Ingiuria dopo l’abrogazione del reato
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31 Ott 2016
 
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Ingiuria dopo l’abrogazione del reato

Depenalizzazioni e abrogazione del reato di ingiuria, cosa cambia, la nuova sanzione e il procedimento civile.

 

Il D.Lgs. 7/2016 ha abrogato il reato di ingiuria (art. 594 c.p.).

L’ingiuria è ora descritta all’art. 4, co. 1, lett. a), D.Lgs. 7/2016, che, rispetto alla formulazione dell’art. 594 c.p., contiene anche il riferimento alle comunicazioni informatiche o telematiche. L’illecito è punito con la sanzione pecuniaria civile da cento a ottomila euro.

 

Qualora l’offesa consista nell’attribuzione di un fatto determinato o sia commessa in presenza di più persone la sanzione è fissata nella misura da duecento a dodicimila euro (art. 4, co. 4, lett. f).

 

La sanzione pecuniaria può non essere applicata a uno o entrambi gli offensori in caso di reciprocità delle offese (art. 4, co. 2, che riproduce la previsione dell’art. 599, co. 1, c.p.) e in caso di provocazione (art. 4, co. 3), che riproduce la previsione dell’art. 599, co. 2, c.p.).

 

Il legislatore (D.Lgs. 7/2016) ha modificato, inoltre, l’art. 596 c.p. (Esclusione della prova liberatoria) in seguito all’abrogazione del reato di ingiuria e alla conseguente necessità di limitare l’ambito di applicazione dell’art. 596 al solo delitto di diffamazione. Il nuovo comma 1 prevede che il colpevole del delitto di diffamazione (art. 595 c.p.) non può provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa. Tuttavia, precisa il comma 2, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo, prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto

medesimo.

 

Quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato la prova della verità del fatto medesimo è sempre ammessa nel procedimento penale:

 

1) se la persona offesa è un pubblico ufficiale e il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni;

2) se per il fatto attribuito alla persona offesa è tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale;

3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.

 

L’ultimo comma dell’art. 596 c.p., modificato dal D.Lgs. 7/2016, aggiunge che se la verità del fatto è provata o se per esso la persona, a cui il fatto è attribuito, è condannata dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore dell’imputazione non è punibile, salvo che i modi usati non rendano applicabile la disposizione dell’art. 595, co. 1, c.p.

 

La prova liberatoria è sempre ammessa se la diffamazione (con attribuzione di un fatto determinato) è stata commessa nell’esercizio del diritto di cronaca (Corte cost. 175/1971).

 

Parte della dottrina ritiene che l’exceptio veritatis sia una causa di giustificazione nelle ipotesi previste dall’art. 596, co. 3, nn. 1 e 2, mentre nella terza ipotesi si avrebbe una forma speciale di remissione di querela sottoposta alla condizione sospensiva del raggiungimento della prova, che opera come causa di estinzione della punibilità. Da parte di altri si ritiene trattarsi in tutti e tre i casi di una causa speciale di non punibilità.

 

La prova liberatoria di cui all’art. 596 c.p. richiede non soltanto che, nei confronti della persona la cui reputazione sia stata offesa, sia pendente un procedimento penale (di per sé insufficiente), ma anche la piena dimostrazione dell’esistenza del fatto attribuito al diffamato, dimostrazione che può essere diretta, cioè acquisibile nel medesimo procedimento penale, oppure indiretta, fornita mediante la produzione della pronuncia irrevocabile di condanna (Cass. 32256/2015).

 

Il divieto di exceptio veritatis, alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 596, co. 1, c.p., non può trovare applicazione qualora l’autore del fatto incriminato abbia agito nell’esercizio di un diritto, ex art. 51 c.p. e, quindi, non solo nell’ipotesi di diritto di cronaca spettante al giornalista ma in ogni caso in cui si prospetti il legittimo esercizio del diritto di critica (Cass. 1369/2008).

 

Il D.Lgs. 7/2016 è intervenuto anche sull’art. 597 c.p., secondo il quale il delitto di diffamazione è punibile a querela della persona offesa. La norma è stata così modificata in ragione dell’abrogazione del reato di ingiuria e della conseguente necessità di limitare la perseguibilità a querela al solo delitto di diffamazione.

 

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