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Lo sai che? Pubblicato il 17 ottobre 2016

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Lo sai che? Cane morde, responsabilità penale del proprietario e difese

> Lo sai che? Pubblicato il 17 ottobre 2016

Lesioni colpose per il morso del cane: il proprietario, pur responsabile penalmente, non può essere condannato posta la tenuità del fatto. Tenuità del fatto anche davanti al Giudice di Pace.

 

Il padrone del cane che morde un passante non solo è tenuto a risarcire i danni al soggetto ferito, ma è anche responsabile per il reato di lesioni colpose [1]. Tuttavia, almeno dal punto di vista penale, può evitare di essere punito se le lesioni procurate non sono gravi: in tale ipotesi, infatti, quando la condotta non è abituale (nel senso che il proprietario non è già stato condannato, in passato, per il medesimo fatto), pur rimanendo la condanna sulla fedina penale, non si applicano le sanzioni stabilite dal codice penale (ossia la reclusione fino a tre mesi e la multa fino a 309 euro). È quanto stabilito dalla Cassazione con una recente sentenza [2].

La tenuità del fatto anche dal Giudice di Pace

Una recente riforma del codice penale [3] ha stabilito che, tutte le volte in cui il fatto commesso dal colpevole può ritenersi «tenue» non si procede all’applicazione della pena.

Ma cosa si può considerare «fatto tenue»? A indicarlo è la stessa legge, con una valutazione fatta apriori: vi rientrano tutti i reati puniti con la sanzione pecuniaria o con la reclusione fino a massimo cinque anni. Se la pena non eccede i suddetti limiti e il colpevole non è “abituale” ossia non avvezzo a tali condotte (non deve, cioè, avere commesso lo stesso reato già in passato) il processo penale viene archiviato immediatamente, senza sanzioni. È quella che si definisce causa di non punibilità.

Ebbene, tale non punibilità si applica anche al padrone del cane che, lasciato incustodito o, comunque, senza le dovute protezioni (ad es. museruola, guinzaglio stretto, ecc.), morde una passante.

La novità della sentenza in commento è che ritiene applicabile la non punibilità per «tenuità del fatto» anche nel caso di giudizio innanzi al Giudice di Pace [4], posto il carattere generale dell’istituto in commento [5]. La nuova disciplina introdotta nel codice penale è quindi applicabile a tutti i reati, compresi quelli di competenza del giudice di pace (purché, appunto, non si travalichino i limiti di pena detti sopra).

note

[1] Art. 590 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 40699/16 del 29.09.2016.

[3] Dlgs 28/2015 che ha introdotto il nuovo art. 131-bis cod. pen.

[4] La precedente giurisprudenza era contraria a tale interpretazione sostenendo che, in tali ipotesi, si deve applicare l’art. 34 del Dlgs 274 del 2000, che regola la particolare tenuità del fatto nei procedimenti davanti al giudice di pace, al quale viene attribuito il potere- dovere di chiudere il procedimento, sia prima che dopo l’esercizio dell’azione penale, quando il fatto risulti di particolare tenuità rispetto al bene tutelato.

[5] Così Cass. S.U. sent. n. 13681/2016.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), N. IL (OMISSIS);

Avverso la sentenza del GIUDICE DI PACE DI POTENZA in data 18 giugno 2015;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CIAMPI FRANCESCO MARIA;

sentite le conclusioni del P.G. in persona della Dott.ssa FODARONI Maria Giuseppina che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.

RITENUTO IN FATTO

Con l’impugnata sentenza resa in data 18 giugno 2015 il Giudice di Pace di Potenza dichiarava (OMISSIS) colpevole del reato ascrittogli e lo condannava alla pena di Euro 500,00 di multa. Il (OMISSIS) rispondeva del delitto di cui all’articolo 590 c.p. perche’, per colpa, non curando la custodia, con le dovute cautele, dei propri quattro cani ed omettendo adeguato controllo sugli stessi, totalmente liberi nel movimento, non impediva che potessero generare pericolo per l’incolumita’ delle persone, come infatti accaduto sulla pubblica via prospiciente la sua abitazione in pregiudizio di (OMISSIS), aggredita e morsa, talche’, nella circostanza, riportava lesioni personali giudicate guaribili in giorni quindici.

Avverso tale decisione ricorre a mezzo del difensore di fiducia il (OMISSIS) deducendo sotto piu’ profili violazione di legge e vizio motivazionale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Va dapprima esaminato il quarto motivo di ricorso (con cui il ricorrente invoca la declaratoria di non punibilita’ per lieve entita’ del fatto) che propone una questione pregiudiziale (cfr. SS.UU. n. 13681 del 2016) della causa di esclusione della punibilita’ introdotta dal Decreto Legislativo 16 marzo 2015, n. 28, articolo 1, che ha inserito nel codice penale l’articolo 131 bis c.p..

