Omicidio di un parente: si può essere risarciti?
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21 Ott 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


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Omicidio di un parente: si può essere risarciti?

Quale risarcimento possono chiedere i prossimi congiunti di una persona assassinata? Le risposte della giurisprudenza.

 

In caso di omicidio, gli eredi della vittima possono essere risarciti delle sofferenze patite da quest’ultima mentre era ancora in vita. Oltre a ciò, i prossimi congiunti possono chiedere in giudizio il ristoro dei danni (soprattutto morali) sofferti in prima persona a causa della tragedia. La giurisprudenza fa il punto su quali sono i pregiudizi risarcibili e quali no.

I danni sofferti dalla vittima: diritto degli eredi al risarcimento

La scomparsa di un prossimo congiunto è, di per sé, un evento tragico. Qualsiasi tipo di risarcimento non potrà riparare quanto accaduto e non potrà mai ridarci la persona cara. Tuttavia, non sono rare le richieste risarcitorie sottoposte, in questi casi, all’esame dei giudici. Ma quando, effettivamente, la morte di una persona obbliga il colpevole a risarcire il danno?

 

La Cassazione, nel corso degli anni, ha individuato diverse categorie di danni risarcibili [1]. Si tratta di sofferenze patite direttamente dalla vittima, che però, essendo morta, non può godere del ristoro economico. Il diritto a chiedere il risarcimento, perciò, si trasmette automaticamente agli eredi, che possono agire in giudizio per ottenere la condanna del colpevole a pagare la somma di denaro stabilita dal giudice.

 

Un esempio chiarirà meglio quanto affermato: un individuo mi percuote provocandomi lesioni personali: in tal caso, ovviamente, ho diritto al risarcimento dei danni. Ora, si pensi, per assurdo, ad un nostro parente che si trovi nella stessa situazione: viene picchiato, ma, in seguito alle lesioni riportate, muore. Se il decesso non è immediato, è chiaro che anche la vittima, prima di morire, ha maturato il diritto a chiedere il risarcimento dei danni psicofisici subiti. A causa della morte, però, tale diritto si trasmette agli eredi.

 

Il danno per le sofferenze fisiche e psichiche (medicalmente accertabili) subite viene chiamato «danno biologico». Nel caso che si sta trattando, si parla di «danno biologico terminale». Gli eredi possono quindi essere risarciti dei danni fisici sofferti dalla vittima prima del decesso. Attenzione però, perché questo tipo di danno viene ad esistenza solo se è trascorso un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni fisiche e il decesso.

 

Viceversa, se la morte è stata immediata (o è sopraggiunta pochi minuti dopo i colpi subiti), non ci sarà un pregiudizio apprezzabile sofferto dalla vittima. La giurisprudenza, infatti, è concorde nell’affermare che il mero danno da perdita della vita (cosiddetto «danno tanatologico») non esiste.

 

Ciò ha una motivazione: nel nostro sistema giuridico, il risarcimento del danno ha una funzione riparatoria, non sanzionatoria. Significa che, per poter essere risarciti, occorre aver subito una perdita (patrimoniale o non patrimoniale): il risarcimento, quindi, è lo strumento che permette di ripianare tale perdita. Nell’esempio precedente, se al pestaggio sopraggiunge immediatamente la morte (ad esempio per un colpo in testa), la vittima non subisce danni patrimoniali o non patrimoniali, né è in grado di percepirli, proprio perché perde tutto (perde la vita stessa).

 

Quanto affermato può sembrare paradossale, ma è coerente con la funzione riparatoria che il risarcimento del danno ha nel nostro ordinamento. Quasi per rimediare a ciò, la giurisprudenza ha però ammesso la risarcibilità del danno morale patito dal defunto subito prima di morire (cosiddetto «danno catastrofico o catastrofale» o «danno da lucida agonia»).

 

In poche parole, se la morte non è istantanea, ma sopraggiunge anche pochi minuti dopo le lesioni, la vittima acquisisce diritto ad essere risarcita della sofferenza psichica sofferta. Anche se il dolore dura pochi attimi, esso è di massima intensità. La persona percepisce che sta per morire: si tratta, quindi, della massima sofferenza possibile, che merita di essere risarcita. Pertanto, anche in questo caso il diritto al risarcimento si trasmette agli eredi.

 

Ricapitolando: gli eredi della vittima possono richiedere il risarcimento per:

  • il danno biologico terminale, ossia il pregiudizio psicofisico, medicalmente accertabile, subito dal defunto. Ciò a patto che sia trascorso un apprezzabile lasso di tempo tra l’evento lesivo e la morte;
  • il danno morale catastrofico, cioè la sofferenza psicologica patita dal soggetto che avverte di essere prossimo alla morte. Questo tipo di danno è risarcibile anche se la morte è sopraggiunta dopo pochi istanti (purché la vittima sia rimasta cosciente e capace di percepire il sopraggiungere della fine), ma non nel caso di morte istantanea.

Viceversa, non è risarcibile il «danno tanatologico», ossia il danno da perdita della vita, perché la vittima non lo percepisce. Di conseguenza, neanche il relativo diritto al risarcimento può trasmettersi agli eredi.

I danni sofferti in prima persona dai prossimi congiunti

Quanto appena descritto riguarda i danni patiti dal defunto mentre ancora era in vita e i relativi diritti degli eredi. Esistono, però, pregiudizi che i prossimi congiunti della vittima possono subire in prima persona. In questo caso, i parenti sono i primi titolari del diritto al risarcimento, perché si tratta di sofferenze che essi stessi sopportano. Si parla, in questo caso, di «danno da perdita del rapporto parentale» [2]. In poche parole, le persone care del defunto potranno essere risarcite per:

  1. i danni psicofisici, suscettibili di accertamento medico, subiti in prima persona (danno biologico): si pensi ad una depressione causata dalla morte del proprio caro;
  2. i danni morali: sofferenze psichiche conseguenti all’omicidio del parente;
  3. danno esistenziale, cioè quello che deriva dal cambiamento delle abitudini di vita;
  4. l’eventuale danno patrimoniale esistente, derivante dalla perdita del sostentamento economico che il defunto forniva con la sua attività lavorativa.

Il risarcimento è ormai pacificamente ammesso anche per il convivente della persona deceduta, purché si dimostri la stabilità del rapporto esistente quando il soggetto era in vita [3].

 

La richiesta risarcitoria per tale tipo di danni, inoltre, può essere fatta in aggiunta (e non in sostituzione) rispetto a quelle effettuate in qualità di eredi. Quindi, i prossimi congiunti della vittima possono chiedere cumulativamente sia il risarcimento per le sofferenze patite dal defunto, sia quello per i pregiudizi subiti in prima persona.


[1] Cass. sent. n. 15350/2015 del 22/03/2015.

[2] Cass. sent. n. 22896/2012 del 13/12/2012.

[3] Cass. sent. n. 15760/2006 del 12/07/2006.

 


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