Se in dichiarazione redditi indico ricavi inferiori che rischio?
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11 Ott 2016
 
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Se in dichiarazione redditi indico ricavi inferiori che rischio?

Reati fiscali, la dichiarazione infedele consistente nell’indicazione di un reddito inferiore viene punita solo se l’imposta evasa è superiore a 150mila euro.

 

La condotta di colui che nella dichiarazione dei redditi indichi ricavi inferiori a quello reali è punibile solo a condizione che:

  • l’ammontare dell’imposta evasa sia superiore, per ogni anno e per ognuna delle singole imposte, a 150 mila euro
  • e il totale degli elementi attivi così sottratti all’imposizione sia superiore, in relazione a ciascun anno, al 10% del totale degli elementi attivi reali o sia comunque superiore a 3 milioni di euro.

 

In ogni caso, se anche non si rientra in queste somme, la non punibilità da un punto di vista penale non esclude l’illecito tributario e, quindi, dopo l’accertamento fiscale, la riscossione esattoriale.

 

La Cassazione è intervenuta ieri [1] sul sempre delicato tema del reato di dichiarazione infedele [2].

 

A seguito della riforma dell’anno scorso che ha modificato il regime penale di numerosi illeciti tributari [3], la condotta di chi nelle dichiarazioni infedeli indichi elementi attivi inferiori a quelli reali è punibile solo laddove l’ammontare dell’imposta evasa sia superiore, per ogni anno e per ognuna delle singole imposte, a 150mila euro e che il totale degli elementi attivi così sottratti all’imposizione sia superiore, in relazione a ciascun anno, al 10% del totale degli elementi attivi reali o sia comunque superiore a 3 milioni di euro.

La precedente normativa prevedeva, invece, quale soglia di punibilità della condotta la somma di 2 milioni di euro, superata la quale si poteva prescindere da qualunque valutazione percentuale degli elementi attivi sottratti ad imposizione.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 20 novembre 2015 – 10 ottobre 2016, n. 42744

Presidente Fiale – Relatore Gentili

Ritenuto in fatto

Il Tribunale di Monza ha confermato, in sede di appello, il provvedimento col quale il Gip di tale sede giudiziaria aveva rigettato la richiesta di dissequestro parziale presentata da F.E. , nella qualità di direttore generale della Sias Spa, società che ha in gestione l’(OMISSIS) , dei beni già oggetto del provvedimento di sequestro preventivo adottato dal citato Gip in data 9 luglio 2014 nel corso delle indagini a carico del F. e di tale V.C. , a sua volta Presidente della Sias sino al 22 ottobre 2010, ed aventi ad oggetto la commissione da parte dei predetti del reato di cui agli artt. 110, 81, cpv, cod. pen. e 4 del dlgs n. 74 del 2000 relativamente agli anni di imposta 2008 e 2009 e 48, 81, cpv., cod. pen. e 4 del dlgs n. 74 del 2000, relativamente agli anni di imposta 2010 e 2011, contestati a carico del solo F. , per avere nelle dichiarazioni d’imposta relative ai predetti anni indicato elementi attivi in misura sensibilmente inferiore a quelli reali, sottraendo, pertanto alla imposizione sul valore aggiunto i relativi considerevoli importi.

In estrema sintesi si è attribuito al prevenuto di avere omesso di indicare quali poste attive nelle dichiarazioni fiscali

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[1] Cass. sent. n. 42744/16 del 10.10.2016.

[2] Contemplata dall’art. 4, d.lgs. n. 74/2000.

[3] D.lgs. n. 158/2015.

 


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