Se l’avvocato affida la mia causa al praticante o collaboratore
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31 Ott 2016
 
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Se l’avvocato affida la mia causa al praticante o collaboratore

L’avvocato è responsabile in prima persona per l’attività degli ausiliari di cui si vale, sempre però che ciò integri un inadempimento o una negligenza.

 

Spesso il cliente che porta allo studio dell’avvocato una pratica di scarsa importanza soffre il timore che la sua causa venga gestita da collaboratori interni, esterni o, addirittura, da praticanti proprio per via del modesto interesse economico che essa può suscitare. È legittimo un comportamento del genere da parte del titolare e come fare ad accorgersi se il proprio fascicolo è in mano a altri soggetti? Esiste un modo per tutelarsi e per pretendere che la vertenza venga gestita solo da colui a cui abbiamo dato mandato?

 

In generale la legge consente a ciascun professionista di valersi di collaboratori, interni o esterni al proprio studio. Tuttavia, in entrambi i casi, l’avvocato è responsabile direttamente nei confronti del proprio cliente per l’attività dei suoi coadiutori e ausiliari [1]: in pratica, l’eventuale errore del collaboratore si considera realizzato dal titolare. Per ovvie conseguenze, quest’ultimo, anche nel caso in cui si valga della cooperazione di soggetti terzi, avrà sempre interesse a controllarne l’operato onde non doverne poi rispondere, con i propri beni, in prima persona. L’assistito ha quindi azione diretta nei confronti del titolare che ha assunto l’incarico professionale, e che risponde personalmente di eventuali errori o mancanza di diligenza dei suoi collaboratori.

Il cliente ha anche la possibilità, in qualsiasi momento, di chiedere ragguagli sullo stato della sua pratica al professionista delegato, anche per sondare il suo grado di interesse e approfondimento della vertenza.

 

Questo in linea generale. È chiaro, però, che molto spesso la vittoria di una causa non dipende solo dall’assenza di errori, ma è una sintesi di particolari doti personali difficilmente delegabili, come intuito, capacità persuasiva ed espressiva, combattività e perseveranza nella ricerca del “cavillo”. Si tratta di qualità che spesso si acquisiscono con l’esperienza ed è logico che siano ricercate proprio nella figura del titolare dello studio, in quanto soggetto maggiormente rappresentativo dello stesso e del grado di notorietà sociale raggiunto. Dunque, anche nel caso in cui il professionista controlli l’operato del collaboratore, per quanto da questi stesso formato e plasmato, il risultato finale potrebbe non essere simile a quello che egli avrebbe conseguito con il proprio ingegno.

 

In questo caso, però, l’unico modo che ha il cliente per tutelarsi è chiedere di sottoscrivere un contratto professionale in cui l’avvocato si impegni personalmente a studiare, gestire e risolvere l’incarico, senza conferire deleghe a terzi. La violazione di tale obbligo porterebbe il professionista a una responsabilità contrattuale per inadempimento, ma il cui danno sarebbe di difficile, se non impossibile, quantificazione. Un illecito, peraltro, che rischia di non poter mai essere punito se il cliente non riesce a dimostrare la violazione dell’impegno contrattuale, circostanza tutt’altro che semplice quando lo studio della pratica avviene all’interno delle quattro pareti dello studio.

 

Tutt’al più l’assistito potrà chiedere una copia dei verbali di udienza per verificare che, innanzi al giudice, sia effettivamente comparso l’avvocato e non un suo sostituto. Fermo restando che, in mancanza della suddetta specifica clausola con cui il legale si impegna a gestire in prima persona la difesa giudiziale, la delega a collaboratori interni o esterni allo studio – che possano sostituire il dominus in udienza – è del tutto lecita. Il che è anche una prassi quando la competenza territoriale del tribunale si trova in un circondario particolarmente distante da quello della residenza del professionista.

 

Un ultimo importante chiarimento in merito al risarcimento del danno: oltre ad essere difficile poter scoprire se l’avvocato ha gestito e difeso il proprio cliente valendosi di collaboratori e praticanti, è anche difficoltoso dimostrare che, da tale delega, sia conseguito un vero e proprio danno per il cliente quando non ci siano state colpe professionali. Ricordiamo, infatti, che la responsabilità del professionista è collegata non solo alla violazione di uno dei doveri di diligenza, ma anche all’esistenza di un danno concreto, effettivo e attuale: in buona sostanza l’assistito non deve solo dimostrare l’errore dell’avvocato, ma anche il fatto che, senza tale errore, egli avrebbe ottenuto un risultato diverso e più vantaggioso. Tanto a titolo di esempio: se l’avvocato dimentica di produrre un documento essenziale in una causa che, comunque, aveva pochissimi margini di riuscita, non scatta alcuna condanna del professionista per responsabilità. Quindi, per le “cause perse” non si può pretendere il risarcimento del danno.


[1] Articolo . 1228 cod. civ.

 

Autore immagine: Laleggepertutti.it/Palumbo

 


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