Il mantenimento al figlio maggiorenne dopo la sepazione
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28 Ott 2016
 
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Il mantenimento al figlio maggiorenne dopo la sepazione

L’obbligo di mantenere il figlio maggiorenne spetta solo se questi non è indipendente economicamente e non ha un reddito proprio, ma cessa se questi rifiuta un posto di lavoro.

 

Il genitore divorziato ha l’obbligo di continuare a mantenere il figlio maggiorenne, versandogli puntualmente l’assegno una volta al mese, solo se questi non ha un reddito stabile e, quindi, non è autosufficiente dal punto di vista economico. Tuttavia, l’obbligo cessa se il ragazzo ha volontariamente rifiutato possibili occasioni di lavoro. È quanto chiarito dal Tribunale di Taranto con una recente sentenza [1].

 

Secondo quanto più volte detto dalla Cassazione, l’obbligo di mantenimento che spetta a entrambi i genitori non viene meno con il raggiungimento della maggiore età del figlio, ma rimane sino a che quest’ultimo non abbia conseguito la piena autonomia economica [2]. In caso di mancato pagamento dell’assegno per il figlio, il genitore con cui quest’ultimo convive deve agire nei confronti dell’ex e quest’ultimo, se vuole spuntarla, è tenuto a dimostrare l’indipendenza economica del giovane o che questi è rimasto inerte nel percorso degli studi o indolente nella ricerca di nuovi lavori [3].

 

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole del codice civile [4] non cessa, automaticamente, con il raggiungimento dei 18 anni da parte di questi ultimi, ma perdura immutato finchè il genitore tenuto a pagare l’assegno non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, oppure che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia o di rifiuto ingiustificato dello stesso. Tale atteggiamento deve però essere valutato non con i «paraocchi», ma in base alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione. In altre parole, tanto per esemplificare, se lo studente che ha studiato ingegneria rifiuta un posto come magazziniere non perde il mantenimento.

 

Dunque, l’aspetto fondamentale della questione è che l’onere della prova, ossia l’obbligo di dimostrare che il figlio maggiorenne non ha più diritto a percepire l’assegno di mantenimento – per esempio nel caso di lamentata inerzia o di rifiuto ingiustificato di occasioni di lavoro – spetta al genitore (nella gran parte dei casi il padre) su cui tale versamento grava. Una prova che può essere data, in assenza di dati certi, anche con presunzioni [5].

 

Tuttavia, prosegue la sentenza, «il rigore del suddetto onere probatorio è proporzionale all’avanzare dell’età, sino al punto di non poter essere più assolto nelle situazioni in cui quell’obbligo deve ritenersi estinto con il raggiungimento di un’età nella quale il percorso formativo, nella normalità dei casi, è ampiamente concluso e la persona è da tempo inserita nella società».

In parole più semplici, questo significa che, se è legittimo attendersi che un ventitreenne non lavori non per sua volontà o inerzia, ma perché non ha ancora trovato occasioni conformi alla sua formazione, non è più così se il «giovane» ha 35 anni, avendo già superato l’età della formazione scolastico-universitaria. Insomma, più è adulto il ragazzo da mantenere, più si presume che la sua inoccupazione deriva da volontà e inerzia, piuttosto che da mancanza di occasioni. Con la conseguenza che il genitore che gli versa il mantenimento si potrà liberare più facilmente di tale onere.

Infatti, «il diritto del figlio si giustifica all’interno e nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso formativo».

 

Diverso è il caso, infine, del figlio che presenti particolari patologie o invalidità, nei cui confronti deve sussistere invece un atteggiamento di maggiore tolleranza e considerare che la mancanza di un’occupazione, anche in età avanzata, dipenda dalle condizioni psico-fisiche piuttosto che da volontà. È il caso, ad esempio, del giovane che ha avuto un passato di tossicodipendenza.

Appare infatti evidente, in questi casi – prosegue il tribunale – «la impossibilità del giovane di poter efficacemente reperire e preservare un rapporto di lavoro», necessitando «tuttora dell’apporto morale ed economico da parte di entrambe le figure parentali, anche in ragione delle cure e delle terapie occorrenti».

 


[1] Trib. Taranto, sent. n. 2257/16 del 7.07.2016.

[2] Cass. sent. n. 1798/2015.

[3] Cass. sent. n. 16612/2010.

[4] Art. 148 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 11828/2009.

 


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