Depenalizzazioni e nuovi illeciti civili
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31 Ott 2016
 
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Depenalizzazioni e nuovi illeciti civili

La natura para-penalistica dei nuovi illeciti civili, la prescrizione e gli atti interruttivi, il procedimento, l’impugnazione, la quantificazione della sanzione.

 

 

I nuovi illeciti civili nati dalle ceneri dei reati depenalizzati

Il D.Lgs. 7/2014, analogamente al D.Lgs. 8/2016, ha realizzato la depenalizzazione di alcuni reati, attraverso la loro abrogazione e la sostituzione con altrettanti illeciti civili puniti con il risarcimento del

danno e con una sanzione pecuniaria civile irrogata dal giudice civile, che si affianca alle ordinarie sanzioni punitive (illecito penale e amministrativo). In particolare, il decreto:

 

a) ha abrogato alcuni delitti previsti nel codice penale a tutela della fede pubblica, dell’onore e del patrimonio, accomunati dal fatto di incidere su interessi di natura privata e di essere procedibili a querela. Per ragioni di coordinamento sistematico e di rispetto del principio di tassatività e determinatezza sono state riscritte numerose norme del codice penale che facevano riferimento o presupponevano i reati abrogati, con l’obiettivo di espungere definitivamente le disposizioni abrogate;

 

b) ha trasformato i delitti abrogati in illeciti civili tipizzati, riscrivendo le condotte prima costituenti reato e prevedendo l’entità della sanzione pecuniaria civile. I nuovi illeciti civili sono colpiti con sanzioni pecuniarie punitive (che si aggiungono alla sanzione riparatoria del risarcimento del danno), volte a garantire l’osservanza di precetti storicamente radicati nel diritto penale comune (ingiuria, danneggiamento, falsità in scritture private, appropriazione indebita, ecc.).

 

Gli illeciti civili:

— se commessi dolosamente obbligano il responsabile, oltre che alle restituzioni e al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale a norma delle leggi civili, anche al pagamento della sanzione civile pecuniaria stabilita dalla legge;

— sono di competenza del giudice civile, il quale, quando pronuncia sentenza di condanna al risarcimento del danno accogliendo la domanda, all’esito di un giudizio retto dalle disposizioni del codice di procedura civile, applica d’ufficio anche le sanzioni pecuniarie (tranne una specifica eccezione in tema di notifica dell’atto introduttivo).

 

 

La sanzione pecuniaria civile:

— si sostituisce alla sanzione penale, condividendo con quest’ultima la natura punitiva, essendo volta alla prevenzione generale di comportamenti lesivi di determinati interessi e alla repressione della loro offesa;

— prende il posto di quella penale in reati già perseguibili a querela di parte suscettibile di rinuncia e di remissione. Si tratta, dunque, di interessi minori, rispetto alla cui tutela assume un ruolo determinante la valutazione di opportunità del soggetto offeso.

 

Nel dettaglio sono stati abrogati (art. 1) cinque reati, perseguibili a querela, di competenza del tribunale in composizione monocratica (i primi 3 sotto elencati) o del Giudice di pace (gli altri):

1) art. 485 c.p. (falsità in scrittura privata);

2) art. 486 c.p. (falsità in foglio firmato in bianco. Atto privato);

3) art. 594 c.p. (ingiuria);

4) art. 627 c.p. (sottrazione di cose comuni);

5) art. 647 c.p. (appropriazione di cose smarrite).

 

 

Il danneggiamento

È stato modificato l’art. 635 c.p. (danneggiamento), con sostanziale abrogazione del comma 1 (art. 2, comma, lett. l).

La nuova fattispecie di danneggiamento è basata non sulla semplice causazione di un danno alla cosa altrui (che transita nell’ambito dell’illecito civile) ma sulle peculiari modalità della condotta, che, nell’assetto originario, costituivano circostanze aggravanti speciali del delitto. Ciò ha comportato la necessità di attribuire alle fattispecie circostanziali del comma 2 dell’art. 635 c.p. la qualifica di titoli autonomi di reato, essendo ormai venuto meno il rapporto di specialità con la fattispecie incriminatrice del comma 1.

