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Lo sai che? Pubblicato il 14 ottobre 2016

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Lo sai che? La condanna penale oltre ogni ragionevole dubbio

> Lo sai che? Pubblicato il 14 ottobre 2016

Brevi considerazioni sul significato dell’ «oltre ogni ragionevole dubbio» nel nostro ordinamento penale a confronto con quelli del common law.

Quante volte nei film e nelle serie tv americane abbiamo sentito il giudice chiedere alla giuria: «avete raggiunto un verdetto al di là di ogni ragionevole dubbio?».

Ma cosa significa in sostanza decidere della colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio? Nell’articolo cercherò di spiegare, sinteticamente, il significato di questa espressione entrata oramai a far parte del nostro ordinamento penale [1].

Prima di affrontare il tema specifico dell’articolo, mi pare opportuno fare alcune considerazioni circa la diversa natura del processo penale italiano rispetto a quelli dei paesi del cosiddetto common law (attualmente in vigore in Regno Unito, Stati Uniti d’America, Australia, Canada e Hong Kong).

Tra le numerose differenze esistenti tra gli ordinamenti penali del common law rispetto a quelli cosiddetti di civil law (di derivazione romanistica) vi è la circostanza che i primi si basano, in gran misura, sui precedenti giudiziari pronunciati relativamente a casi analoghi, più che su leggi e normative adottate dalle autorità politiche.

Nel sistema penale del common law (quante volte nei film americani abbiamo sentito l’avvocato dire:« giudice mi riporto alla sentenza del caso numero X») le decisioni giudiziarie adottate in precedenza per la risoluzione di casi assimilabili creano, come si dice, un precedente vincolante per i successivi giudizi. Il giudice, in buona sostanza, nella decisione di una determinata questione giudiziaria, sarà vincolato da quanto deciso, in precedenza, per i casi analoghi.

Nel nostro sistema processuale,  invece,  appartenente – con numerose e specifiche peculiarità – al sistema del civil law i precedenti giudiziari non sono vincolanti. Anche le decisioni della nostra massima autorità giurisdizionale, la Corte di cassazione, non costituiscono un precedente vincolante quanto, piuttosto, un’autorevole e pregevole decisione dalla quale, comunque, il giudice può anche discostarsi se non ne condivide i presupposti e le conclusioni.

Fatta questa breve premessa, possiamo dire che il principio dell’ «oltre ogni ragionevole dubbio», costituisce e rappresenta, in un certo senso, un limite al principio del cosiddetto  libero convincimento del giudice.

Il citato principio del libero convincimento, significa, volendo semplificare, che il giudice è libero di valutare, secondo il suo prudente apprezzamento, il valore ed il senso da attribuire agli elementi di prova che le parti del processo (accusa e difesa) gli rappresentano, ciascuno nella specificità del proprio ruolo.

Per fare un esempio che possa meglio chiarire il concetto, immaginiamo che il giudice debba valutare la testimonianza di Tizio. Valutare la testimonianza significa non solo apprezzare la portata ed il senso delle dichiarazioni del testimone isolatamente considerate (come se fossero dichiarazioni a se stanti)  ma anche, la attendibilità del testimone e la presenza o meno di ulteriori elementi di prova che la supportino o, al contrario, ne diminuiscano la forza rappresentativa.

In questa complessa valutazione, salvo alcune regole processuali specifiche (come ad esempio per la testimonianza indiretta [3]) il giudice non è vincolato dalla prospettazione e dalle considerazioni di alcuna delle parti (in senso giuridico il giudice non è nemmeno vincolato alle considerazioni dei consulenti tecnici) potendo liberamente valutare il senso e la portata di quella testimonianza così come si inserisce nel complesso del resto degli elementi probatori acquisiti al processo.

Senza addentrarci oltre in tecnicismi di tipo giuridico, possiamo dire che la regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio, già in buona parte elaborata dalla giurisprudenza di legittimità prima della entrata in vigore delle modifiche normative che l’hanno formalmente inserita nel nostro codice di procedura penale [2] sta a significare che, per potersi emettere sentenza di condanna, è necessario che quella proposta dall’accusa e condivisa dal giudice appaia, in considerazione di tutti gli elementi di prova disponibili per la decisione, come  la ricostruzione dei fatti più coerente e logica possibile,  resistente – da un punto di vista logico-giuridico – alle altre  eventuali diverse ricostruzioni possibili secondo la natura delle cose, lasciando fuori dalla valutazione solo le eventualità remote e prive di riscontro negli atti processuali [4].

note

[1] Art. 533 cod.proc.pen.

[2] Legge  n. 46 del 2006 (c.d. legge Pecorella).

[3] Art. 195 cod.proc.pen. : «quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il giudice, a richiesta di parte, dispone che queste siano chiamate a deporre».

[4] Cass. pen., sez. I, sent. 29 luglio 2008 n. 31456 –  Caso Cogne – «il giudice pronuncia la sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio, va precisato che il citato dettato normativo impone di pronunciare condanna quando il dato probatorio acquisito lascia fuori solo eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, ma la cui concreta realizzazione nella fattispecie concreta non trova il benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana».

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