Maternità non pagata dall’azienda: cosa fare?
Lo sai che?
29 Ott 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Maternità non pagata dall’azienda: cosa fare?

Tutela delle lavoratrici in maternità: ecco a chi bisogna rivolgersi se il datore di lavoro non paga l’indennità prevista dalla legge.

 

Aspettare un bambino dovrebbe comportare solo gioie. Non di rado, però, le lavoratrici sono costrette a subire ingiustizie a cui è davvero difficile opporsi. Una di queste è costituita dal mancato pagamento, da parte dell’azienda, dell’indennità di maternità. Questa somma, per legge, viene erogata direttamente dal datore di lavoro, che poi ne chiede il rimborso all’Inps (in alcuni casi paga direttamente l’istituto previdenziale). Si tratta, quindi, di un contributo statale: l’indennità è pagata dall’Inps, ma è anticipata dal datore. Se quest’ultimo non paga, oltre all’ingiustizia subita può subentrare anche la paura che, opponendosi al proprio titolare, si rimarrà senza lavoro. Vediamo quali sono i rimedi consigliati in questa situazione.

L’indennità di maternità: cos’è e chi è tenuto a pagarla

Durante il periodo di gravidanza e puerperio le donne lavoratrici beneficiano del congedo di maternità. Esso è un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro previsto espressamente dalla legge [1]. Il congedo inizia due mesi prima del parto e dura fino a tre mesi dopo ma, in alcuni casi, sono previsti tempi più lunghi. Ad esempio, in caso di gravidanza a rischio, la donna ha diritto di non lavorare per tutto il tempo stabilito dalla Asl; allo stesso modo, se le mansioni cui si è adibite sono incompatibili con lo stato di gravidanza, la Direzione territoriale del lavoro competente può permettere un’astensione maggiore di quella prevista.

 

Anche le donne disoccupate o sospese hanno diritto al congedo (e all’indennità di maternità), a patto che il congedo stesso sia iniziato entro 60 giorni dall’ultimo giorno di lavoro.

 

La lavoratrice che usufruisce del congedo ha diritto, per legge, a percepire l’indennità di maternità. Essa equivale all’80% della retribuzione calcolata sull’ultimo mese di lavoro. Si tratta di un diritto che lo Stato garantisce a chi aspetta un bambino, attuando così i principi di tutela della maternità e del lavoro garantiti dalla nostra Costituzione [2].

 

Come detto, la suddetta indennità è una misura statale: le relative somme, quindi, vengono erogate dall’Inps e non dal datore di lavoro. Tuttavia, viene previsto un meccanismo secondo cui è il datore a corrispondere l’indennità. Successivamente, egli denuncia all’Inps l’importo corrisposto e viene rimborsato dall’istituto previdenziale. Quindi:

  1. il datore di lavoro paga l’indennità;
  2. egli denuncia quanto versato all’Inps e chiede il conguaglio;
  3. l’Inps poi rimborsa il datore stesso.

Tuttavia, esistono dei casi in cui l’indennità di maternità è pagata direttamente dall’Inps, senza il coinvolgimento del datore. Ciò avviene, ad esempio, per:

  • le colf o le badanti;
  • le lavoratrici disoccupate o sospese;
  • le operaie agricole a tempo determinato;
  • le lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata Inps;
  • le lavoratrici con contratto di lavoro a progetto, di collaborazione continuativa, di collaborazione occasionale, iscritte in ogni caso alla gestione separata.

Cosa fare se l’azienda non paga

Il sistema descritto porta spesso a risultati iniqui. Pur trattandosi una misura statale, il fatto che sia il datore a dover corrispondere l’indennità comporta il rischio che quest’ultimo non paghi. Ciò, purtroppo, avviene di frequente. Tante lavoratrici non ricevono quanto loro dovuto o lo ricevono solo in parte. È chiaro che questo comporta non poche difficoltà perché, anche a voler intraprendere un’azione legale, forte è la preoccupazione di essere licenziate.

 

Cosa fare quindi se il datore non paga? Purtroppo, in molti casi, arrivare davanti al giudice potrà essere inevitabile. É consigliabile, però, tentare prima altre strade, alternative alla causa civile o penale:

  • segnalare l’accaduto all’Inps. Tuttavia, non esiste una norma che autorizzi, in caso di mancato pagamento del datore, il versamento diretto da parte dell’istituto previdenziale. Il meccanismo, infatti, è automatico: il soggetto obbligato a versare l’indennità è il datore, che solo successivamente chiederà il conguaglio all’Inps. Difficilmente quindi questa soluzione porterà a dei risultati, ma vale la pena tentare;
  • segnalare l’insolvenza del datore all’Ispettorato del lavoro, affinché parta un’ispezione;
  • rivolgersi alle associazioni sindacali;
  • presentare, tramite avvocato, una formale diffida per il datore di lavoro, avvertendolo che, qualora persista nel mancato pagamento, si proporrà azione giudiziale;
  • se le alternative precedenti non hanno esito positivo, sarà necessario instaurare la causa presso il giudice del lavoro, chiedendo il pagamento delle somme cui si ha diritto;
  • sporgere denuncia penale.

Il datore di lavoro, infatti, è passibile di denuncia, in quanto la sua condotta integra un reato. Sono tanti i casi sottoposti, negli anni, al vaglio della Cassazione (si tratta spesso di sentenze emesse per il mancato pagamento dell’indennità di malattia, ma estensibili anche al caso dell’indennità di maternità).

 

I giudici hanno spesso riconosciuto la responsabilità penale del datore, a volte per truffa in danno dell’Inps [3], altre per appropriazione indebita del denaro spettante al lavoratore [4], altre ancora per indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato [5]. Si tratta di tre reati la cui commissione è punita con la reclusione: è probabile, quindi, che sporgere denuncia preoccuperà non poco il datore stesso, che sarà costretto a pagare.

 

Quanto al reato di appropriazione indebita, esso punisce chi, avendo il possesso del denaro altrui, se ne appropria a suo vantaggio [6]. In questo senso, va sottolineato che le somme da corrispondere a titolo di indennità non sono del datore, ma sono erogate dall’Inps e spettano alla lavoratrice.

 

Il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, invece, punisce chi, mediante false dichiarazioni o reticenze, consegue indebitamente erogazioni fornite dello Stato stesso o da altri enti pubblici [7]. Nel nostro caso, se il datore di lavoro non versa le somme dovute e successivamente, simulando di aver pagato, chiede ed ottiene il rimborso dall’Inps, commette il reato descritto.


[1] Art. 16, D.Lgs. n. 151/2001.

[2] Artt. 31 e 37 Cost.

[3] Cass. sent. n. 42937/2012 del 3 ottobre 2012; Cass. sent. n. 11184/2007 del 27/02/2007.

[4] Cass. sent. n. 18762/2013 del 15/01/2013.

[5] Cass. sent. n. 4404/2016 del 03/02/2016; Cass. sent. n. 2002/2014 del 17/10/2014.

[6] Art. 646 cod. pen.

[7] Art. 316ter cod. pen.

 

Autore immagine: Pixabay

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti
29 Nov 2016 ASPETTARE STANCA

Ci si può rivolgere anche alla Consigliera di parità del territorio