Stalking su Facebook
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30 Ott 2016
 
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Redazione
 


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Stalking su Facebook

Persecuzioni e molestie su Facebook: la vittima può querelare l’aggressore o denunciarlo davanti al Questore che procede all’ammonimento.

 

Persecuzioni iniziate dall’invio di una richiesta di amicizia e poi finite con un bombardamento di messaggi, minacce e pretese di incontri: anche Facebook è uno strumento con cui si manifestano le manie della gente. Ne è una chiara dimostrazione la presenza di numerose sentenze di condanna per stalking nei confronti di molestatori che hanno utilizzato il social network per raggiungere le proprie vittime. Cosa prevede la legge in questi casi? Quando si può denunciare? Come ci si difende in questi casi?

 

Partiamo da una premessa: il reato di stalking si può configurare solo se le condotte sono ripetute anche se in un arco di tempo non particolarmente dilatato (può, ad esempio, trattarsi di un mese soltanto se, in tale forbice di tempo, le «sollecitazioni» si reiterano con insistenza).

 

Il secondo dato di cui tenere in considerazione è che la persecuzione deve raggiungere una soglia tale da determinare un riflesso nella vittima, riflesso che può consistere alternativamente:

  • in una modifica delle proprie condizioni di vita, non importa quanto rivoluzionaria sia (può trattarsi della cancellazione dell’account Facebook o della semplice sospensione per arrivare alla paura di uscire di casa da sola o di percorrere determinate strade);
  • in uno stato di ansia e timore per la propria incolumità fisica.

 

Quindi, se le condotte dell’aggressore lasciano del tutto indifferente la vittima, portandola addirittura a reagire, rispondendo «a tono» ai messaggi del primo e arrivando addirittura a delle provocazioni, lo stalking non può configurarsi.

 

Un esempio di stalking a mezzo Facebook è, ad esempio, quando il molestatore ingiuri e denigri la vittima attraverso il social network, gli invii in continuazione messaggi, arrivi a contollarne e prevederne gli spostamenti, fino a seguirlo [1]. Un altre esempio, sempre fornitoci dalla giurisprudenza della Cassazione [2], è quello di colui che reiteri più volte l’invio alla vittima di telefonate, sms, messaggi di posta elettronica, messaggi su Facebook Messenger, o ancora divulghi, attraverso questi ultimi mezzi, filmati che ritraggono rapporti sessuali intrattenuti dall’autore del reato con la medesima vittima, procurandole così uno stato d’animo di profondo disagio e paura in conseguenza delle vessazioni patite. Insomma, il mandare una foto piccante alla sola vittima, rappresentante quest’ultima in atti intimi con l’aggressore – riferite evidentemente a un passato rapporto tra i due – può costituire una lata minaccia di diffusione del materiale porno, tale da non far dormire più la vittima.

 

 

Come difendersi dallo stalking?

Esistono essenzialmente due modi incisivi per difendersi dallo stalking. Il primo è quello della denuncia al Questore che non dà il via a un procedimento penale, ma a un semplice ammonimento. Il colpevole prende quindi consapevolezza del fatto che la vittima ha inteso reagire e che egli potrà subire, se non desiste dalle azioni illecite, più gravi e pesanti sanzioni. Per sapere come procedere leggi la nostra guida sull’ammonimento del Questore.

 

Il secondo metodo è, ovviamente, quello della denuncia, cui si ricorre nei casi più gravi perché dà il via a un procedimento penale, nel corso del quale la vittima può costituirsi come parte civile e chiedere il risarcimento del danno.

 

Prima del ricorso a tali rimedi è sempre consigliabile procedere a una formale diffida per il tramite di un avvocato, che verrà inoltrata mediante raccomandata ar.

 

La vittima dovrà conservare messaggi e schermate che provano gli atteggiamenti invasivi dello stalker. Questa documentazione andrà presentata al Questore o ai Carabinieri o alla Polizia Postale in caso di denuncia.

 

Se il molestatore ha usato un profilo anonimo, la Polizia Postale è in grado di risalire alla sua identità attraverso l’indirizzo ID collegato all’account e, da questo, alla connessione.

 


[1] Cass. sent. n. 21047/2015.

[2] Cass. sent. n. 32404/2010.

 


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