Buoni postali fruttiferi: se gli interessi non risultano dal titolo
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30 Ott 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Buoni postali fruttiferi: se gli interessi non risultano dal titolo

Bpf: i tassi di interesse sono quelli risultanti dal titolo solo se dopo la sua sottoscrizione non è entrato in vigore un nuovo decreto.

 

Posseggo un buono postale cointestato con mia moglie sul quale è stato apposto un timbro al momento della sottoscrizione. Vorrei sapere se gli interessi su di esso spettano in base ai tassi risultanti dal timbro o a quelli maggiori originariamente stampati sul retro del titolo. Inoltre, nel caso in cui si tratti di un buono per cui ricorrere al giudice, per intentare una causa dovremmo evitare di riscuoterlo?

 

Nel caso in esame le condizioni di rimborso del titolo non sono né quelle originalissime stampate sul suo retro, né quelle risultanti dal successivo timbro. Vediamo perché esaminando lo specifico buono.

 

Quello del lettore è un buono fruttifero ordinario cointestato con facoltà di pari rimborso. Al di là di tale  caratteristica, al pari di tutti i buoni postali fruttiferi, i tassi su di esso riportati sono sempre suscettibili, per legge [1], di variazioni successive; cosa avvenuta nel caso di specie.

 

 

Bpf: che valore ha il timbro apposto buono?

In particolare, quello in possesso del lettore è un titolo di originaria serie O, introdotta con decreto del 1981 [2]. Tuttavia, quando esso è stato sottoscritto, o se vogliamo dire «acquistato» (nell’ottobre del 1985), il tasso di interesse ad esso applicabile non era già più quello originariamente previsto dal suddetto decreto, ma  era già stato modificato, in senso peggiorativo, da un decreto del 1984 [3] che ha introdotto la nuova serie P e modificato la precedente serie O in serie P/O.

Detto decreto prevedeva espressamente che, sui buoni della serie O, gli uffici postali dovessero apporre due timbri: uno sulla parte anteriore (con la dicitura «Serie P/O») e l’altro, sul retro, recante la misura dei nuovi tassi. Cosa questa avvenuta nel caso di specie, sicché i risparmiatori, al momento della sottoscrizione, sono venuti a conoscenza della modifica dei tassi di interesse del buono rispetto a quelli stampati sul retro dello stesso.

 

 

Bpf: che succede se il timbro non viene apposto?

Se invece il timbro (anche per semplice dimenticanza dell’ufficio postale) non fosse stato apposto, l’originario rendimento del buono sarebbe stato regolato dai tassi risultanti dalla stampa sul suo retro; e ciò, nonostante l’entrata in vigore del decreto. Ne abbiamo parlato in questo articolo: Buoni postali fruttiferi: possono cambiare gli interessi?

 

 

Bpf: che succede se cambia la legge dopo la sottoscrizione?

Ciò detto, con riferimento al caso di specie, nel giugno 1986 è intervenuto un altro decreto ministeriale [4] che ha nuovamente modificato, riducendoli ulteriormente, i tassi di interesse.

Tale decreto, essendo intervenuto dopo la sottoscrizione del buono (avvenuta nel 1985) è ad esso senz’altro applicabile [1] anche se manca la annotazione di nuovi tassi sul retro dello stesso; tale annotazione infatti, per forza di cose, non avrebbe potuto essere effettuata dall’impiegato postale, non essendo ancora intervenuta!

 

In pratica, quindi, nel caso in esame non deve fuorviare il timbro apposto sul buono (che già di per sé aveva modificato in senso peggiorativo i tassi di interesse risultanti dalla originalissima stampa) perché in realtà tale timbro indica le condizioni originali di rimborso del buono (riferendosi al decreto del 1984 intervenuto dopo la sottoscrizione del titolo). Dette condizioni devono, tuttavia, intendersi superate da quelle (vd. dopo) di cui al decreto del 1986 [4]. Sicché i tassi risultanti dal timbro vanno applicati solo al montante del buono relativo al periodo anteriore all’ entrata in vigore del suddetto decreto.

 

 

Tassi sul Bpf: come possono cambiare con un nuovo decreto?

Vediamo, perciò, quali variazioni hanno subito i tassi di interesse dello specifico buono. Interessi che – val la pena ricordarlo – per tutti i Bpf ordinari, nei primi 20 anni sono composti (cioè vanno a formare, insieme al capitale, la base per il calcolo degli interessi successivi); dopo 20 anni, invece, sono interessi semplici calcolati in misura bimestrale, cioè interessi fissi che non si capitalizzano.

