Inabilità dipendenti pubblici, quale trattamento?
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19 Nov 2016
 
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Noemi Secci
 


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Inabilità dipendenti pubblici, quale trattamento?

Inabilità alla mansione, a proficuo lavoro ed a qualsiasi attività lavorativa: il dipendente pubblico ha diritto alla pensione?

 

Il dipendente pubblico può aver diritto a una prestazione previdenziale non solo in caso di riconoscimento d’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa, ma anche d’inabilità a una specifica mansione o a proficuo lavoro.

A seguito della presentazione di domanda per il riconoscimento dell’inabilità, difatti, è possibile che sia accertata:

  • un’inabilità assoluta e permanente alla mansione;
  • un’inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro;
  • un’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa.

 

 

Inabilità alle mansioni

In caso di inabilità assoluta e permanente alle mansioni svolte riconosciuta dalla commissione medica, il dipendente pubblico non ha automaticamente diritto alla pensione. Prima di dispensare dal servizio il lavoratore per inabilità, infatti, l’amministrazione è tenuta ad attribuire una mansione equivalente, che sia compatibile con l’inabilità riconosciuta.

Se questa nuova attribuzione non è possibile, l’amministrazione può proporre una mansione di posizione funzionale inferiore e, nel caso in cui il dipendente rifiuti questa collocazione, potrà essere dispensato dal servizio ed ottenere quindi la pensione. Secondo diverse sentenze [1], il personale docente non è tento ad accettare la collocazione in una mansione differente.

Il lavoratore può ottenere la pensione per inabilità alla mansione se possiede almeno 15 anni di servizio (14 anni, 11 mesi e 16 giorni), in qualità di dipendente dello Stato. Per i dipendenti di Enti locali (es. Province, Comuni ecc.) o del comparto Sanità occorrono, invece, almeno 20 anni di servizio (19 anni, 11 mesi e 16 giorni).

Inoltre, per ottenere la pensione per inabilità alla mansione è necessaria, da parte dell’amministrazione, la risoluzione del rapporto di lavoro per dispensa dal servizio per inabilità.

Per quanto concerne gli importi, le modalità di calcolo di questa pensione sono gli stessi della pensione ordinaria. La prestazione va determinata sulla base del servizio posseduto al momento della cessazione, senza maggiorazioni, e decorre dal giorno successivo alla dispensa dal servizio. La prestazione può essere integrata al trattamento minimo.

 

 

Inabilità a proficuo lavoro

Per quanto riguarda, invece, la pensione per inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro, la prestazione è dovuta per il verificarsi di un’inabilità analoga a quella precedentemente descritta, che impedisce, però, la possibilità di continuare a svolgere un’attività lavorativa continua e remunerativa, non solo lo svolgimento della specifica mansione [2]. La menomazione, in pratica, deve essere tale da impedire una collocazione lavorativa continuativa e remunerativa.

Hanno dunque diritto alla pensione tutti i dipendenti pubblici che presentano un’inabilità permanente e assoluta, fisica o mentale, a svolgere qualsiasi proficuo lavoro, non derivante da causa di servizio; anche in questo caso, i requisiti sanitari devono essere accertati da un’apposita  commissione medica istituita presso la Asl.

I requisiti per ottenere questa pensione, oltre a quelli sanitari appena esposti, sono:

  • il possesso di almeno 15 anni di servizio (14 anni, 11 mesi e 16 giorni);
  • la risoluzione, da parte dell’amministrazione, del rapporto di lavoro per dispensa dal servizio per inabilità.

 

Per quanto riguarda l’ammontare del trattamento, anche in quest’ipotesi le modalità di calcolo della pensione sono le stesse della pensione ordinaria (calcolo retributivo o contributivo, a seconda dell’anzianità posseduta). La prestazione va dunque determinata sulla base del servizio posseduto al momento della cessazione e decorre dal giorno successivo alla dispensa dal servizio, senza maggiorazioni. Sono applicabili le norme per l’integrazione al trattamento minimo.

 

 

Inabilità a qualsiasi attività lavorativa

In merito alla pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa, prevista, per i dipendenti pubblici, grazie alla Legge Dini del 1995 [3], è necessario il possesso dei seguenti requisiti:

  • accertamento sanitario effettuato dalla commissione medica di verifica (le Cmv sono istituite presso il Ministero del Tesoro) dal quale risulti che il dipendente è permanentemente impossibilitato a svolgere qualsiasi attività lavorativa a causa di difetto fisico o mentale;
  • almeno 5 anni di contributi, dei quali almeno 3 accreditati nel quinquennio precedente alla decorrenza della pensione di inabilità;
  • risoluzione del rapporto di lavoro, da parte dell’amministrazione, per infermità, non dipendente da causa di servizio, che determina uno stato di assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa.

