato finale rappresentante lo standard minimo per una valutazione di idoneità.

 

Il vuoto motivazionale si incunea praticamente nel cuore stesso dell’esercizio della funzione amministrativa, pregiudicando la soddisfazione del parametro dell’art. 3 L. 241/1990, interpretato alla luce dei principi costituzionali d’imparzialità e dell’art. 41 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che espressamente prevede l’obbligo di motivazione come un aspetto del diritto a una buona amministrazione.

 

In particolare, in base a quanto affermato dalla Corte costituzionale, l’obbligo di motivare i provvedimenti amministrativi è diretto a realizzare la conoscibilità, e quindi la trasparenza, dell’azione amministrativa, ai quali deve essere riconosciuto il valore di principi generali, diretti ad attuare sia i canoni costituzionali d’imparzialità e di buon andamento dell’Amministrazione (art. 97, co. 1, Cost.), sia la tutela di altri interessi costituzionalmente protetti, come il diritto di difesa nei confronti dell’Amministrazione stessa (artt. 24 e 113 Cost). L’assenza di motivazione comporta, quindi, l’annullamento del giudizio finale di non ammissione alle prove orali e delle presupposte valutazioni negative e la condanna dell’Amministrazione a disporre il riesame motivato, da parte di una diversa Commissione, delle prove del ricorrente.

 

Questa tesi era stata abbracciata anche dal Tar Catanzaro, con sent. 404/2014, secondo cui il punteggio numerico non è da solo sufficiente all’esternazione motivazionale, in mancanza della specificazione, in termini letterali, delle concrete modalità di attribuzione del punteggio in relazione ai criteri predeterminati e alla loro osservanza.

 

Tale modus operandi, oltre ad impedire al candidato un’idonea difesa delle proprie ragioni dinanzi al giudice – seppure nei limiti del sindacato che questi può esercitare sulla valutazione di merito espressa sulle prove di esame –, argomentando, ad esempio, su palesi vizi logici o giuridici in cui questa potrebbe essere incorsa nella correzione, impedisce al candidato di avere effettiva contezza degli asseriti errori in cui è incorso, conoscenza che potrebbe impedirgli di reiterarli in un successivo esame cui volesse partecipare (Tar Lazio-Roma 3680/2014).

 

La necessità di assicurare che il risultato numeri co d’inidoneità, pur autorizzato dalla norma, rappresenti la logica e necessitata conseguenza dell’applicazione dei criteri legalmente dati e non sia invece espressivo di travisamento, contraddizione o dell’adozione di altri criteri irragionevolmente restrittivi è avvertita nell’art. 46, co. 5, L. 247/2012, primo capoverso, secondo cui, come già ricordato, la commissione «annota le osservazioni positive o negative nei vari punti di ciascun elaborato, le quali costituiscono motivazione del voto che viene espresso con un numero pari alla somma dei voti espressi dai singoli componenti».

 

Anche a voler prescindere dalla questione dell’immediata applicabilità della detta disposizione, ex art. 49 della medesima legge – non vertendosi nella materia delle prove scritte e prove orali o in quella delle modalità di esame (oggetto di entrata in vigore differita), ma riguardando, più propriamente, la materia della valutazione delle prove medesime –, la sopravvenienza di cui all’art. 46 permette di fondare un’interpretazione evolutiva costituzionalmente orientata della regola, per non discriminare fattispecie del tutto identiche salvo che per il dato cronologico (perché verificatesi prima o dopo l’entrata in vigore della norma), rientrando nei poteri dell’interprete tener conto dello sviluppo storico degli istituti che egli è chiamato ad applicare, attribuendo ad essi il significato più consono alla struttura complessiva dell’ordinamento vigente, alla luce dei principi e dei valori espressi dalla Costituzione (Corte cost. 140/1998).

 

In tal senso, può condividersi l’assunto in base al quale «con la riforma dell’ordinamento forense è stato (….) recepito il principio generale di origine comunitaria secondo cui l’accesso a una professione regolamentata deve essere subordinato a condizioni chiare e inequivocabili (v. art. 15, comma 1-d, D.Lgs. 59/2010). Il possesso di un’adeguata preparazione teorico-pratica è certamente una condizione chiara e inequivocabile, ma perché la norma raggiunga il suo effetto le medesime caratteristiche devono essere presenti nel provvedimento che accerta la mancanza di preparazione e nega l’accesso alla professione.

L’art. 46, co. 5, L. 247/2012, evidentemente per non rendere troppo gravoso il lavoro di correzione, prevede un obbligo di motivazione attenuato, in quanto non esige un vero e proprio giudizio analitico, ma richiede che il voto trovi giustificazione nelle annotazioni a margine degli elaborati (correzione parlante). In altri termini, l’aspirante avvocato deve essere messo in grado di comprendere quali passaggi delle proprie argomentazioni siano stati ritenuti adeguati e quali invece criticati o giudicati erronei» (Tar Lombardia-Brescia 581/2014).

 

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[1] Secondo quanto dispone l’art. 49 L. 247/2012, modif. dal D.L. 192/2014, conv., con modif., dalla L. 11/2015: «Per i primi quattro anni dalla data di entrata in vigore della presente legge l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato si effettua, sia per quanto riguarda le prove scritte e le prove orali, sia per quanto riguarda le modalità di esame, secondo le norme previgenti».

[2] Un esempio concreto di questa tecnica ermeneutica si rinviene in una pronuncia dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (n. 16/2014), che ha risolto una questione relativa all’applicazione dell’art. 38 del Codice dei contratti negando la diretta e immediata applicabilità dello ius superveniens alla fattispecie controversa, valorizzando le nuove previsioni legislative quali indici ermeneutici, ai fini della ricostruzione della volontà del legislatore in quanto volta a determinati fini.

 


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