Se denuncio il superiore vengo licenziato?
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26 Ott 2016
 
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Se denuncio il superiore vengo licenziato?

Denunciare le scorrettezze del capo di lavoro non costituisce una condotta contraria al dovere di fedeltà verso l’azienda.

 

Il dipendente che denuncia, ai vertici dell’azienda ove lavora, le scorrettezze poste dal proprio superiore gerarchico non può essere licenziato. Specie se tali doglianze vengono accompagnate da una lettera di un avvocato penalista che avvalora la ricostruzione del proprio assistito e contesta espressamente tali comportamenti, paventando il rischio di un’azione legale. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Segnalare ai titolari della società dove si lavora illeciti, offese e abusi di un superiore non è un comportamento scorretto, non è indice di infedeltà o di insubordinazione, né può essere considerato un comportamento che lede l’immagine dell’azienda.

 

Il dipendente è libero di esercitare, in tali termini il «diritto di critica». Affinché questi però non passi dalla ragione al torto, è necessario che, nella denuncia, non faccia ricorso a «espressioni corrette e civili» ed eviti «la diffusione delle notizie all’esterno dell’ambito lavorativo, così da escludere ogni lesione all’immagine della società». Inoltre, circostanza non da poco, è necessario che i fatti denunciati con la lettera corrispondano a verità.

 

Anzi, è proprio la segnalazione del comportamento illegittimo ai vertici dell’azienda e non, invece, all’esterno ad essere la prova di massima fedeltà verso la società al fine di evitare, con la fuga di notizie, una lesione all’immagine della stessa.

 

Nella lettera di contestazione il lavoratore aveva rinnovato «il proprio impegno di collaborazione e di fedeltà», il che è stato ritenuto, dai giudici, un elemento sintomatico della sua buona fede.

 

 

Ecco un modello di lettera di contestazione verso i superiori

«La serietà e la professionalità che ha sempre contraddistinto la mia persona all’interno e all’esterno del lavoro in azienda mi impone di sollecitare un intervento dell’amministratore della società […] per i seguenti fatti che di seguito descrivo:

…… ……

Immutata la mia disponibilità e il mio impegno sul lavoro, malgrado la denunziata sofferenza […], mi rendo disponibile ad ogni ulteriore chiarimento che si renda necessario».


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 22 settembre – 26 ottobre 2016, n. 21649

Presidente Nobile – Relatore Patti

Fatto

Con sentenza 12 giugno 2013, la Corte d’appello di Napoli dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato, con telegramma 18 luglio 2002, da Partenopal s.r.l. in a.s. a G.M., suo dipendente dal 17 maggio 1993 e condanna, Parmalat Distribuzione Alimenti (poi incorporata in Parmalat) s.p.a., in quanto cessionaria dell’azienda dal 23 settembre 2005, alla sua reintegrazione nel posto di lavoro: così parzialmente riformando la sentenza di primo grado, che in particolare (per quanto oggetto di devoluzione in appello e ancora rilevante ai fini del presente giudizio) aveva invece accertato la legittimità dei licenziamento per giusta causa. A motivo della decisione, la Corte territoriale, contrariamente al Tribunale, escludeva la sussistenza della giusta causa.

Essa riteneva, infatti, che la lettera 13 giugno 2002 di denuncia dei lavoratore alla datrice di comportamenti scorretti ed offensivi in proprio danno del superiore gerarchico, con allegato parere pro veritate di avvocato penalista (posta a base della contestazione disciplinare culminata nel licenziamento impugnato), dovesse essere inquadrata nell’esercizio del legittimo diritto di critica del dipendente. E ciò per il

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[1] Cass. sent. n. 21649/16 del 26.10.2016.

 


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