Ingiuria e provocazione dopo la depenalizzazione
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31 Ott 2016
 
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Ingiuria e provocazione dopo la depenalizzazione

Depenalizzazioni e nuovi illeciti civili: lo stato d’ira, le offese reciproche nell’ingiuria, il procedimento di irrogazione della sanzione, la prescrizione, la quantificazione della pena.

 

Con particolare riferimento all’illecito di ingiuria, il D.Lgs. 7/2016 ha adattato i contenuti normativi dell’art. 599 c.p. al nuovo contesto della tutela sanzionatoria civile.

I commi 1 e 3 dell’art. 599 c.p. sono stati abrogati a seguito dell’abrogazione del reato di ingiuria.

L’art. 4, co. 2 prevede, anche in relazione all’illecito civile cui sono ora ricondotti i fatti di ingiuria, che il giudice possa non applicare la sanzione pecuniaria civile a uno o entrambi gli offensori se le offese sono reciproche.

 

L’art. 599 c.p., modificato dal D.Lgs. 7/2016, disciplina lo stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui e stabilisce che “non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dall’art. 595 nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso”.

 

Parte della dottrina ritiene che la provocazione sia una causa soggettiva di non punibilità, mentre altri ritengono che si tratti di una causa di giustificazione.

 

L’applicazione di questa esimente non è facoltativa ma obbligatoria.

 

Primo requisito per l’applicazione dell’esimente è quello temporale. In particolare, l’espressione “subito dopo” esprime la necessità della sussistenza di un nesso eziologico tra fatto ingiusto e stato d’ira, per cui il decorso di un considerevole lasso di tempo assume rilevanza al fine di escludere tale rapporto causale (Cass. pen., V, 6-6-2006).

 

Sebbene la giurisprudenza abbia precisato che, nei reati contro l’onore, ai fini dell’integrazione dell’esimente della provocazione l’immediatezza della reazione deve essere intesa in senso relativo, avuto riguardo alla situazione concreta e alle stesse modalità di reazione, in modo da non esigere una contemporaneità che finirebbe per limitare la sfera di applicazione dell’esimente in questione e di frustarne la ratio, occorre che l’azione reattiva sia condotta a termine persistendo l’accecamento dello stato d’ira provocato dal fatto ingiusto altrui e che tra l’insorgere della reazione e tale fatto sussista una reale contiguità temporale, così da escludere che il fatto ingiusto altrui diventi pretesto di aggressione alla sfera morale dell’offeso, da consumare nei tempi e con le modalità ritenute più favorevoli (Cass. pen., V, 16-5-2013, n. 30502).

 

Se la reazione iraconda non segue immediatamente il fatto ingiusto ma deriva da un accumulo di rancore, per effetto di reiterati comportamenti ingiusti, esplodendo, anche a distanza di tempo, in occasione di un episodio scatenante, trova applicazione la circostanza attenuante comune della provocazione (art. 62, n. 2, c.p.) e non l’esimente di cui all’art. 599 c.p. (Cass. pen., V, 14-2-2005).

 

È sufficiente che la reazione abbia luogo finché duri lo stato d’ira suscitato dal fatto ingiusto e non rileva il trascorrere del tempo, ove il ritardo nella reazione sia dipeso unicamente dalla natura e dalle esigenze proprie degli strumenti adoperati per reagire all’offesa (Cass. pen., sez. fer., 31-7-2007).

 

Il comportamento provocatorio deve essere contrario alle norme giuridiche o all’insieme delle regole sociali vigenti secondo una valutazione oggettiva e non in ragione della percezione negativa che del medesimo abbia avuto l’agente (Cass pen., V, 18-3-2014, n. 25421).

 

Non può ritenersi fatto ingiusto l’esercizio di un diritto (Cass. pen., V, 29-9-2011, n. 42933), qual è quello di ottenere il rilascio di un appartamento dall’inquilino. Tuttavia, l’esercizio di un diritto può integrare il fatto ingiusto qualora le modalità risultino, alla stregua del costume sociale e delle regole della civile convivenza, vessatorie, sconvenienti, irragionevoli e rappresentino espressione di iattanza, dispetto, rivalsa (Cass. pen., V, 16-9-2008).

 

Il fatto ingiusto altrui può costituire provocazione anche se diretto verso una persona diversa da colui che reagisce ma a costui legata da rapporti tali da giustificare, secondo le comuni regole d’esperienza, lo stato d’ira, e, quindi, la reazione offensiva o verso un gruppo determinato di persone nel quale colui che reagisce sia chiaramente incluso (Cass. pen., V, 15-3-2013, n. 12308).

 

È ammissibile anche la provocazione putativa, purché l’errore dell’imputato nella valutazione dell’ingiustizia del fatto altrui sia plausibile e ragionevole.

 

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