Pensione avvocati, meglio vecchiaia o anzianità?
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5 Nov 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Pensione avvocati, meglio vecchiaia o anzianità?

Sono un avvocato iscritto alla Cassa Forense e nel 2018 avrò 65 anni e 40 anni di contributi: con quale trattamento potrò andare in pensione, di anzianità o vecchiaia?

 

Per quanto riguarda la pensione della Cassa Forense, cioè nella gestione previdenziale degli avvocati, vi sono, come correttamente esposto dal lettore, molteplici possibilità: pensione di anzianità e di vecchiaia e quest’ultima prestazione può essere contributiva o retributiva, a seconda del metodo di calcolo utilizzato per determinare l’assegno.

La principale differenza tra le due pensioni di vecchiaia e di anzianità risiede nel fatto che nessuna delle due tipologie di pensione di vecchiaia obbliga a cancellarsi dall’albo.

 

 

Cassa forense: pensione di vecchiaia contributiva

Per la pensione di vecchiaia contributiva, quella che richiede un minor numero di contributi ma che dà diritto a un trattamento meno vantaggioso, i requisiti necessari sono:

  • 67 anni di età più un minimo di 5 anni e un massimo di 31 anni di contribuzione, per il triennio 2014-2016;
  • 68 anni di età più un minimo di 5 anni e un massimo di 32 anni di contribuzione, per il biennio 2017-2018.

Per questa tipologia di pensione, il lettore, avendo nel 2018 65 anni di età e 40 di contributi, non raggiungerebbe il requisito di età e supererebbe il requisito contributivo massimo.

Il fatto di non poter ottenere questo trattamento, però, non è un grande svantaggio, perché bisogna considerare che il calcolo contributivo del trattamento (che riguarda sia la quota modulare di prestazione, che quella obbligatoria) risulta notevolmente penalizzante, in quanto basato sui contributi accantonati e non sul reddito pensionabile.

L’unica nota positiva riguardo al calcolo contributivo utilizzato dalla Cassa forense, rispetto a quello utilizzato dall’Inps, risiede nel fatto che i coefficienti di rivalutazione della contribuzione utilizzati sono più alti rispetto a quelli utilizzati dall’Inps (questi ultimi difatti si basano sulla variazione quinquennale del Pil nominale, mentre i coefficienti utilizzati dalla Cassa forense, per farla semplice, non possono mai scendere sotto l’1,5% annuo).

 

 

Cassa forense: pensione di vecchiaia retributiva

Per quanto riguarda la seconda tipologia di pensione di vecchiaia, quella di vecchiaia retributiva (in parallelo a quanto previsto per la vecchiaia contributiva, come già esposto, non è necessaria la cancellazione dall’albo per questa tipologia di trattamento), i requisiti utili sono:

  • 67 anni di età più un minimo di 32 anni di contribuzione, per il triennio 2014-2016;
  • 68 anni di età più un minimo di 33 anni di contribuzione, per il biennio 2017-2018.

Dunque il requisito contributivo è a tutt’oggi pienamente soddisfatto, nel caso del lettore.

Per chi non possiede l’età richiesta nell’anno di riferimento esiste la facoltà di anticipare l’età di accesso alla pensione di vecchiaia retributiva sino a 65 anni [1], fermo restando un minimo di 32 anni di contributi, sino al 31 dicembre 2016 e di 33 anni sino al 31 dicembre 2018.

In caso di anticipo del requisito d’età,  l’importo della quota di base, calcolata secondo il criterio retributivo, viene però ridotto dello 0,41% per ogni mese di anticipazione.

Nel caso del lettore, dunque, ipotizzando il pensionamento nel 2018 a 65 anni esatti, vi sarebbe una penalizzazione pari al 14,76% della pensione (0,41% per 36 mesi di anticipo, mancanti rispetto al requisito di 68 anni).

 

 

Cassa forense: calcolo della quota base di pensione

La quota base della pensione è calcolata con un metodo simile al sistema retributivo utilizzato dall’Inps. In pratica, viene considerata la media dei redditi professionali (entro la soglia massima pensionabile), escluso l’ultimo (i redditi sono rivalutati per l’indice Foi dell’Istat), moltiplicata per il coefficiente 1,40% e per il numero di anni di contribuzione alla Cassa.

È comunque possibile l’integrazione della pensione al trattamento minimo: questa può essere disposta solo se il reddito complessivo dell’avvocato iscritto alla Cassa e del coniuge (non legalmente ed effettivamente separato) non superano 3 volte il trattamento minimo stesso presso la Cassa forense (pari a 10.160 euro nell’anno 2010 e adeguato annualmente). Sono computati anche i seguenti redditi:

  • la pensione d’invalidità percepita dalla Cassa forense;
  • i redditi soggetti a tassazione separata;
  • i redditi soggetti a ritenuta alla fonte.

Non è invece compreso il reddito dell’abitazione principale e il Tfr o le indennità assimilate.

Per il superamento del triplo del trattamento minimo si computa la media dei redditi degli ultimi 3 anni. La domanda d’integrazione al minimo va ripetuta ogni 3 anni.

 

 

Cassa forense: pensione di anzianità

Tornando alle prestazioni previdenziali, vediamo ora i requisiti necessari per la pensione di anzianità nella Cassa forense:

  • 59 anni di età più un minimo di 37 anni di contribuzione, per il biennio 2014-2015;
  • 60 anni di età più un minimo di 38 anni di contribuzione, per il biennio 2016-2017;
  • biennio 2018-2019: 61 anni di età più un minimo di 39 anni di contribuzione;
  • dal 1 gennaio 2020: 62 anni di età con almeno 40 anni di contribuzione.

Il lettore, dunque, con 65 anni di età e 40 anni di contributi nel 2018, raggiungerebbe senza problemi i requisiti della pensione di anzianità.

L’importo, alla pari della pensione di vecchiaia retributiva, sarebbe calcolato con il metodo retributivo-reddituale per la quota base, mentre sarebbe calcolato col contributivo per la quota modulare.

Tuttavia, come poc’anzi accennato,  per aver diritto a questa tipologia di pensione  è necessaria la cancellazione dall’albo, pertanto la suddetta ipotesi è da accantonare, se l’avvocato interessato ha intenzione di continuare a esercitare.


[1] Art.2, Co.2 Regolamento Prest. Previd.Cassa Forense.

 


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