Maria Elena Casarano
Maria Elena Casarano
15 Ott 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Come gestire la comproprietà di beni con la separazione

Separazione e divorzio: senza accordo, il giudice non può disporre il trasferimento di quote di beni in comproprietà per rendere ciascun coniuge proprietario esclusivo.

 

Io e mia moglie siamo separati consensualmente; lei ha avuto assegnata la casa coniugale in comproprietà dove vive con nostra figlia studentessa universitaria. Siamo comproprietari anche di un altro appartamento. Visto che il mio diritto di proprietà sulla casa coniugale è fortemente limitato, posso obbligare mia moglie a fare una cessione delle rispettive quote di proprietà in modo che lei diventi esclusiva proprietaria della casa coniugale e io dell’altro immobile?

 

La risposta al quesito (almeno per come posto) è negativa, seppur con le necessarie precisazioni che vengo di seguito a fare.

Il lettore non può in alcun modo «obbligare» la moglie ad aderire a questo genere di trasferimento immobiliare, né può chiedere in giudizio (verosimilmente quello di divorzio o di modifica delle condizioni della separazione) che il giudice disponga in alcun modo un trasferimento di quote di proprietà su diversi immobili allo scopo di rendere ciascun coniuge proprietario esclusivo di uno di essi. Vediamo perché e se è possibile affrontare il problema in altro modo.

 

 

Vendita di beni in comproprietà tra i coniugi: quali poteri per il giudice?

Il giudice della separazione (come pure del divorzio) deve sì tener conto dei redditi e delle proprietà di marito e moglie al fine di determinare la misura di un eventuale assegno di mantenimento (per il coniuge e/o i figli), ma non può imporre la vendita di beni mobili o immobili al fine di riequilibrare le posizioni reddituali dei coniugi. Soluzione questa che egli potrà tutt’al più suggerire alle parti in conflitto.

Inoltre, anche con specifico riferimento all’immobile in cui è vissuta la famiglia prima della separazione, il magistrato non ha un potere assoluto; egli infatti può decidere della sola assegnazione della casa coniugale, cioè decidere a chi fra i coniuge attribuire il godimento del bene. Tale assegnazione è regolata secondo criteri che possono così sintetizzarsi:

 

– il giudice può pronunciarsi di sua iniziativa solo in merito a quell’immobile in cui ha vissuto la famiglia prima della separazione (e non quindi seconde case);

 

– la decisione del magistrato è del tutto indipendente dal titolo di proprietà sulla casa, in quanto finalizzata in via esclusiva a non sradicare i figli dall’habitat domestico in cui si è articolata la vita familiare: ciò non impedisce ai genitori di accordarsi per l’utilizzo di un diverso immobile di proprietà affinché vi vivano i figli: decisione che potrà essere approvata dal giudice se conforme all’interesse della prole;

 

– il giudice non può tenere conto (al fine di riequilibrare la posizione economica dei coniugi e avvantaggiare chi, come il lettore, si è visto privato del diritto al godimento di un proprio bene) dell’esistenza di seconde (o altri beni) di proprietà e perciò non può disporre in merito ad essi anche se gliene venga fatta espressa richiesta da uno dei coniugi; ciò che invece può fare è tener conto del valore economico dell’assegnazione, magari «ridimensionando» la misura di un eventuale assegno di mantenimento disposto in favore del coniuge che ha ottenuto il godimento della casa;

 

– l’assegnazione non è «a vita», ma cessa nel momento in cui il figlio, una volta divenuto maggiorenne, raggiunge l’autosufficienza economica (o si sposa) e/o l’assegnatario (figli compresi) smette di abitare l’immobile.

 

 

Trasferimento di beni con la separazione e il divorzio: come si fa?

Da quanto detto si desume che il lettore non avrebbe la possibilità di domandare al giudice (né in alcun modo «obbligare» la moglie) di disporre la cessione/scambio delle due proprietà per come descritta nel quesito. Ciò che, invece, può fare è altro.

In previsione della futura domanda di divorzio (che, stante la intervenuta separazione consensuale, potrà essere chiesto dopo soli 6 mesi da questa) potrà sin d’ora attivarsi nella ricerca di un accordo con la moglie per come voluto.

Il reciproco trasferimento immobiliare (o l’impegno ad effettuarlo entro un certo termine) potrà essere contenuto nell’accordo di divorzio sia che la domanda venga presentata con ricorso congiunto in tribunale che tramite la nuova procedura della negoziazione assistita da avvocati.

Nello specifico l’accordo di divorzio dovrà prevedere la dicitura che:

 

– con esso i coniugi intendono regolare i loro rapporti economici, definendo in questo modo le reciproche ragioni di dare e avere;

– la promessa di uno a vendere e l’obbligo dell’altro ad acquistare;

– l’ indicazione di dati catastali e l’atto di provenienza dei beni immobili.

 

Per approfondire il tema rinviamo all’articolo: Come trasferire la proprietà di beni con la separazione e il divorzio.

 

 

Trasferimento di beni con la separazione o il divorzio: quale convenienza?

Questo tipo di operazione costituisce una formula vantaggiosa per i coniugi, anche sotto l’aspetto fiscale, in quanto si tratta di trasferimenti che, come ogni atto, documento e provvedimento riguardante le procedure di separazione o divorzio, sono esenti da tasse, imposte di bollo, di registro e ipocatastali. Ciò, sempre che, l’attribuzione patrimoniale riguardi coniuge e /o figli e non invece soggetti terzi.

Quanto alla possibilità che la moglie del lettore dia la propria adesione ad un simile accordo, ritengo che la prospettiva di definire, una volta divorziati, i limiti delle rispettive proprietà, senza dover raccogliere il consenso dell’ex coniuge per eventuali future operazioni di vendita, locazione o altro (o, peggio, dover intraprendere un giudizio di divisione in mancanza di accordo) non possa che costituire un vantaggio anche per la donna; ciò specie tenuto conto che il godimento esclusivo sulla casa familiare di cui essa attualmente beneficia non è a tempo indeterminato, ma è limitato al periodo di non autosufficienza economica della figlia; periodo che, stante gli intrapresi studi universitari, potrà avere una prevedibile durata di non troppi anni ancora.


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti