Cedere il bene assegnato non è abuso del diritto
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22 Ott 2016
 
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Carlos Arija Garcia
 


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Cedere il bene assegnato non è abuso del diritto

Se la società è in liquidazione, un socio può rivendere l’immobile ricevuto con assegnazione agevolata: la legge gli consente il risparmio fiscale.

 

Non è da considerare un abuso di diritto la cessione di immobili che un socio ha avuto in qualità di assegnazione agevolata. Si è espressa in questo senso l’Agenzia delle Entrate [1], chiarendo un dubbio di natura fiscale. L’Agenzia si è espressa sul caso di una società di persone, in procinto di cessare l’attività, proprietaria di alcuni immobili. Collocarli sul mercato era poco conveniente da un punto di vista fiscale. Meglio allora mettere la società in liquidazione e assegnare gli immobili ai soci come previsto dalla legge [2], i quali avrebbero potuto venderli successivamente e guadagnarci sulla plusvalenza, cioè sulla parte eccedente il valore di assegnazione (ti assegno l’immobile a 100, lo vendi a 120, ti porti a casa 20, pagandoci le tasse).

L’Agenzia delle Entrate aveva già fatto notare che l’assegnazione di un immobile da parte di una società in fase di liquidazione può usufruire dell’agevolazione fiscale, dato che l’assegnazione in sé non rientra nell’attività di impresa ma in una fase di chiusura dei rapporti di credito/debito verso terzi che porta alla cessazione di attività.

 

 

Cessione del bene assegnato: l’abuso del diritto

È la stessa Agenzia delle Entrate, nella sua risoluzione, a stabilire i parametri dell’abuso del diritto quando una società in liquidazione procede all’assegnazione dei beni. Si incorre in questo comportamento scorretto quando, contemporaneamente:

  • si ottiene un vantaggio indebito da benefici ottenuti in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i princìpi dell’ordinamento tributario;
  • l’assegnazione è priva di sostanza economica, cioè non è in grado di produrre effetti diversi dai vantaggi fiscali;
  • l’assegnazione porta ad un solo vantaggio fiscale.

Se solo manca uno di questi tre requisiti non si può parlare di abuso del diritto. Perciò, non va vietata a priori ai soci la cessione dei beni, anche immobili, dopo l’assegnazione e nonostante quest’operazione comporti un risparmio di imposta, che l’Agenzia ritiene legittimo.

 

 

Cessione dei beni: la verifica del vantaggio legittimo

Per essere sicuri che la cessione del bene assegnato non sia abuso del diritto, l’Agenzia delle Entrate mostra due strade. La prima, quella di verificare che il vantaggio tratto dalla cessione del bene non sia illegittimo. La seconda, essere certi che l’operazione non comporti un’evasione fiscale.

Per l’Agenzia, il fatto che un contribuente scelga la via del vantaggio fiscale non è censurabile [3], purché rientri nei parametri fissati dalla legge. Non è illegittimo, dunque, un risparmio di imposta derivato dal cambiamento di destinazione d’uso di un immobile. Come non lo è il risparmio di imposta determinato dalla trasformazione agevolata in società semplice con il successivo trasferimento degli immobili, godendo della non rilevanza delle plusvalenze dei beni detenuti da più di cinque anni.

In parole più semplici? Se l’ordinamento dà la possibilità ad un contribuente di scegliere come pagare meno tasse, non c’è motivo di punirlo se il cittadino imbocca quella strada.


[1] Agenzia delle Entrate, ris. 93/E.

[2] Legge 208/2015.

[3] Relazione illustrativa Dlgs. 128/2015.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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