Host: affittare una stanza è legale?
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11 Ott 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Host: affittare una stanza è legale?

Tra le forme di sharing economy spopola quella di accogliere turisti in casa per brevi periodi. Airbnb conviene?  E quali sono i vincoli da rispettare?

 

Una volta si diceva “arrotondare”. Ora, nell’era della sharing economy, dell’economia condivisa, si chiama “integrare il reddito”. Ma l’obiettivo è sempre lo stesso: vedere alla fine del mese il proprio conto corrente un po’ più cospicuo. Per campare, per tappare qualche buco o per concedersi qualche capriccio in più.

L’ingegno e la necessità di fare qualche soldo in più senza troppa fatica hanno inventato, sviluppato e portato al successo grazie a Internet la sharing economy: si condivide l’auto per andare al lavoro, la tavola su cui servire la cena a dei perfetti sconosciuti ad un prezzo ragionevole e si affitta a chi è di passaggio la stanza del figlio che studia fuori sede o degli ospiti che diventano, a questo punto, a pagamento. A quest’ultima categoria appartengono i cosiddetti host, cioè gli ospitanti, i riceventi. Solo che in inglese suona meglio, come sharing economy, come tutto ciò che si fa in rete. Alcuni operano per conto proprio, altri si appoggiano ad una piattaforma online (la più nota è Airbnb).

A grande invenzione, però, grande polemica. Gli albergatori, quelli tradizionali, hanno sentito il colpo. Si chiedono se questo sistema di accoglienza in casa sia del tutto legale. In effetti, non c’è una legge che vieti di farlo. A patto, però, che vengano rispettati certi vincoli (tra cui quello di pagare le tasse sull’incasso, ovviamente). Vediamoli.

 

 

Diventare host: i vincoli legali

Il primo passo da fare per sapere se diventare host è legale è quello di informarsi sui vincoli del proprio comune in materia. Ogni municipio, infatti, detta le sue condizioni per quanto riguarda la locazione immobiliare di breve durata destinata ai turisti. I vicini di casa o il quartiere, infatti, potrebbero risentire del continuo viavai di persone e presentare qualche lamentela negli uffici comunali. Piuttosto, se richiesta, meglio pagare una piccola tassa anziché una sanzione amministrativa.

Inoltre, se l’immobile che si vuole mettere a disposizione degli ospiti non è di proprietà, c’è da interpellare il padrone di casa per sapere se ha qualcosa in contrario al subaffitto di un locale, soprattutto se il contratto di locazione non lo prevede o, peggio ancora, lo vieta. Se il proprietario non fosse informato e venisse a saperlo per caso, il rischio è quello di perdere il contratto di affitto in anticipo e di dover, comunque, pagare il resto dei canoni.

Altro aspetto da non sottovalutare per diventare un host legale è quello assicurativo. Non si può escludere, infatti, che gli ospiti restino qualche volta vittime di un incidente o di un infortunio. E che pretendano di essere tutelati. Non basta l’assicurazione sul locale o sulla casa: meglio una polizza che copra la responsabilità civile e che risponda sia per il danno all’ospite sia per quello che l’ospite stesso può provocare a terzi.

Senza mettere in dubbio la correttezza di chi bussa a casa dell’host, il danno involontario può sempre scappare. Non guasta, a questo punto, chiedere una cauzione all’ospite da restituire alla fine del suo soggiorno, considerato che l’host ha 48 ore di tempo per verificare eventuali danni e chiedere un rimborso.

 

 

Diventare host: i vincoli fiscali

Entrare a far parte della sharing economy e diventare host è legale soprattutto se si pagano le tasse. Oltre a quelle, per così dire, abituali in base al reddito prodotto da questa attività, non bisogna dimenticare la tassa di soggiorno. Un’imposta che tutte le strutture ricettive incassano dai propri ospiti e che poi va versata al comune, il quale, teoricamente, la utilizza per finanziare interventi finalizzati al turismo. In alcuni comuni esiste un accordo con le piattaforme online che gestiscono le attività di host. Chi, invece, opera per conto proprio farebbe bene ad informarsi presso la propria amministrazione comunale sulle modalità e l’ammontare di questa tassa.

Chi vuole diventare host deve anche ricordare che c’è una legge che permette la locazione turistica, da stipulare mediante scrittura privata, per un massimo di un mese [1]. Per questi 30 giorni non si applica la cedolare secca sugli affitti, quindi chi mette a disposizione la camera della sua casa non deve pagare delle tasse aggiuntive.

 

 

Diventare host: come funziona Airbnb

Chi sceglie di appoggiarsi a una piattaforma online (sia per diventare host, sia per trovare una camera in affitto per qualche giorno) deve conoscere bene le regole. Patti chiari, amicizia lunga, insomma. E più lunga è l’amicizia, più ci sarà convenienza per tutti.

Come accennato, la piattaforma per eccellenza per questo servizio è Airbnb che, in alcuni aspetti, viene in soccorso dei suoi iscritti e, in altri, lascia che siano i suoi host a sbrigarsi i problemi.

Si comincia da un’inserzione gratuita sulla piattaforma online, in cui vengono descritte le caratteristiche del locale (o dei locali) da affittare: posizione, servizi e quant’altro. Più foto si mettono (magari fatte bene, ma senza barare) più successo si ottiene. L’host, infatti, è tenuto a rispettare degli standard sull’ospitalità in fatto di pulizia e di funzionamento delle apparecchiature messe a disposizione degli ospiti. Ecco perché mostrare una cosa e poi far trovare un’altra sarebbe controproducente, oltre che illegale.

Ottenuto quel successo, cioè avuta la conferma che un ospite vuole affittare la camera, l’host deve rispondere entro 24 ore. Ad avvenuta risposta, parte il pagamento e viene inviata un’e-mail con la ricevuta. L’addebito da parte di Airbnb all’host viene effettuato online entro 24 ore dal momento in cui il turista effettua il check in. Il costo del servizio addebitato all’host è del 3% + Iva per ogni prenotazione portata a termine. Il costo del servizio addebitato all’ospite va dal 6 al 18% + Iva.

Dicevamo prima della necessità di un’assicurazione. La piattaforma rimborsa danni fino a 700 euro, ma non copre contanti e titoli, animali, responsabilità civile e aree comuni condivise. Insomma, forse meglio rivolgersi ad una compagnia di assicurazioni e sentire un parere per evitare brutte sorprese. Inoltre, per motivi di privacy, se gli host avessero delle telecamere di sicurezza, gli ospiti devono esserne a conoscenza. Tutto sommato, basta il solito cartello della «zona videosorvegliata, nel rispetto della privacy, garantita da Tizio Caio».

La piattaforma non mette dei vincoli sui prezzi, che variano a seconda della città o dei servizi che offre. Ovviamente, affittare una camera in un condominio di periferia non è come affittare una camera in un ridente quartiere dove sorge una villa con piscina.

Nota bene: i più determinati, quelli che decidono di affittare l’intera casa per un breve periodo di tempo in occasione di un grande evento (la Settimana della moda di Milano, il Festival del cinema di Roma, la Biennale di Venezia…) possono trovare online delle piattaforme su cui chiedere ospitalità mentre affittano la propria casa. Verrebbe da dire: attuare a 360 gradi la Sharing economy . O meglio: l’economia condivisa. Suona bene anche in italiano.


[1] Legge 431/1998.

 


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Commenti
12 Ott 2016 Stefania Belardini

Mi farebbe piacere sapere in base a quale norma non si pagano tasse aggiuntive per locazioni fino a 30 giorni