Violenza sessuale sui figli: madre colpevole se non impedisce l’abuso
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28 Ott 2016
 
L'autore
Annamaria Zarrelli
 


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Violenza sessuale sui figli: madre colpevole se non impedisce l’abuso

Il genitore che è a conoscenza degli abusi sessuali subiti dal proprio figlio è responsabile se non impedisce l’evento.

 

È colpevole la madre che, essendo a conoscenza degli abusi sessuali subiti dal proprio figlio, non interviene a scongiurare il verificarsi degli episodi illeciti e non denuncia immediatamente i fatti.

 

La vicenda

Una donna, rientrando anzitempo nella propria abitazione, coglieva il proprio convivente mentre intratteneva rapporti sessuali ai danni della sua bambina (figlia della donna stessa e del suo ex marito).

Parlando con la figlioletta, la madre apprendeva inoltre che gli episodi di abuso si stavano consumando da alcuni mesi e che la povera bambina non ne aveva mai parlato con nessuno perché aveva paura di eventuali ritorsioni da parte dell’uomo.

Venuta a conoscenza di ciò, la donna cercava di rimanere fuori casa il meno possibile ed evitava, sempre per quanto possibile, di lasciare il proprio convivente da solo con la figlioletta.

Nonostante tali «precauzioni» gli abusi sessuali continuavano, al punto che la bambina riteneva necessario confidarsi con la propria insegnante, la quale a quel punto denunciava tutto alla polizia.

 

Questi i fatti.

Ora, si potrebbero fare molte osservazioni sul comportamento tenuto dalla madre, che ha comunque «provato» a fermare la disgustosa pratica del proprio partner. Inoltre, di certo potremo concordare sul fatto che la madre non ha mai voluto, nel senso naturalistico del termine, che il proprio partner abusasse della figlia.

Ma lasciamo la parola alla Cassazione.

La Suprema Corte, infatti, si è occupata più volte [1] di casi analoghi a quello di specie ed ha affermato i seguenti principi.

 

La posizione di garanzia verso i propri figli

Il genitore esercente la potestà sui figli minori è investito di una posizione di garanzia nei confronti degli stessi [2]. Ciò comporta l’obbligo, per il genitore, di tutelare la vita, l’incolumità e la moralità sessuale dei propri bambini contro le aggressioni altrui, adottando anche le misure più drastiche in vista del raggiungimento di tale scopo.

Tra i suddetti «doverosi» interventi rientrano anche rimedi estremi, quali la denuncia dell’autore degli abusi (fosse anche il proprio coniuge, il proprio partner o un parente) ed il suo allontanamento dalla casa coniugale.

Secondo la Suprema Corte, infatti, la «posizione di garanzia» che investe il genitore impone a costui di porre in essere tutti gli interventi concretamente idonei a far cessare gli abusi, posto che l’obbligo di tutela del minore, che la legge affida al genitore, ha natura assolutamente prioritaria rispetto a qualsivoglia altra esigenza.

Ciò posto, non possono ritenersi sufficienti e quindi «discolpanti» atteggiamenti meramente «palliativi» della madre, anche se accompagnati dalla speranza che quanto di più raccapricciante verificatosi non sarebbe più accaduto.

 

Quale reato commette la madre?

Nel caso esaminato sopra, non si possono avere dubbi circa il reato commesso dall’uomo, che veniva condannato a 10 anni di reclusione.

Trattasi della più classica (ed agghiacciante) ipotesi di violenza sessuale su minore [3] (la bambina aveva, infatti, meno di 14 anni).

Ma quale reato è ascrivibile alla madre?

Secondo la Suprema Corte, in tali ipotesi, la madre è colpevole per non aver impedito la commissione, da parte dell’uomo, degli abusi sessuali sulla propria figlia.

Forse non tutti sanno che, infatti, il secondo comma dell’art. 40 del codice penale recita che “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”.

In altri termini, la madre aveva l’obbligo di attivarsi in ogni modo per impedire gli abusi ai danni della figlia.

Secondo la Suprema Corte, la donna avrebbe dovuto denunciare immediatamente l’accaduto all’autorità giudiziaria, ma per timore o nella vana speranza di riuscire ad impedire il protrarsi degli abusi non l’ha fatto, diventando così “quasi” una complice dell’uomo.

 

La madre è sempre colpevole?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe analizzare ogni singolo caso concreto.

La Corte di Cassazione è, però, intervenuta tracciando delle linee guida.

Per ritenere una madre colpevole devono avverarsi tre condizioni.

 

1. Conoscenza dell’evento

Se la madre viene a conoscenza degli abusi, ha l’obbligo di attivarsi per impedirli.

 

2. Riconoscibilità dell’azione doverosa da porre in essere

Una volta riconosciuta la “gravità” della situazione è necessario evitare in tutti i modi il ripetersi degli abusi, senza accontentarsi di banali ed inutili “accorgimenti domestici”. La denuncia all’autorità giudiziaria, in tali casi, è un obbligo giuridico e morale.

 

3. Possibilità concreta di impedire l’evento

Ovviamente non sarà ritenuta colpevole una donna vittima essa stessa di abusi, o comunque gravemente impossibilitata a difendere se stessa o i propri figli.


[1] Cfr.  Cass. Pen. sent. n. 4730 del 30.01.2008; Cass. Pen. sent. n. 1369 del 17.01.2012; Cass. Pen. sent. n. 4127 del 28.01.2013

[2] art. 147 cod. civ.

[3] artt. 609 bis comma 1 e 609 ter comma 1, nn. 1 e 5 cod. pen.

 


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Commenti
30 Ott 2016 CECILIA LOLIVA PINTO

LA COSA PIU’ LOGICA,PIU’ CONSONA,PIU CIVILE,PIU’ UMANA NORMALE E’ NON, RIBADISCO “NON” DARE CONFIDENZA HA NESSUNO,(COMPRESI FAMIGLIARI DALLO STRANO CARATTERE),PER CUI NON FARE ENTRARE IN CASA NESSUNO,RIBADISCO “NESSUNO”, INOLTRE BISOGNA IMPEGNARSI PER STUDIARE ANZICCHE’ OZIARE E’ PENSARE A DIVAGARSI,POICHE’ DI SOLITO VUOL DIRE,CONDANNARE LE ANIME INNOCENTI A SUBERE ANOMALIE E’ ILLEGALITA’.
PER CUI,SAREBBE L’IDEALE RIFLETTERE SUI DUE VECCHI E’ SAGGI PROVERBI; “MEGLIO SOLI E NON MALE E’ ACCOMPAGNATI; “SE HAI LA CASA GRANDE PREFERISCI RIEMPIRLA DI SPINE”.
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE ANIOPA.