Ciascuna delle nuove fattispecie di danneggiamento risulta speciale rispetto all’illecito civile introdotto con il D.Lgs. citato.

 

Poiché si tratta di illeciti diversamente qualificati e rimessi alla cognizione di giudici diversi, non si può escludere l’eventualità che, in presenza di un danneggiamento con minaccia vengano contestualmente attivati sia il procedimento penale, corrispondente alla qualificazione speciale, sia quello civile, che pur corrisponde alla qualificazione generale.

 

La prevalenza della sola norma speciale, e quindi della norma incriminatrice penale, dovrebbe discendere dall’applicazione del principio di specialità ex art. 15 c.p. assunto come espressione di un principio generale.

 

 

Prescrizione

Dall’illecito extracontrattuale i nuovi illeciti civili mutuano il termine di prescrizione quinquennale secondo l’art. 2947, co. 1, c.c. (art. 3, co. 2) e, quindi, anche il regime degli atti interruttivi.

Gli illeciti sottoposti a sanzioni pecuniarie si prescrivono in cinque anni, ai sensi dell’art. 2947, co. 1, c.c. (art. 3, co. 2, c.c.). Nulla però è previsto in materia di sospensione o interruzione della prescrizione, a differenza di quanto avviene per le sanzioni amministrative ex L. 689/1981.

L’illecito civile produce un duplice effetto:

 

obbliga al risarcimento del danno verso il danneggiato (e il diritto al risarcimento si prescrive in cinque anni);

— obbliga al pagamento della sanzione civile verso lo Stato (e il diritto al pagamento della sanzione si prescrive in cinque anni).

 

Non è applicabile l’art. 1310 c.c. in materia di prescrizione delle obbligazioni solidali, poiché si tratta di rapporti giuridici separati e non di obbligazioni in solido.

 

Tenuto conto della natura della sanzione (civile) e del fatto che essa è accertata nei presupposti in seno al processo civile, deve ritenersi che, a vantaggio dell’Erario, costituisca atto interruttivo la domanda giudiziale del danneggiato che attiva il potere del giudice di irrogare la sanzione: per l’effetto, la prescrizione resta sospesa durante il corso del procedimento (artt. 2943 e 2945 c.c.).

 

Il procedimento per l’irrogazione della sanzione deve essere iniziato entro cinque anni dal giorno in cui il fatto è stato commesso.

 

L’interruzione della prescrizione fatta dalla parte privata con costituzione in mora ha effetto solo sul diritto al risarcimento del danno ma non anche sulla sanzione pecuniaria.

Non si esclude la praticabilità di una opzione interpretativa diversa, ossia che l’irrogazione della sanzione debba comunque intervenire entro cinque anni dal giorno in cui il fatto è stato compiuto (in mancanza di una disciplina ad hoc in materia di sospensione o interruzione).

 

Ai sensi dell’art. 8, co. 3, la sanzione pecuniaria civile non può essere applicata quando l’atto introduttivo del giudizio è stato notificato nelle forme di cui all’art. 143 c.p.c., salvo che la controparte si sia costituita in giudizio o risulti con certezza che abbia avuto comunque conoscenza del processo”. Poiché nel processo penale la L. 67/2014 ha introdotto norme che consentono di pervenire alla condanna solo laddove l’imputato abbia avuto conoscenza certa del procedimento a suo carico, al fine di assicurare analoghe garanzie nell’ambito della tutela sanzionatoria civile, si è escluso che il giudice possa irrogare la sanzione

laddove la notifica dell’atto introduttivo sia avvenuta nelle forme di cui all’art. 143 c.p.c., riguardante le modalità di notificazione a persona

irreperibile. Le predette garanzie e cautele vengono meno laddove, anche nel corso del giudizio, emerga con certezza che il convenuto, sebbene non costituitosi, abbia avuto conoscenza della pendenza del procedimento.

 

La norma assegna rilevanza alla contumacia volontaria, nonostante nel processo civile sia indifferente che la parte sia contumace per scelta (contumacia volontaria) o perché non abbia avuto conoscenza del processo (contumacia involontaria).

 

In quest’ultimo ambito rientra la notifica ex art. 143 c.p.c. rivolta a persona irreperibile avente residenza sconosciuta.

