Separazioni e figli: no alla prevalenza materna
Lo sai che?
28 Ott 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Separazioni e figli: no alla prevalenza materna

Un decreto del Tribunale di Milano esclude la maternal preference: non è detto che i figli si trovino meglio dalla mamma che dal padre.

 

Non è detto che, in caso di separazione o di divorzio, i figli minorenni debbano sempre e per forza finire dalla mamma, in virtù di quella che, finora, è stata considerata la scelta più giusta: la prevalenza materna. Ci pensa un decreto del Tribunale di Milano [1] ad archiviare per sempre questo stereotipo. Per il giudice che ha firmato il dispositivo, rigettando la richiesta di una donna di modificare a suo favole il destino della figlia minorenne, la maternal preference non può essere il criterio da seguire per decidere chi è il genitore più adeguato a continuare a crescere i figli. Quel criterio, secondo il Tribunale, non può che essere la pari condivisione genitoriale contemplata nel codice civile [2]. Di fronte a una separazione o a un divorzio, insomma, non è detto che la mamma sia sempre la mamma: anche il padre può far valere i suoi diritti.

Quello che il Tribunale di Milano ha voluto sottolineare con questa sentenza è che non ci deve essere un pregiudizio su quale dei due genitori sia il più indicato, così a priori, a restare con i figli in caso di separazione ma che deve prevalere la specifica contrarietà all’interesse del minore per dire a uno dei due: «E’ meglio che di tuo figlio se ne occupi l’altro. Semplicemente perché tu non sei in grado di farlo, non perché sei maschio o femmina».

Il principio del maternal preference, cioè della prevalenza materna, viene citato dal decreto del tribunale milanese come un principio inesistente sia sul codice civile sia sulla Costituzione. Non c’è traccia – rileva il giudice – di un passaggio che attribuisca utilità o rilevanza al fatto che debba essere quella della madre la scelta preferita per l’affidamento dei figli. Anzi: volendo continuare ad usare termini inglesi, ciò che prevale da studi di settore realizzati anche a livello internazionale è il gender neutral child custody laws. Il decreto del Tribunale lo spiega anche in italiano: «Normative incentrate sul criterio della neutralità del genitore affidatario, potendo dunque essere, sia il padre che la madre, in base al solo preminente interesse del minore, il genitore di prevalente collocamento, non potendo essere il solo genere a determinare una preferenza per l’uno o l’altro ramo genitoriale». Normative, dunque, che riportano al concetto di piena bi-genitorialità e di parità genitoriale, riconosciuti anche dalla legge italiana [3].

Nel caso specifico di Milano, dunque, non è servito a nulla il fatto che la Cassazione si fosse pronunciata in merito a settembre del 2016 [4] citando la maternal preference: la Suprema Corte, infatti, l’aveva definita un criterio «non tempestivamente contestato e quindi passato in giudicato» ma aveva anche basato la sua decisione sul fatto che l’interesse dei figli è di stare con la madre anche se questa decide di trasferirsi altrove e ciò inevitabilmente incide in modo negativo sulla quotidianità dei rapporti dei figli con il genitore a cui vedrà poco o nulla in futuro. Ma, in sostanza, riconosceva la prevalenza materna.

 

 

La mamma non è sempre la mamma

Pur nel massimo rispetto del parere della Cassazione, però, il Tribunale di Milano si esprime in maniera diversa. L’orientamento del decreto, successivo alla sentenza della Corte Suprema, sembra essere: bisogna valutare caso per caso, senza pregiudizio di genere. E quello che si era presentato davanti al tribunale milanese era il caso di una donna la cui personalità non garantiva l’interesse della figlia minorenne, a differenza del padre, la cui personalità viene definita diversa e positiva. In sostanza, la madre, pur partendo teoricamente in vantaggio grazie alla maternal preference, è stata ritenuta inadeguata a farsi carico da sola del futuro della figlia visti gli accertamenti del servizio affidatario della ragazzina, che escludevano un suo rientro accanto alla mamma. Una relazione che ha convinto il giudice del fatto che la donna non sarebbe disposta a collaborare per garantire alla figlia la serenità di cui ha bisogno e per aiutarla ad avere un rapporto stabile con il padre come genitore non convivente.


[1] Trib. Milano, Sezione IX, decreto del 19 ottobre 2016.

[2] Art. 337-ter cod. civ.

[3] Dlgs. 154/2013.

[4] Cass. sent. 18087/2016.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti