Se il mio avvocato si mette d’accordo con quello dell’avversario
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31 Ott 2016
 
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Redazione
 


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Se il mio avvocato si mette d’accordo con quello dell’avversario

«Ho perso una causa perché il mio avvocato si è messo d’accordo con quello della controparte»: una accusa che si sente spesso nella bocca dei clienti insoddisfatti. Ma succede davvero e, in tal caso, come ci si può tutelare?

 

«Il mio avvocato si è messo d’accordo con quello dell’avversario»: un’accusa spesso rivolta al proprio legale di fiducia dal cliente che perde la causa. In verità non è così frequente – almeno per come tali lamentele vengono rivolte – il caso di un accordo tra professionisti ai danni dei propri clienti. Più probabile è che l’avvocato, intravedendo le possibilità di una sconfitta, e non volendo apparire soccombente agli occhi del proprio assistito, abbia spinto per una mediazione. Così come spesso è lo stesso legale che, non credendo alle possibilità di una facile soluzione della vertenza, abbia caldeggiato per una soluzione transattiva. Perché, diciamoci la verità: checché se ne voglia, fare causa non piace neanche agli stessi avvocati che ben abbraccerebbero l’idea di una soluzione stragiudiziale, con immediato pagamento della parcella, senza dover attendere i lunghi tempi del giudizio.

 

Capita anche che il legale tenti un accordo con l’avversario solo per non arrivare alla sentenza finale che evidenzierebbe un errore professionale da questi commesso nel corso del procedimento. Il che lo metterebbe in cattiva luce agli occhi dell’assistito. Insomma: meglio un cattivo accordo che dover rispondere per responsabilità ed, eventualmente, risarcire il danno. Ma, alla fine dei conti, la transazione costituisce anche un vantaggio per il cliente il quale, altrimenti, di fronte l’alternativa di una sconfitta sicura nella causa, sarebbe anche costretto a pagare le spese processuali alla controparte.

Si tenga però conto che, a partire dal 2017, gli avvocati hanno l’obbligo di procurarsi una assicurazione sugli errori commessi nel corso dell’attività professionale. Quindi, in caso di sconfitta, l’assistito potrebbe quantomeno farsi indennizare dalla compagnia.

 

È chiaro che chi abbia le prove di ciò che afferma e ritenga di aver «incastrato» il proprio difensore nel “vendere” le proprie ragioni all’avversario, ha la possibilità di una denuncia al Consiglio dell’ordine degli avvocati del luogo per «responsabilità deontologica» del legale; ciò servirà per la successiva denuncia penale per patrocinio infedele. Il cliente leso potrà procedere anche a una richiesta di risarcimento del danno, ma soprattutto in questo caso, dovrà fornire la prova che, in assenza della condotta dolosa dell’avvocato, la causa avrebbe avuto un differente esito. Il che equivale a dire che “vendere” una causa già “persa” non dà diritto ad alcun risarcimento.

 

Prima però di procedere a denunce, che potrebbero esporre il cliente al rischio di una controquerela per calunnia, è bene che quest’ultimo si chieda anche il perché il proprio avvocato avrebbe dovuto tentare l’accordo con la controparte. E quale vantaggio economico potrebbe aver ottenuto da ciò. La risposta spesso fornita è quasi sempre fumosa e vaga, il che dimostra come l’eventualità che un avvocato si metta d’accordo con l’avversario ai danni del proprio cliente sia una ipotesi estremamente rara.


 


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Commenti
1 Nov 2016 Maria Albertoni

Il mio di avvocato piuttosto che riconoscere gli errori fatti è scomparso e dopo averlo fatto chiamare dall’Ordine degli Avvocati di Roma si è anche permesso di dirmi di “non rompergli i co…..ni”.
L’ordine degli Avvocati mi ha detto quello che di solito dicono tutti gli avvocati: “cambi avvocato”. Ma quanti denari fanno perdere ai clienti questo genere di truffatori ?