 

Entrando più nel dettaglio, gli interessi forniti dallo specifico titolo prevedevano un rendimento dei tassi di interesse:

  1. nella sua prima stampa (cioè prima della sottoscrizione del buono) disciplinata da decreto del 1981 :
  • del 9% sino al 3° anno,
  • del 13% dal 4° all’8° anno,
  • del 15% dal 9° al 15° anno,
  • del 16% dal 16° al 20° anno.

Tassi questi  vantaggiosissimi ma mai applicabili al buono in questione in quanto sostituiti, già al momento dell’acquisto, da quelli risultanti dal timbro;

 

2. con l’apposizione del timbro (e quindi al momento della sottoscrizione):

  • del 9% sino al 3° anno,
  • dell’11% dal 4° all’8° anno,
  • del 13% dal 9° al 15° anno,
  • del 15% dal 16° al 20° anno (valevoli ai sensi del decreto del 1984).

Tassi comunque vantaggiosi (se pur in misura ridotta rispetto ai primi), ma applicabili solo al montante del buono riferito al (breve) periodo anteriore alla entrata in vigore del decreto del 1986;

 

  1. Dal momento dell’entrata in vigore (nel luglio 1986) del nuovo decreto ministeriale allo specifico buono vanno applicate le nuove condizioni di rimborso che, se pur non evidenziate sul titolo, si presumono conosciute dal risparmiatore in quanto pubblicate su Gazzetta ufficiale e affisse negli uffici postali. Condizioni che prevedono una crescita del tasso di interesse:
  • dell’8% sino al 3° anno,
  • del 9% dal 4° all’8° anno,
  • del 10,50% dal 9° al 15° anno,
  • del 12% dal 16° al 20° anno.

Dunque, è a questi ultimi tassi (sicuramente più svantaggiosi rispetto a quelli originariamente previsti) che occorrerà fare, in prevalenza, riferimento nel calcolo del rendimento del buono in esame.

 

 

Bpf: attenzione alla prescrizione!

Va poi precisato che lo specifico buono (sottoscritto nell’ottobre del 1985) è diventato infruttifero (cioè non produce più alcun interesse). Infatti, dal 1° gennaio del 31° anno solare successivo a quello di emissione, il buono non riscosso cessa di essere fruttifero e l’avente diritto può ottenerne il rimborso entro il termine di prescrizione di 5 anni. Pertanto conviene senz’altro riscuoterlo senza attendere altro tempo onde evitare di correre il rischio di dimenticarsene e non poterlo più riscuotere.

 

 

Bpf: cosa fare se si hanno dubbi sul valore?

Quanto all’ulteriore quesito riguardante il possibile ricorso al giudice, se pur esso (per le ragioni illustrate) non ha motivo di essere nel caso in esame, il consiglio – ove si nutrano dei dubbi sulla correttezza del calcolo effettuato dalla poste al momento del rimborso – è quello di accettare la somma «con riserva di agire per l’intero pagamento dell’eventuale residuo».

Al fine, tuttavia, di consentire ai nostri lettori di arrivare alle poste «preparati» e non ricevere brutte sorprese al momento della riscossione del titolo, il nostro portale ha da breve attivato un nuovo servizio di consulenza, accessibile a questo link, che permette di conoscere il valore dei propri buoni. Valore che, in alcuni casi, può non corrispondere a quello risultante dai programmi di calcolo automatico che si trovano su internet (a riguardo si legga: Buoni postali fruttiferi: sai davvero quanto valgono? ). Basterà allegare copia fronte retro del titolo e indicare la data in cui si intende riscuoterlo.


[1] L’art 173 co. 2 del Testo unico postale autorizza le modifiche sopravvenute ai tassi di interesse purché la tabella riportata sui buoni sia integrata con quella a disposizione presso gli uffici postali; con tale espressione intendendosi anche la affissione di note informative negli uffici stessi.

[2] D.m. 15 giugno 1981.

[3] Dm 16 giugno 1984.

[4] D.M. del 13.06.1986.

 


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Commenti
31 Ott 2016 mauro

Comunque la si metta, a me sembra sempre una delle tante truffe di Stato (che, con gli ultimi governi sempre più “furbetti” e sempre meno seri, si sono moltiplicate): se io prendo dei soldi da qualcuno e stabilisco con lui un tasso di interesse (lecito) ben preciso, perchè successivamente non posso farmi un bel “decreto” che mi riduca gli interessi da pagare mentre lo Stato può?