L’ammontare della pensione è calcolato

  • sino al 31 dicembre 2011:
    • sulla base dei contributi versati o accreditati, con l’aggiunta di una maggiorazione pari alla differenza tra l’importo così determinato e l’importo che sarebbe spettato con un’anzianità contributiva aumentata degli anni compresi tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e la data di compimento dell’età pensionabile (che per i lavoratori dipendenti rimaneva ferma a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, applicandosi la deroga riservata agli invalidi nella misura di almeno l’80%); l’anzianità contributiva non poteva superare complessivamente i 40 anni; in pratica, il lavoratore inabile otteneva la pensione sulla base di un’anzianità contributiva (reale o fittizia) massima di 40 anni, qualunque fosse l’età raggiunta alla data della decorrenza della pensione; la maggiorazione viene mantenuta anche nel per la quota di calcolo contributivo, ma con criteri diversi: al montante contributivo maturato al momento della pensione viene aggiunta un’ulteriore quota di contribuzione riferita al periodo mancante fino al raggiungimento dei 60 anni di età e non oltre i 40 anni di contributi;
  • dal 1° febbraio 2012 in poi, la maggiorazione convenzionale si calcola secondo le regole del sistema contributivo (secondo quanto disposto dalla circolare Inps n.35 del 14 marzo 2012), procedendo come segue:
    • si individua la retribuzione media settimanale riferita alle ultime 260 settimane;
    • si applica l’aliquota di computo (pari al 33% della retribuzione imponibile previdenziale per i dipendenti privati, al 32,95% per i dipendenti pubblici);
    • si moltiplica il risultato per il numero delle settimane intercorrenti tra la data di decorrenza della pensione e il compimento dei 60 anni di età (non possono essere computate più di 2080 settimane, cioè più di 40 anni, comprese le settimane accreditate per periodi anteriori al 1° gennaio 1996).

Questa pensione di inabilità è incompatibile con l’attività da lavoro dipendente, con l’iscrizione negli elenchi degli operai agricoli e dei lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, mezzadri e coloni) e con l’iscrizione agli albi professionali.

 

 

Domanda d’inabilità dipendenti pubblici: criticità

Riassumendo quanto esposto, le criticità, riguardo alle tre tipologie di inabilità che possono essere riconosciute al dipendente pubblico, sono le seguenti:

  • nel caso in cui sia riconosciuta l’inabilità assoluta e permanente alla specifica mansione, potrebbe capitare che l’amministrazione sposti il dipendente ad una mansione diversa, che potrebbe rivelarsi sgradita o comportante specifici disagi; la pensione d’inabilità alla specifica mansione, inoltre, essendo calcolata sui soli contributi versati e senza maggiorazione, potrebbe risultare piuttosto bassa, ma non impedirebbe di esercitare una diversa attività lavorativa; inoltre il dipendente non avrebbe diritto ad alcuna prestazione, non raggiungendo i requisiti contributivi minimi;
  • nel caso in cui sia riconosciuta l’inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro, l’amministrazione non potrebbe reimpiegare il dipendente in alcun modo; la pensione d’inabilità a proficuo lavoro, come quella prevista per inabilità alla mansione, essendo calcolata sui soli contributi versati e senza maggiorazione, potrebbe risultare piuttosto bassa, ma non impedirebbe di esercitare una diversa attività lavorativa; inoltre il dipendente non avrebbe diritto ad alcuna prestazione, non raggiungendo i requisiti contributivi minimi;
  • nel caso in cui sia riconosciuta l’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa, il dipendente non potrebbe essere adibito ad altra occupazione da parte dell’amministrazione; l’importo del trattamento di pensione sarebbe più alto rispetto a quello previsto per le altre due tipologie di inabilità, grazie alla previsione della maggiorazione; questa pensione, tuttavia, sarebbe incompatibile, a differenza delle due precedenti, con l’esercizio di qualsiasi attività lavorativa.

 

Per valutare l’opportunità o meno d’inoltrare domanda d’inabilità, dunque, è necessario:

  • un accurato studio previdenziale, cioè un calcolo delle prestazioni che preveda un dettagliato rapporto costi-benefici in merito alle tre possibilità prospettate, sulla base dei contributi posseduti;
  • una preventiva consultazione del proprio medico curante, relativamente ai requisiti sanitari posseduti;
  • un vaglio di ulteriori possibilità lavorative e di guadagno, nel caso in cui l’inabilità riconosciuta non sia l’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa.

 

 

Domanda d’inabilità

Per quanto riguarda la domanda per il riconoscimento dell’inabilità, questa va presentata, assieme a un certificato medico attestante lo stato di inabilità, all’amministrazione presso la quale si presta servizio. Sarà compito dell’amministrazione disporre l’accertamento sanitario presso le commissioni mediche di verifica e, una volta ricevuto il verbale attestante lo stato di inabilità, provvedere alla risoluzione del rapporto di lavoro ai fini dell’ottenimento della pensione.

La pensione d’inabilità decorre dalla data di risoluzione del rapporto di lavoro, se la domanda è presentata quando il dipendente risulta in servizio, oppure dal primo giorno del mese successivo alla data di presentazione della domanda, se inoltrata successivamente alla risoluzione del rapporto di lavoro.

La commissione medica di verifica può stabilire che l’inabilità non abbia natura illimitata ma debba essere sottoposta a revisione. Nel verbale potrà essere quindi indicato un periodo temporale di validità, terminato il quale il dipendente si dovrà sottoporre nuovamente a visita medica.

 


[1] Sent. Trib. Udine n.159 del 24 aprile 2014.

[2] Art. 129 DPR 3/1957.

[3] L.335/1995.

 


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