Rispetto a questa ipotesi il nuovo regime esclude la potestà sanzionatoria, salvo che il destinatario abbia comunque avuto conoscenza del processo.

 

Occorre chiedersi se l’accertamento della conoscibilità del procedimento debba essere condotto ex officio dal giudice e, in caso affermativo, con quali mezzi probatori. In ogni caso, prendendo in esame

l’ipotesi in cui si tratti di contumacia involontaria, resta da chiedersi che fine faccia la sanzione.

 

 

Impugnazione della sanzione

Può esaminarsi, a questo punto, la questione relativa all’impugnazione della sanzione irrogata dal giudice. Il richiamo alle norme del codice di procedura civile induce a ritenere che, avverso il provvedimento di condanna del giudice, l’unico rimedio esperibile sia l’impugnazione secondo le norme del rito applicabile (ad esempio, contro le sentenze del tribunale ordinario, sarà ammesso appello). Si tratta, però, di uno strumento del tutto sproporzionato rispetto all’interesse da tutelare e scarsamente adeguato da punto di vista del rito e della struttura. Ad esempio, nel caso di pronuncia di condanna resa dal tribunale ex artt. 2043 e 2059 c.c. a causa di ingiuria (per causa rimessa alla sua competenza per valore), a fronte di una sanzione di 100 euro il trasgressore, per la revisione, dovrà proporre impugnazione davanti alla Corte di appello.

 

La matrice penale originaria si riflette su numerosi aspetti della disciplina: si tratta pur sempre di illeciti tipici, il cui contenuto è determinato e tassativo, a differenza dell’art. 2043 c.c., che descrive invece un illecito a tipicità generica e indifferenziata.

 

L’affinità dei nuovi illeciti civili tipici con il reato da cui provengono ha imposto al legislatore di disciplinarne l’applicazione attingendo copiosamente alla disciplina originaria. In questo senso:

 

— l’art. 3, co. 1, circoscrive l’imputazione alla sola forma dolosa;

— l’art. 7, disciplinando il concorso di persone con una disposizione ricalcata sulla falsariga dell’art. 110 c.p., integra il modello della responsabilità solidale (art. 2055 c.c.) qualora il fatto dannoso sia “imputabile a più persone”.

 

Per quanto riguarda le scriminanti comuni, sono applicabili l’esercizio di un diritto e l’adempimento di un dovere ex art. 51 c.p. (principi generali validi per l’intero ordinamento), la legittima difesa ex art. 52 c.p. (peraltro già prevista per l’illecito civile comune dall’art. 2044 c.p.) e lo stato di necessità ex art. 54 c.p. (già previsto dall’art. 2045 c.c.).

 

 

Come viene quantificata la sanzione

L’apparato sanzionatorio è costruito su due livelli:

 

— il primo (da 100 a 8.000 euro) si riferisce all’ingiuria, alla sottrazione di cose comuni, al danneggiamento ecc. (art. 4, co. 1, D.Lgs. 7/2016);

— il secondo (da 200 a 12.000 euro) riguarda la falsità in scrittura privata e l’ingiuria consistente nell’attribuzione di un fatto determinato o commesso in presenza di più persone. La determinazione della sanzione si basa sui criteri indicati dall’art. 5, in parte ripresi da quelli dell’art. 133 c.p. e in parte innovativi:

— “la gravità della violazione”, che ricalca i nn. 1, 2, e 3 dell’art. 133, co. 1, c.p. (se si include nella “gravità della violazione” anche il profilo dell’intensità del dolo);

— la reiterazione dell’illecito, che rappresenta, per l’illecito civile con sanzione pecuniaria, l’equivalente della recidiva del delitto. In particolare, la reiterazione è costruita sul modello della recidiva pluriaggravata per l’identità di indole tra le violazioni commesse e per il tempo decorso dalla precedente condanna esecutiva (quattro anni nel caso dell’illecito civile, anziché i cinque previsti per i delitti);

— l’opera svolta dall’agente per l’eliminazione o attenuazione delle conseguenze dell’illecito;

— l’arricchimento del soggetto responsabile;

— le “condizioni economiche dell’agente”;

— la “personalità dell’agente”.

 

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