Antonio Ciotola
Antonio Ciotola
18 Ott 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Il reato di coltivazione delle piantine di marijuana

Per la  Cassazione si commette reato anche con il possesso di piante non ancora giunte a fioritura. 

 

In una recente sentenza [1] la Corte di cassazione ha precisato che, ai sensi della legge sugli stupefacenti [2], costituisce reato la coltivazione di piantine di marijuana anche  quando le stesse si trovino ancora ad uno stato di maturazione precedente la fioritura.

 

Com’è noto, la sostanza drogante della marijuana, viene estratta dalle infiorescenze della pianta sicchè, ritenere punibile il possesso di piantine dalle quali, atteso il loro grado di maturazione e sviluppo, non è ancora possibile estrarre alcuna sostanza stupefacente (prima della fioritura le piantine di marijuana potrebbero essere paragonate a qualsiasi altra coltivazione del tutto lecita) significa, ad opinione dello scrivente, ignorare (o meglio: distorcere) il significato e la portata  del cosiddetto principio di offensività.

 

Per comprendere il senso della sentenza in commento, dobbiamo fare un passo indietro: la Corte di appello aveva assolto l’imputato, accusato della coltivazione di piante di marijuana perché, nel momento in cui veniva scoperto e le piante sottoposte a sequestro, il grado di sviluppo delle stesse  era precedente alla fioritura e, pertanto, da esse non si poteva ancora estrarre alcuna sostanza drogante.

 

La Corte di appello, valorizzando il principio della offensività, osservava che la condotta sino a quel momento posta in essere dall’imputato non poteva essere penalmente sanzionata perché, in buona sostanza, dalla stessa (la condotta) non si poteva ravvisare (ancora) alcuna offesa al bene giuridico protetto dalla legge.

 

La decisione di giudici di appello non è stata condivisa dalla Corte di cassazione la quale, in conseguenza, ha disposto l’annullamento della sentenza ed ordinato la celebrazione di un altro giudizio di appello (cosiddetto annullamento con rinvio).

 

Ma cos’è il principio di offensività? Ciascuna norma penale si propone di tutelare un determinato bene giuridico. Per il reato di furto, ad esempio, il bene giuridico protetto dalla legge è il patrimonio del soggetto derubato.

Nel caso delle normative sugli stupefacenti si ritiene che il bene giuridico protetto sia la salute pubblica. Per configurarsi il reato è necessario, volendo semplificare il più possibile,  che la condotta posta in essere dall’imputato sia tale da concretizzare una offesa al bene giuridico protetto.

 

In forza del principio di offensività,  perciò, in sostanza, si può escludere la punibilità di quei fatti che, pur essendo conformi alla fattispecie di reato prevista dalla legge, sono, di fatto,  concretamente inoffensivi del bene protetto dalla norma che si assume essere stata violata.

 

In applicazione, appunto, del principio di offensività, la Corte di appello, considerando che le piantine di marijuana si presentavano in una fase di maturazione e sviluppo precedente alla fioritura e, quindi, ancora prive del principio attivo drogante, pronunciava sentenza di assoluzione osservando, in buona sostanza, che l’impossibilità, allo stato, di estrarre da quelle piante alcuna sostanza stupefacente,  era circostanza che le rendeva giuridicamente inoffensive.

 

Secondo i giudici della Cassazione, invece, l’offensività della condotta non può essere esclusa a causa del  mancato compimento del processo di maturazione dei vegetali neppure quando, per il momento, risulti l’assenza di principio attivo ricavabile dalle piantine coltivate.

 

A giudizio della Suprema corte, in sostanza, quello che viene in rilievo è la concreta potenzialità della pianta a sviluppare quantità significative di sostanza stupefacente e non la sua attuale capacità a farlo.

 

Se, ha osservato la Cassazione nella sentenza in commento, per le condizioni date (es. per la presenza di attrezzature utilizzate per la coltivazione) è ragionevole ipotizzare la concreta possibilità che il processo di maturazione e sviluppo delle piante possa essere compiuto con successo (con l’infiorescenza delle piantine) ciò è da considerare sufficiente al rispetto del principio di offensività della condotta.

 

Facendo leva sul significato letterale del termine «coltivazione» utilizzato dal legislatore, la Cassazione ha, in pratica, ritenuto  che quello che viene in rilievo ai sensi della legge penale sugli stupefacenti,  non è solo il momento finale della fioritura (e quindi, in pratica, quello della produzione della sostanza stupefacente),  ma l’intero ciclo evolutivo dell’organismo biologico (la piantina di marijuana), in una sorta di offensività presunta e solo potenziale.


[1] Cass. Sent.  n. 25057 del 10.05.2016.

[2] Decreto Presidente della Repubblica 309 del 1990 succ. mod. e integ.

 


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