Il testo della norma dispone quanto segue: “Esclusione della punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto. Nei reati per i quali e’ prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilita’ e’ esclusa quando, per le modalita’ della condotta e per l’esiguita’ del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133 c.p., comma 1, l’offesa e’ di particolare tenuita’ e il comportamento risulta non abituale. L’offesa non puo’ essere ritenuta di particolare tenuita’, ai sensi del comma 1, quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudelta’, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’eta’ della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona. Il comportamento e’ abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso piu’ reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuita’, nonche’ nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate. Ai fini della determinazione della pena detentiva prevista nel comma 1 non si tiene conto delle circostanze, ad eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale. In quest’ultimo caso ai fini dell’applicazione del comma 1 non si tiene conto del giudizio di bilanciamento delle circostanze di cui all’articolo 69. La disposizione del comma 1 si applica anche quando la legge prevede la particolare tenuita’ del danno o del pericolo come circostanza attenuante”.

Alla luce di tali previsioni normative deve ritenersi l’applicabilita’ dell’istituto alla fattispecie in esame, trattandosi di reato punito con pena detentiva inferiore nel massimo a cinque anni, oltre alla pena pecuniaria; il comportamento addebitato all’imputato non risulta inoltre abituale, mentre la minima offensivita’ del fatto e’ stata sostanzialmente ritenuta dal giudice di primo grado, che ha applicato la sola pena pecuniaria nella misura di 500,00 Euro.

La norma e’ peraltro applicabile ai processi non definiti con sentenza passata in giudicato in quanto piu’ favorevole al reo, in base al principio di legalita’ penale enunciato dall’articolo 7 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), cosi’ come interpretato dalla giurisprudenza di Strasburgo, nella prospettiva della piu’ completa tutela dei diritti fondamentali della persona e cosi’ come affermato dalle SS.UU. (cfr. gia’ citata sentenza n. 13681 del 25/02/2016, Rv. 266593), secondo cui l’istituto della non punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, previsto dall’articolo 131-bis c.p., avendo natura sostanziale, e’ applicabile, per i fatti commessi prima dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo 16 marzo 2015, n. 28, anche ai procedimenti pendenti davanti alla Corte di cassazione e per solo questi ultimi la relativa questione,in applicazione dell’articolo 2 c.p., comma 4, e articolo 129 c.p.p., e’ deducibile e rilevabile d’ufficio ex articolo 609 c.p.p., comma 2, anche nel caso di ricorso inammissibile.

In alcuni precedenti di questa Corte (cfr. in particolare la sentenza n. 31920 del 2015) si e’ ritenuto invero inapplicabile il nuovo istituto in caso si discuta – come nella specie – di un reato di competenza del giudice di pace in quanto nel relativo procedimento avrebbe potuto trovare applicazione solo il diverso istituto di cui al Decreto Legislativo n. 274 del 2000, articolo 34.

Nel processo davanti al giudice di pace, come e’ noto, viene attribuito al giudice il potere-dovere di chiudere il procedimento, sia prima che dopo l’esercizio dell’azione penale, quando il fatto incriminato risulti di particolare tenuita’, rispetto all’interesse tutelato, e tale per l’effetto da non giustificare l’esercizio o la prosecuzione dell’azione penale. L’apprezzamento della particolare tenuita’ deve essere operato avendo riguardo “congiuntamente” all’esiguita’ del danno o del pericolo che ne e’ derivato per l’interesse tutelato dalla norma, all'”occasionalita’” della condotta incriminata ed al grado della colpevolezza, dovendosi comunque considerare la posizione della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato, sotto il profilo del possibile pregiudizio che dall’ulteriore corso del procedimento gliene puo’ derivare, con specifico riguardo alle sue esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute.

La decisione citata richiama in particolare la circostanza che nel testo del parere approvato sullo schema di decreto legislativo il 3 febbraio 2015, dalla Commissione Giustizia, si invitava il Governo a valutare “l’opportunita’ di coordinare la disciplina della particolare tenuita’ del fatto prevista dal Decreto Legislativo 28 ottobre 2000, n. 274, articolo 34, in riferimento ai reati del giudice di pace, con la disciplina prevista dal provvedimento in esame”. Sollecitazione, tuttavia, respinta.

Va a riguardo osservato che tale determinazione fu tuttavia adottata per il solo fatto che fu ritenuta estranea alle indicazioni della legge delega, donde la necessita’ che la possibile interferenza tra diverse disposizioni deve essere risolta dall’interprete.

Va a riguardo in primo luogo precisato che la sentenza n. 31920 del 2015 e’ intervenuta prima della pronuncia delle SS.UU. gia’ piu’ volte richiamata che pur non affrontando ex professo tale problematica ha comunque sottolineato il carattere assolutamente generale dell’istituto. Nessuna indicazione normativa conforta peraltro la tesi negativa e proprio le differenze fra i due istituti (e la disciplina sostanzialmente di maggior favore prevista dall’articolo 131 bis c.p.), inducono a ritenere che quest’ultima sia applicabile – nel rispetto dei soli limiti espressamente indicati dalla norma – a tutti i reati ivi compresi quelli di competenza del giudice di pace. Del resto sarebbe altamente irrazionale e contrario ai principi generali che la disciplina sulla tenuita’ del fatto che trova la sua ispirazione proprio nel procedimento penale avanti al giudice di pace, sia inapplicabile per i reati attribuiti alla competenza di quel giudice, ove invece dovrebbe farsi unicamente riferimento a quella specifica e piu’ stringente di cui all’articolo 34 citato.

Conclusivamente la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, perche’ il fatto non e’ punibile ai sensi dell’articolo 131 bis c.p..

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perche’ il fatto non e’ punibile ai sensi dell’articolo 131 bis c.p..

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