Ricorso in cassazione anche per norme sopravvenute
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30 Ott 2016
 
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Ricorso in cassazione anche per norme sopravvenute

L’art. 360, comma 1, n. 3, deve essere interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata.

 

È ammissibile il ricorso in Cassazione per violazione o falsa applicazione di norme emanate anche dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, a condizione che esse abbiano effetto retroattivo. È quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.

 

Tra i motivi che il codice di procedura civile indica quali possibili vizi per impugnare la sentenza di secondo grado vi è la violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro [2]. Non si deve però trattare necessariamente di norme già in vigore al momento della pubblicazione del provvedimento impugnato, ma anche di norme emanate in un momento successivo alla predetta pubblicazione e prima della presentazione del ricorso in Cassazione, purché abbiano efficacia retroattiva. Con il solo limite del giudicato.

 

 

La vicenda

Un dipendente citava un’azienda affinché il giudice riconoscesse l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato motivato dalla protratta reiterazione nel tempo di contratti a tempo determinato; chiedeva inoltre il conseguenziale risarcimento danni.

Il datore di lavoro, riconosciuto il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, veniva condannato al relativo risarcimento. Tuttavia, subito dopo la sentenza di appello e prima della richiesta di notifica del ricorso in Cassazione, entrava in vigore la legge n. 183/2010 che modificava la disciplina del risarcimento del danno in caso di contratto a termine illegittimo. Pertanto l’azienda ricorreva in Cassazione chiedendo l’applicazione della suddetta nuova normativa appena entrata in vigore.

 

Sì al ricorso per Cassazione per leggi pubblicate dopo la sentenza impugnata

È vero che il codice civile [3] stabilisce il principio generale secondo cui la legge non ha efficacia retroattiva, ma tale principio può ben essere derogato di volta in volta dalle singole disposizioni. Così come è avvenuto nel caso di specie, in cui la normativa sopravvenuta (art. 32, l. n. 183/10) prevedeva che le disposizioni della stessa si applicassero anche ai giudizi in corso e quindi, in linea generale, a causa della sua specifica formulazione, anche per quelli di fronte la Cassazione.

 

Ebbene, secondo le Sezioni Unite è ammissibile il ricorso per Cassazione per violazione di legge anche nel caso di una normativa sopravvenuta.

Infatti, ciò che conta è stabilire se la sentenza è conforme o meno all’ordinamento giuridico e, nel decidere ciò, non si può non tener conto degli sviluppi normativi con efficacia retroattiva.

 

Di conseguenza i cittadini possono proporre un ricorso per cassazione anche contro una sentenza che abbia correttamente applicato la legge all’epoca in cui è stata pubblicata se, subito dopo, è intervenuta una nuova legge con efficacia retroattiva a cambiare totalmente lo stato della normativa in materia.

Il ricorrente, che aveva perso in secondo grado, potrà adire la Cassazione anche solo per denunciare la violazione della legge nuova.

 

Non solo. In virtù del principio iura novit curia, l’applicazione retroattiva della nuova normativa deve essere concessa anche quando sia intervenuta dopo la notifica del ricorso per cassazione e quindi senza che il ricorrente abbia potuto formulare uno specifico motivo di ricorso. È la Corte che deve applicare “d’ufficio” la nuova disposizione con efficacia retroattiva.

 

È chiaro che l’unico vincolo che trova il giudice ad applicare una normativa successiva con valore retroattivo è se sulla sentenza è sceso il giudicato.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 5 luglio – 27 ottobre 2016, n. 21691

Presidente Rordorf – Relatore Curzio

Ragioni della decisione

  • T.A.M. convenne in giudizio la RAI dinanzi al Tribunale di Roma. Espose aver lavorato alle dipendenze della società convenuta, nell’arco di tempo dal (omissis) al (omissis) , con una serie di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, a volte con la qualifica di programmista regista, altre con quella di assistente ai programmi. Sostenne che tutti i contratti a tempo determinato erano stati stipulati in violazione dell’art. 1 della legge 230 del 1962 e chiese che venisse accertata la natura a tempo indeterminato del rapporto di lavoro a decorrere dal primo contratto (omissis), con relativa reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento del danno subito nel periodo pregresso; chiese inoltre che venisse accertato il suo diritto al trattamento economico e normativo di programmista regista di III livello dal (omissis) e di II livello dal (omissis) . La RAI si costituì eccependo la piena legittimità di ciascun contratto e chiedendo il rigetto del ricorso.
  • Il Tribunale dichiarò la nullità dei contratti stipulati dal (omissis) in poi e la prosecuzione del rapporto dal (omissis) con le mansioni di programmista regista; condannò la RAI al pagamento delle
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    [1] Cass. S.U. sent. n. 21691/16 del 27.10.2016.

    [2] Art. 320 co. 1, n. 3 cod. proc. civ.

    [3] Art. 11 cod. civ.

     


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