Morte di cancro per fumo: possibile il risarcimento?
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27 Ott 2016
 
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Morte di cancro per fumo: possibile il risarcimento?

Causa contro la multinazionale del tabacco: impossibile spuntarla per gli eredi del tabagista morto di tumore se non si possono escludere altre cause.

 

Ancora una volta le multinazionali del tabacco la spuntano. Almeno in Italia.

Con una recente sentenza, il tribunale di Reggio Emilia [1] ha escluso la responsabilità delle società che producono e commercializzano sigarette per la morte del tabagista dovuta a cancro ai polmoni. Il punto è che manca la prova – difficilissima comunque da fornire – che il fumo sia l’unico fattore di rischio in grado di favorire l’insorgenza del tumore nella povera vittima tutte le volte in cui questa, per lo stile di vita condotto, possa essere esposta ad altri agenti pericolosi. In altre parole, per ottenere il risarcimento del danno i parenti del defunto devono dimostrare che la neoplasia polmonare sia stata causata solo ed esclusivamente dal vizio del fumo e non da altre cause scatenanti.

 

Non è la prima volta che i nostri tribunali – a differenza dei colleghi statunitensi – salvano le big del tabacco dalle potenziali class action dei consumatori. Una difesa che trova origine nel fatto che il fumatore è ormai al corrente dei rischi che comportano le sigarette, posto che, dal 1991, ciascun pacchetto di sigarette deve contenere appositi avvertimenti con scritte e immagini in bella evidenza. Invece, per i tumori insorti prima di tale data, secondo una sentenza del Tribunale di Milano di due anni fa, ben si può avere diritto all’indennizzo.

 

Insomma, la questione è ancora incentrata sulla scelta consapevole del fumatore. Non importa, per i nostri giudici, che il diritto alla salute non sia un diritto disponibile e che, comunque, molto spesso, il tabagista è vittima dell’eccesso di catrame volontariamente inserito nelle sigarette: catrame che, ancor più del tabacco, aumenta la dipendenza da fumo. Il fumatore, dunque, diventa schiavo del vizio e di chi si approfitta della sua debolezza pur di fare affari. Ma questo non importa per i giudici italiani: ciascuno è libero di scegliere come morire.

 

 

Onere della prova impossibile

I libri di diritto la chiamano probatio diabolica, ossia una prova impossibile da dare, più virtuale che reale. Secondo la sentenza in commento, gli eredi del defunto morto per cancro ai polmoni hanno diritto al risarcimento nei confronti della multinazionale produttrice di sigarette solo se riescono a dimostrare che il fumo sia l’unico fattore di rischio in grado di aver favorito l’insorgenza della patologia neoplastica polmonare causa della morte del fumatore. È quindi necessario escludere l’incidenza di altri fattori causali nella determinazione del tumore. La sentenza finge però di ignorare che, ad oggi, non ci sono ancora certezze su quali siano tutti i molteplici fattori che scatenano la brutta malattia. Insomma, una dimostrazione che è impossibile dare allo stato attuale della scienza se non ricorrendo a presunzioni e calcoli statistici.

 

Il tribunale di Cagliari applica alla lettera il codice civile [1]: chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati (tale è appunto la commercializzazione di sigarette e tabacco) è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno. Ma tale presunzione di colpa, a carico della società, presuppone un rapporto di causa ed effetto tra l’esercizio dell’attività pericolosa (la vendita di sigarette) e l’evento dannoso (la morte del fumatore).

 

Nel caso di specie, a evitare la condanna della multinazionale ha contribuito anche la relazione del consulente tecnico nominato dal tribunale. Secondo l’esperto il «fumo di tabacco deve essere considerato come un fattore di rischio, il più importante, ma non l’unico individuato in grado di favorire l’insorgenza della patologia neoplastica polmonare, e non certamente come causa unica e sufficiente per la comparsa della stessa». Vanno quindi considerati alcuni importanti fattori, quali quello lavorativo, ma non solo.

Nel caso di specie il defunto aveva svolto attività di muratore e, secondo alcuni studi, «i lavoratori occupati in ambito edilizio sono i più esposti a contrarre il cancro ai polmoni, con il 50% della probabilità in più rispetto a qualsiasi altri tipologia di lavoro».

 

Senza contare, comunque, che il danneggiato era consapevole dei rischi a cui andava incontro, posto che, come detto, dal 1991, sui pacchetti di sigarette è stato esposto l’avviso apposito circa la specifica pericolosità per la salute e il rischio mortale il consumatore che continua ad assumere sigarette si espone volontariamente a pericolo. Il fumatore è quindi al corrente di ciò a cui va incontro e «volontariamente» continua a fumare. Si legge in sentenza che «la incidenza della assuefazione da nicotina non è tale da rendere assolutamente necessitata la scelta di continuare a fumare: essa costituisce, in presenza di conoscenza circa i rischi del fumo, il frutto di una volontaria opzione del consumatore tale da essere valutabile come condotta negligente dell’offeso idonea a interrompere il nesso causale-giuridico tra attività pericolosa e danno».

 

Insomma ciò che bisogna verificare è se, entro il 1991, il tumore sia già comparso o meno: in caso affermativo si aprono possibilità di ottenere che il risarcimento venga riconosciuto. Diversamente si perde la causa e si corre anche il rischio di pagare le spese processuali a chi fabbrica questi strumenti di morte.


[1] Trib. Reggio Emilia, sent. n. 536/16.

[2] Art. 2050 cod. civ.

 


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