Si può revocare la donazione della nuda proprietà?
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19 Ott 2016
 
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Si può revocare la donazione della nuda proprietà?

Mia madre ha donato la nuda proprietà a un figlio, con riserva di usufrutto: può revocare tale donazione e tornare proprietaria dell’intero immobile?

 

La donazione della nuda proprietà, come tutti gli atti di trasferimento di immobile a titolo gratuito, non può più essere revocata se non per alcuni tipici motivi. Uno di questi è l’ingratitudine. In particolare, è possibile revocare la donazione della nuda proprietà solo se il donatario – in questo caso il figlio – si renda responsabile di una condotta ingrata, tra cui una grave ingiuria, nei confronti del donante (il genitore). A poter chiedere la revoca può essere sia il donante che, in caso di sua morte, i suoi eredi, ma i tempi per agire sono serrati. La legge, infatti prevede solo un anno per notificare l’atto di citazione davanti al giudice e ottenere la risoluzione della donazione.

L’ingiuria grave del donatario verso il donante è la principale ipotesi di ingratitudine che consente la revoca della donazione della nuda proprietà.

Per risultare ingiurioso il comportamento del donatario deve rivelare un’avversione durevole, profonda e radicata e manifestare disistima delle qualità morali e mancanza di rispetto della dignità del donante.

Ecco alcuni esempi:

  • richiesta di interdizione del donante quando il donatario è consapevole della piena capacità di intendere e di volere del donante stesso e l’unico scopo sia quello di danneggiarlo;
  • relazione adultera accompagnata dalla mancanza di qualsiasi solidarietà e riconoscenza nei confronti del coniuge donante;
  • infedeltà del coniuge donatario seguita dall’abbandono della famiglia nonostante la presenza di figli.

Non è stata invece considerata causa di revoca della donazione della nuda proprietà:

  • l’incompatibilità di carattere con il donante evidenziatosi con la convivenza e che si manifesta in uno stato di continua tensione tra le parti;
  • l’invito rivolto con lettera formale al padre convivente a lasciare l’immobile da questo donato assieme alla madre e destinato a casa familiare, a causa dell’intollerabilità della convivenza tra i due genitori e in pendenza del giudizio di separazione personale con addebito instaurato dalla madre;
  • l’indebita sottrazione al padre donante di alcuni oggetti preziosi se manca la consapevolezza e la volontà di danneggiare il patrimonio del donante;
  • l’aver schiaffeggiato per due volte la madre donante, quando l’episodio matura a seguito di provocazione in un contesto di rapporti familiari deteriorati per contrasti riconducibili alle scelte di vita del donatario;
  • la singola aggressione a danno del donante che trova spiegazione in un clima di contrasto sorto per una specifica situazione.

Secondo la Cassazione, nel caso in cui l’ingiuria si sia concretizzata in una pluralità di atti e non in uno soltanto, [1] è a partire dal giorno in cui la progressione di atti ingiuriosi arriva al suo culmine che occorre calcolare il termine di decadenza di un anno entro cui chiedere la restituzione del bene donato.

 

 

Se la nuda proprietà non viene donata ma venduta

Al posto della donazione, la nuda proprietà potrebbe essere invece oggetto di vendita. In questo caso il venditore si può riservare l’usufrutto in cambio dell’obbligo, da parte del donatario, di prestargli assistenza morale e materiale fino alla fine dei suoi giorni.

Secondo la giurisprudenza, il contratto di vendita della nuda proprietà può essere revocato solo se il precedente proprietario (venditore) era in età tanto avanzata o in stato di salute talmente precario da far ritenere come prossima la sua morte [2].


[1] Cass. sent. n. 21010/16 del 18.10.16.

[2] Cass. sent. n. 3932/2016: «Nel vitalizio assistenziale l’evidente sproporzione delle prestazioni, che potrebbe indurre ad ipotizzare l’animus donandi, deve essere valutata alla data della conclusione del contratto. Del pari grava su colui che assume la natura liberale dell’atto l’obbligo di dimostrare non solo l’evidente sproporzione delle prestazioni poste a carico del beneficiario, in rapporto al valore del bene trasferito, ma altresì la sussistenza dell’animus donandi».

Ed ancora Cass. sent. n. 8209/2016: « Il contratto atipico di vitalizio assistenziale o alimentare è autonomo e distinto da quello di rendita vitalizia (articolo 1872 c.c.), in quanto i due negozi omogenei quanto al profilo della aleatorietà, si differenziano perché nella rendita vitalizia le obbligazioni hanno ad oggetto prestazioni assistenziali di dare prevalentemente fungibili, mentre nel vitalizio assistenziale le obbligazioni contrattuali hanno come contenuto prestazioni (di fare e dare) di carattere accentuatamente spirituale e come tali eseguibili unicamente da un vitaliziante specificatamente individuato alla luce delle qualità personali proprie di questo. L’elemento dell’alea è più marcato nel vitalizio alimentare in quanto gli obblighi non sono predeterminati nel loro ammontare, ma variano, giorno per giorno, secondo i bisogni».

 


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