Diritto all’oblio e diritto di cronaca
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21 Ott 2016
 
L'autore
Antonio Ciotola
 


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Diritto all’oblio e diritto di cronaca

Come opera il diritto all’oblio in riferimento a quello di cronaca giornalistica ed al diritto di pubblica informazione?

 

In una recente sentenza [1] la Corte di cassazione si è occupata di definire, in maniera più rigorosa e precisa, i confini dell’operatività del cosìddetto diritto all’oblio in riferimento a quelli di cronaca giornalistica e di pubblica informazione.

Il tema è reso di particolare delicatezza proprio con riferimento alle numerose testate giornalistiche on line: è, infatti, evidente la differenza potenziale tra la diffusione di una notizia a mezzo della stampa cartacea tradizionale rispetto a quelle diffuse e pubblicate nel web.

 

Prima di addentrarci nell’analisi di una tematica di non facile trattazione cerchiamo di definire cosa sia il diritto all’oblio. Con il termine diritto all’oblio si intende il diritto alla non diffondibilità di informazioni personali pregiudizievoli e lesive dell’onore e/o della reputazione di una persona senza che ciò corrisponda ad una  particolare esigenza di conoscenza collettiva del fatto o dei fatti diffusi e resi pubblici.

 

Mi spiego meglio. Spesso il diritto all’oblio viene invocato relativamente alla diffondibilità di sentenze di condanna per fatti di rilevanza penale, la cui diffusione, a mezzo della stampa, risulta avere un effetto pregiudizievole e fortemente negativo per il protagonista della vicenda giudiziaria.

In buona sostanza, la domanda alla quale occorre rispondere è la seguente: quali sono le condizioni affinchè una notizia pregiudizievole, pur se di interesse collettivo e giornalistico, possa essere oggetto di cancellazione (rimozione) per l’operare del diritto all’oblio?

 

Un esempio potrebbe rendere maggiormente chiari i termini della questione. Immaginiamo che Tizio, noto chirurgo, sia condannato perchè, eseguendo una operazione di chirurgia, abbia commesso degli errori che hanno cagionato dei danni fisici ad una sua paziente.

 

È evidente che la notizia, attesa la qualità di Tizio e la rilevanza sociale della sua professione, possa ritenersi di interesse collettivo e quindi, anche se di fatto, pregiudizievole per la sua reputazione professionale, meriti di essere pubblicata e resa nota alla generalità di lettori che  hanno diritto ad essere informati.

 

Ma fino a che punto il diritto di informazione del pubblico prevale rispetto a quello di Tizio che, viceversa, vorrebbe che la notizia possa essere rimossa (dimenticata) per effetto del diritto all’oblio?

 

Da quest’angolo visuale appare molto chiaramente la differenza tra la notizia pubblicata su giornali e riviste tradizionali di tipo cartaceo e quelle on line: quando una notizia viene pubblicata sul web sarà sufficiente digitare le giuste parole chiave in un motore di ricerca per riottenere e rileggere, anche a distanza di molto tempo dai fatti, la notizia pregiudizievole – nell’esempio fatto l’intervento chirurgico sbagliato – che potrebbe essere divenuta, oramai, di nessun interesse collettivo.

 

Per continuare nella scia dell’esempio che si stava facendo, poniamo il caso che siano trascorsi diversi anni dalla condanna di Tizio per i suoi errori medici e che, nel frattempo, lo stesso abbia eseguito con successo e perfettamente altre decine di interventi.

 

Ciononostante, digitando sul motore di ricerca internet il nome Tizio, continuerà a comparire la notizia della pregressa condanna penale con effetti pregiudizievoli e negativi per la sua reputazione e professione – con chiare ripercussioni negative  anche sotto il profilo economico –  senza che ciò possa corrispondere ad un diritto pubblico alla conoscenza del fatto.

 

Nella citata sentenza,  la Corte di cassazione ha, in buona sostanza, sancito il principio secondo il quale una volta che il pubblico sia stato informato della notizia di interesse collettivo e che la stessa sia stata diffusa, l’interesse pubblico cessa di esistere.

 

Infatti, se è corretto e necessario informare il pubblico di un fatto di rilevanza collettiva, è altrettanto corretto e necessario che quella informazione non finisca per essere priva di qualsivoglia rilevanza per i lettori (già informati) e solo lesiva per il protagonista in negativo del fatto pubblicato.

 

La Cassazione, in altri termini, ha ritenuto che il diritto all’oblio possa essere considerato una naturale conseguenza di una corretta applicazione dei principi del diritto di cronaca giornalistica nel senso che, come non deve essere diffusa la notizia che non sia di interesse pubblico, allo stesso modo non deve essere riproposta la vecchia notizia che, in quanto non rispondente più ad una reale esigenza informativa della generalità dei lettori, può essere – e di fatti è –  considerata lesiva dell’onore e della reputazione personale o professionale del protagonista in negativo della notizia pubblicata.


[1] Cass. sent. n. 1316 del 24.06.2016.

 


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