Calcio: si può commettere reato con un fallo?
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21 Ott 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


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Calcio: si può commettere reato con un fallo?

In buona parte degli sport esistenti, il contatto fisico tra gli atleti è necessario: ma fino a che punto è possibile usare violenza, senza commettere reati?

 

Come si sa, esistono molti sport «di contatto» (come il calcio), in cui l’approccio fisico tra i giocatori è inevitabile. Ma qual è il limite della «violenza sportiva»? Il codice penale prevede al suo interno il reato di percosse e quello di lesioni personali: durante un incontro agonistico gli atleti pongono in essere condotte (come tackle fallosi, gomitate) astrattamente idonee a configurare tali delitti. Qual è il meccanismo legale che consente loro di non essere puniti? Quando, viceversa, le azioni degli sportivi sono considerate reato?

Il fondamento della non punibilità della violenza sportiva

Ci sono sport in cui l’uso della violenza fisica è espressamente previsto da regolamento. In poche parole, la violenza è l’essenza stessa della disciplina agonistica (si pensi al pugilato, al judo, alla lotta libera). Si parla, a questo proposito, di sport «a violenza necessaria» o «a contatto istituzionalizzato». In questi casi, è il regolamento che consente di porre in essere azioni astrattamente idonee ad integrare i reati di percosse o lesioni personali.

 

In altri sport, invece, l’uso della violenza non è necessariamente richiesto, ma è ammesso in particolari casi e a determinate condizioni. Appartengono a questa categoria buona parte degli sport di squadra, come il calcio, il rugby, il football americano. È riguardo a queste discipline che bisogna chiedersi quando l’atleta può andare oltre il contesto di gioco e commettere un reato nei confronti dell’avversario.

 

Il nostro ordinamento si basa sulla legalità formale: questo significa che ciò che è reato, ma anche ciò che giustifica una condotta violenta, deve essere espressamente previsto dalla legge. Nel nostro sistema legislativo, però, non esiste una norma che, espressamente, scagioni un fallo o un placcaggio, consentendo al giocatore di non essere punito per aver percosso o leso l’avversario.

 

Tuttavia, la giurisprudenza è concorde nell’affermare che l’interesse generale della collettività allo svolgimento delle attività sportive prevale su quello, individuale, all’incolumità personale [1]. In altri termini, lo sport viene inteso quale fenomeno sociale, che consente anche il potenziamento fisico e psichico dei giovani. Tale esigenza è sufficiente per sancire la non punibilità della violenza sportiva.

I limiti della violenza sportiva: il rispetto delle regole del gioco e la soglia del «rischio consentito»

Acclarata le regola che fonda la non punibilità della violenza sportiva, occorre interrogarsi sui limiti del suo operare. A tal fine, bisogna distinguere a seconda che la condotta dell’atleta:

  1. rispetti le regole del gioco;
  2. non rispetti le regole del gioco.

Per il primo caso, si pensi ad un intervento regolare, non sanzionato come fallo dall’arbitro perché non contrario al regolamento di gioco. In questi casi, è fuori discussione che la condotta del giocatore non possa integrare né un illecito sportivo (ammonizione, espulsione, squalifica), né tanto meno un reato.

 

Punto 2: il giocatore interviene fallosamente sull’avversario e viola così il regolamento. Che accade se la violazione è volontaria e c’è l’intento di ledere l’incolumità dell’avversario? Ad esempio, si pensi ad un giocatore colpito da un pugno mentre la palla è lontana o il gioco è fermo. In questi casi, si commette un reato doloso, cioè intenzionale (percosse o lesioni personali dolose [2]). In tali circostanze, infatti, la competizione sportiva è solo il pretesto e l’occasione per far male all’avversario [3]. Nella maggior parte dei casi, i delitti in questione sono punibili previa querela della persona offesa (percosse, lesioni lievi). Viceversa, in caso di lesioni gravi o gravissime [4] il procedimento penale inizia d’ufficio, senza bisogno della richiesta della vittima.

