Speciale indennizzo da emotrasfusioni
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2 Nov 2016
 
L'autore
Emanuele Carbonara
 


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Speciale indennizzo da emotrasfusioni

Somministrazione di sangue infetto: quali sono i miei diritti se a causa di una trasfusione contraggo l’epatite o l’Aids? Ecco cosa fare.

 

Lo Stato eroga uno speciale indennizzo da emotrasfusioni a favore di chi si è ammalato dopo la somministrazione di sangue infetto. Se, a causa di una trasfusione, il paziente contrae un’epatite o il virus dell’Hiv, può chiedere al ministero della Salute (tramite la Asl) di ricevere un assegno bimestrale. L’importo varia a seconda della gravità della malattia. Se l’avente diritto muore per via dell’infermità, l’indennizzo spetta ai suoi eredi. Vediamo con chiarezza in cosa consiste l’indennità e cosa bisogna fare per riceverla.

Indennizzo da emotrasfusioni: cos’è e a quanto ammonta

Non sono pochi i casi di persone che, dopo una trasfusione, si sono ammalate irrimediabilmente, contraendo un’epatite o il virus dell’Hiv. Ciò è avvenuto soprattutto a cavallo degli anni ottanta e novanta ma, purtroppo, accade ancora oggi. In ogni caso, esiste una legge del 1992 [1] che garantisce a tali soggetti un indennizzo statale per i danni riportati a causa della somministrazione di sangue infetto. In pratica, lo Stato assicura una misura di sostegno e di solidarietà sociale per chi ha contratto l’epatite o l’Aids dopo una trasfusione. È necessario però che la malattia sia in stato irreversibile.

 

L’indennizzo consiste in un assegno bimestrale di importo variabile a seconda della gravità della patologia contratta (ci sono otto scaglioni)[2]. Il suddetto assegno è reversibile per 15 anni: significa che in caso di morte di chi lo percepisce, la somma verrà erogata ai suoi eredi. L’indennità, inoltre, è cumulabile con ogni altro emolumento a qualsiasi titolo percepito (si pensi a contributi Inps o Inail) ed è rivalutata ogni anno in base al tasso di inflazione (costo della vita).

 

Chi beneficia dell’indennizzo, inoltre, è esentato dalle spese sanitarie relative alla diagnosi e alla cura delle patologie contratte (non paga il ticket).

 

Chi inoltre, a seguito della trasfusione di sangue, contrae due malattie (sia l’epatite che l’Aids), ha diritto ad un ulteriore indennizzo, di importo non superiore al 50% di quello appena descritto.

 

Ha diritto all’indennità anche il coniuge contagiato da chi si è ammalato dopo la trasfusione, nonché il figlio contagiato durante la gestazione.

 

Se dall’epatite o dall’Aids contratte con la trasfusione deriva la morte del soggetto, i parenti più stretti a carico di quest’ultimo possono scegliere tra l’assegno reversibile e un assegno una tantum di euro 77.468,53. Ciò è possibile anche se il reddito della persona deceduta non costituisca l’unico sostentamento della famiglia. Gli aventi diritto sono, nell’ordine:

  • il coniuge della persona deceduta;
  • i figli;
  • i genitori;
  • i fratelli minorenni;
  • i fratelli maggiorenni inabili al lavoro.

Se la persona è deceduta quando era minorenne, l’indennizzo spetta ai genitori o a chi esercitava la potestà parentale.

Come richiedere l’indennizzo da emotrasfusioni

Per ottenere l’indennità da emotrasfusioni bisogna presentare alla propria Asl una domanda in carta semplice, indirizzata al ministero della Salute. Le varie Asl predispongono a tal fine moduli prestampati, disponibili anche su internet (si possono scaricare dal sito della Asl competente). La richiesta va fatta entro tre anni, che decorrono da quando il soggetto ha saputo che a causa della trasfusione ha contratto l’epatite (se la malattia contratta è l’Aids, il termine è di dieci anni). Nella domanda bisogna inserire:

  1. le generalità del richiedente, specificando se si è diretti interessati oppure genitori o tutori della persona malata;
  2. il motivo della domanda (patologia contratta a seguito di trasfusione);
  3. la richiesta di percepire l’assegno reversibile per 15 anni oppure l’assegno una tantum di euro 77.468,53;
  4. l’indirizzo presso cui ricevere ogni comunicazione;
  5. data e firma.

Alla domanda vanno allegate:

  1. la documentazione amministrativa eventualmente necessaria (certificati di nascita, stato di famiglia e così via);
  2. la documentazione sanitaria, ossia: il certificato o la cartella clinica da cui risulta di aver effettuato la trasfusione; le analisi da cui sono emerse l’epatite o l’Aids; la certificazione circa condizioni di salute attuali.

Entro 90 giorni dal ricevimento della domanda, la Asl provvede all’istruttoria e ad acquisire il parere di un’apposita commissione medico-ospedaliera (Cmo), che ha il compito di stabilire se la malattia contratta è stata causata effettivamente dalla trasfusione. La commissione convoca l’interessato e lo sottopone a visita medica. Quindi, emette un parere sulla sussistenza o meno del nesso di causa/effetto tra trasfusione e malattia.

 

Dopodiché viene redatto un verbale, in cui si attestata la gravità della malattia contratta: ciò serve, come visto, per stabilire l’importo effettivo dell’indennizzo. La commissione accerta anche se la domanda di indennizzo è stata presentata tempestivamente. Se l’indennizzo è riconosciuto, esso viene erogato dal mese successivo a quello di presentazione della domanda.

 

Contro il giudizio della commissione si può fare ricorso al ministro della Salute. Il ricorso va proposto entro 30 giorni dalla notifica del verbale redatto dalla Cmo. Il ministro della Salute deciderà entro tre mesi, e la decisione verrà notificata al ricorrente entro 30 giorni. Se il ricorso non viene accolto, il cittadino potrà rivolgersi al giudice entro un anno dalla notifica della decisione ministeriale o, comunque, dalla scadenza dei 30 giorni previsti per la notifica stessa.

 

In caso di aggravamento della malattia causata dalla trasfusione, l’interessato può chiedere al ministro della Salute, sempre tramite l’Asl, una revisione dell’indennizzo, al fine di ricevere un’importo più alto. Questa domanda va presentata entro sei mesi da quando si è saputo che l’infermità si è aggravata.

 

In conclusione, va sottolineato che la riscossione dell’indennizzo non preclude la possibilità di chiedere anche il risarcimento del danno al ministero della Salute. L’azione giudiziale va promossa entro 5 anni da quando si è avuta la certezza che la malattia è stata causata dalla trasfusione.


[1] L. n. 210/1992.

[2] Tabella B allegata alla L. n. 177/1976, come modificata dall’art. 8 della L. n. 111/1984; l’indennizzo è integrato dall’indennità integrativa speciale prevista, dalla L. n. 324/1959, per la prima qualifica funzionale degli impiegati civili dello Stato.

 

Autore immagine: Pixabay

 


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