 

Se invece la violazione è volontaria, ma senza intento lesivo, si commette:

  • un mero illecito sportivo, se la condotta non supera il «rischio consentito»;
  • un reato se l’azione va oltre il «rischio consentito».

Il cosiddetto rischio consentito, quindi, è la soglia che consente di stabilire quando si compie un semplice illecito sportivo e quando, invece, si sfocia nel penale (in questo caso il reato non sarà doloso, ma colposo: quindi lesioni colpose [5]). Restare nel limite del rischio consentito significa rimanere nell’ottica dello sport che si sta praticando, comportandosi in modo strumentale rispetto alla competizione (ad esempio, commettendo un fallo per impossessarsi del pallone). In questo caso la violazione della regola del gioco è volontaria, ma non potrà mai avere conseguenza penali. Si commetterà solo un illecito sportivo, punito secondo regolamento. Viceversa, se la condotta del giocatore risulta abnorme, sproporzionata, esagerata rispetto allo sviluppo del gioco, si configurerà un reato colposo.

 

La Cassazione fa notare che la soglia del rischio consentito varia da sport a sport [6]. Nel rugby, ad esempio, la tolleranza è maggiore rispetto al calcio. Non solo, occorre anche verificare, caso per caso, se si tratta di un incontro agonistico o amatoriale, di una competizione o di un allenamento, se i giocatori sono professionisti o dilettanti. Il giudice, quindi, dovrà delineare nel caso concreto la soglia di rischio sussistente. È chiaro come le regole di prudenza saranno più stringenti se i fatti sono accaduti durante un incontro amatoriale, o tra dilettanti, o durante un allenamento. Al contrario, si tenderà a giustificare maggiormente le condotte violente poste in essere in una competizione agonistica tra atleti professionisti.

 

Ultimo caso: violazione involontaria delle regole del gioco (fallo commesso senza intenzione, per esempio a causa della foga agonistica). In questo caso ci sarà sempre illecito sportivo, a meno che la condotta non sia del tutto sproporzionata rispetto al contesto di riferimento. Sanzionare a livello penale un fallo involontario, infatti, risulta eccessivo. L’effetto sarebbe quello di scoraggiare chiunque dal praticare sport per evitare incomprensibili rischi di incriminazione.


In pratica

La violenza sportiva è giustificata da una ragione sociale: l’interesse della collettività alla pratica dello sport prevale su quello individuale all’incolumità personale.

Per quanto riguarda, invece, i limiti della violenza sportiva:

1. se si rispettano le regole del gioco, non c’è mai né illecito sportivo né illecito penale;

2. se non si rispettano le regole, occorre ulteriormente distinguere tra:

2.1. violazione volontaria delle regole del gioco:

2.1.1. se c’è intento lesivo (pugno in faccia a gioco fermo), è reato doloso (percosse, lesioni dolose);

2.1.2. se non c’è intento lesivo: è illecito sportivo se la condotta rientra nel normale sviluppo del gioco (fallo per recuperare la palla); è reato colposo (lesioni colpose) se la condotta è esagerata e sproporzionata rispetto allo scenario di gioco;

2.2. violazione involontaria delle regole del gioco: è sempre illecito sportivo, a meno che l’azione sia sproporzionata rispetto al contesto di riferimento (in questo caso, seppur eccezionale, si configura un reato colposo).

 

 

[1] Cass. sent. n. 2286/2000 del 25/02/2000.

[2] Artt. 581, 582 e 583 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 39805/2015 del 24/06/2015; Cass. sent. n. 11260/2011 del 13/02/2011; Cass. sent. n. 42144/2011 del 16/11/2011; Cass. sent. n. 10138/2011 del 14/03/2011; Cass. n. 10734/2008 del 07/02/2008.

[4] Art. 583 cod. pen.

[5] Art. 590 cod. pen.

[6] Cass. sent. n. 11260/2013 del 13/02/2013.

 

Autore immagine: Pixabay

 


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